Polveriera etiope: il gioco delle grandi potenze

Una mappa dell'Etiopia con le bandiere di Stati Uniti, Europa, Arabia Saudita, Turchia, Iran e Emirati Arabi Uniti, tra gli attori protagonisti della polveriera etiope
Immagine di Armando D'Amaro, Lo Spiegone

Quando nel novembre 2020 il Primo ministro etiope Abiy Ahmed ha mosso guerra contro il Fronte popolare di liberazione del Tigray (TPLF), insediato nel Nord del Paese, la comunità internazionale occidentale si è trovata colta alla sprovvista e in forte imbarazzo. Solo un anno prima, Abiy Ahmed era stato insignito del premio Nobel, in riconoscimento del suo ruolo nell’accordo di pace con la vicina Eritrea

Nel 2018, la sua ascesa al governo sembrava riportare l’Etiopia sul sentiero auspicato dai donatori internazionali, quello dell’apertura dello spazio politico sotto il segno del multipartitismo. Le prime iniziative del governo Ahmed, tra cui il rilascio dei prigionieri politici, la decriminalizzazione dell’opposizione e il ritorno in patria dei movimenti ex-combattenti, avevano giustificato questa fase di ottimismo. Nel corso di soli due anni, Abiy Ahmed è passato da incarnazione di speranza per la stabilità e la pace nel Corno d’Africa a leader autoritario e guerrafondaio, che pur di rimuovere la minaccia del TPLF è disposto a condannare i suoi cittadini alla fame. 

Dato il raffreddamento delle relazioni con l’Occidente, il governo etiope ha rivolto le sue attenzioni diplomatiche ad altri sostenitori internazionali. Per ottenere armi e munizioni, Addis Abeba ha preso accordi con Iran e Turchia, ha ricevuto finanziamenti da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti e protezione politica internazionale da Russia e Cina. In seno al Consiglio di sicurezza dell’ONU, infatti, Pechino e Mosca hanno insistito nel derubricare il conflitto a una questione di politica interna, in accordo con la posizione del governo etiope. Le discussioni sulla guerra in Etiopia sono pertanto spesso cadute sotto la voce «any other business» (“ogni altra questione”). 

Stati Uniti e Unione Europea sulla strada delle sanzioni economiche

Dopo tre anni segnati da grandi proteste e moti popolari, gli Stati Uniti e l’Unione Europea avevano accolto la nomina di Abiy Ahmed alla carica di Primo ministro come un segnale di speranza per la stabilità e la pace non solo dell’Etiopia, ma dell’intero Corno d’Africa. Sin dagli anni Novanta, il Paese rappresenta infatti il perno delle strategie di sicurezza occidentali, in una regione interessata da movimenti terroristici di matrice islamica, traffici illegali di esseri umani, armi e droga; nonché costa di una delle principali arterie del commercio marittimo globale, il Mar Rosso. 

Per l’Unione Europea, in particolare, il Corno d’Africa rappresenta un’area di attenzione prioritaria per il contrasto all’immigrazione proveniente dal continente africano. Non solo dall’Etiopia si dipana una delle principali rotte di migranti, ma si tratta del terzo Paese per numero di rifugiati in tutta l’Africa subsahariana, circa 800mila persone, in larga parte provenienti da Sud Sudan, Somalia ed Eritrea. 

Dopo lo scoppio del conflitto, Stati Uniti e Unione Europea hanno assunto una posizione di aperta contestazione nei confronti di Abiy Ahmed, accusato di bloccare l’ingresso degli aiuti umanitari alla frontiera col Tigray e di costringere così oltre 400mila persone alla fame. Per esercitare pressione sul governo etiope, affinché stabilisse un cessate il fuoco e accogliesse le proposte di mediazione internazionale, Stati Uniti e Unione Europea hanno intrapreso la strada delle sanzioni economiche

Nel settembre 2021, l’amministrazione statunitense ha predisposto un regime di sanzioni (Executive Order 14046) mirato contro elementi del governo etiope, del TPLF, della leadership regionale amhara e contro gli attori eritrei coinvolti nel conflitto. Il 12 novembre, l’Ufficio di controllo dei beni stranieri del Dipartimento del Tesoro statunitense ha applicato le prime sanzioni contro soggetti eritrei, in particolare contro il partito al potere (Fronte popolare per la democrazia e la giustizia), le forze armate e alcune grandi corporazioni statali (Hindi Trust e Red Sea Trading Cooperation). Per il momento, l’amministrazione Biden ha deciso di non proseguire con le sanzioni al governo etiope e al TPLF, per favorire i tentativi di mediazione diplomatica. 

Molto contestata è stata la decisione, annunciata da Biden nel novembre 2021 e divenuta operativa il 1 gennaio 2022, di revocare la partecipazione dell’Etiopia all’African Growth and Opportunity Act (AGOA). L’AGOA offre ad alcuni Paesi dell’Africa subsahariana un accesso preferenziale al mercato statunitense, mediante l’abbattimento dei dazi su certe categorie di prodotti. Secondo le stime, questo segmento di mercato in Etiopia vale 238 milioni di dollari, oltre il 7% del valore di tutte le esportazioni etiopi, e fornisce lavoro a un numero compreso tra 100mila e 200mila persone, in larga parte donne impiegate nelle fabbriche tessili del Sud.

Secondo gli osservatori internazionali, questa decisione avrà scarse possibilità di ottenere da Abiy Ahmed un approccio più conciliante alla diplomazia internazionale, mentre con ogni probabilità aggraverà le condizioni economiche della popolazione civile, in un Paese che da due anni è scosso da conflitti e violenze che hanno travalicato i confini della regione tigrina.  

Nel dicembre 2020, l’Unione Europea ha sospeso l’erogazione di finanziamenti diretti per progetti di sviluppo per un valore di 88,5 milioni di euro. Le condizioni poste da Bruxelles per il ripristino dei finanziamenti sono essenzialmente tre: cessazione delle ostilità; fine del blocco umanitario imposto dal governo etiope; ingresso di commissioni internazionali nel Paese per indagare sugli abusi commessi durante il conflitto, con particolare attenzione alle accuse di genocidio, crimini di guerra e pulizia etnica.

Se, da un lato, il Parlamento europeo ha chiesto al Consiglio l’applicazione di un embargo delle armi verso Etiopia ed Eritrea, insieme al ritiro del Nobel per la pace, dall’altro, il raffreddamento dei rapporti con le istituzioni comunitarie non sembra aver compromesso le relazioni bilaterali tra alcuni Paesi europei e il governo di Abiy Ahmed

La volontà di preservarle è testimoniata dagli incontri tenuti dal capo di Stato etiope con il cancelliere tedesco Scholz e il presidente francese Macron, a margine del vertice Unione Europea – Unione Africana, tenutosi a Bruxelles tra il 17 e il 18 febbraio 2022. Dalle dichiarazioni rilasciate è emersa la volontà di Abiy Ahmed di patrocinare personalmente presso i partner europei il percorso di riforma statale intrapreso in Etiopia e la comune disposizione a una solida cooperazione bilaterale.

La copertura politica offerta dalla Cina

Rispetto alla questione tigrina, Pechino si dichiara in linea con la tradizionale politica di non-interferenza negli affari interni degli altri Stati, che mira a rappresentare la sua azione diplomatica come qualitativamente differente rispetto all’approccio interventista delle potenze occidentali. Nelle parole del ministro degli Esteri, Wang Yi, che ha visitato l’Etiopia ai primi di dicembre 2021, a margine del Forum sulla cooperazione Cina-Africa (FOCAC), la Cina si opporrà sempre alle forze straniere che impongono i loro interessi politici sugli affari interni dell’Etiopia

Dall’inizio del conflitto, Pechino ha quindi tenuto un approccio pragmatico, incentrato sulla preservazione dei propri interessi economici, che comprendono la sicurezza del personale cinese impiegato nel Paese e la protezione dei suoi investimenti

L’Etiopia rappresenta uno dei principali partner del Dragone Rosso nella regione, con un interscambio di oltre 2,5 miliardi di dollari nel 2021. Non solo, l’economia dell’Etiopia, il cui PIL è cresciuto a un tasso annuo del 9,3% dal 1999 al 2019, rappresenta forse l’esempio più virtuoso di Stato sviluppista improntato al modello cinese. Sin dai primi anni Duemila, la Cina ha fortemente investito in Etiopia, alimentando il boom del settore manifatturiero, che ha trainato la crescita del Paese, e finanziando grandi progetti infrastrutturali ed energetici, come la ferrovia Addis Abeba-Gibuti e la Diga del rinascimento etiope

Questi interessi economici plasmano la posizione e l’approccio della Cina nei confronti di quanto sta accadendo nel Tigray. Pur dichiarandosi fiduciosa nelle capacità del governo etiope di trovare autonomamente una soluzione al conflitto, la Cina non può permettersi di veder fallire lo Stato su cui ha investito di più nell’area

Ai primi di novembre 2021, Pechino ha sottoscritto un comunicato del Consiglio di sicurezza dell’ONU che richiamava le due parti ad abbandonare i combattimenti e intavolare un negoziato sul cessate il fuoco. In ultima battuta, Cina e Russia hanno però insistito per sottolineare l’impegno del Consiglio in favore della sovranità, dell’indipendenza politica e dell’integrità territoriale dell’Etiopia.

Il sostegno incondizionato offerto ad Addis Abeba rende ogni iniziativa diplomatica della Cina vulnerabile a critiche di parzialità. Non solo, a compromettere la presunta neutralità cinese sono le notizie degli armamenti procurati da Pechino e dispiegati contro le forze tigrine. 

Il sostegno militare russo

Se le ultime commesse militari provengono dalla Cina, che ha fornito artiglieria pesante e lanciarazzi multipli, la maggior parte degli armamenti a disposizione dell’esercito federale etiope sono di origine russo-sovietica e ucraina, come i carri armati T-72 e i jet militari Su-27 e Mig-23. A questi si aggiungono i droni armati recentemente acquistati da Turchia e Iran

Il 12 luglio 2021 Russia ed Etiopia hanno siglato un accordo di collaborazione tecnico-militare, raggiunto in conclusione del Forum di cooperazione militare russo-etiope tenutosi ad Addis Abeba. Il capo della divisione finanziaria dell’esercito federale etiope, Martha Liwij, ha affermato che l’accordo avrà un ruolo chiave nel portare le relazioni tra i due Paesi a un livello superiore e nel migliorare la capacità militare dell’esercito federale etiope in termini di conoscenze, tattiche e dotazioni tecnologiche. 

L’ambasciata etiope a Mosca ha inoltre dimostrato il suo apprezzamento per la presa di posizione del governo russo, che si è dichiarato contrario a ogni forma di intromissione esterna che delegittimi il premier etiope. Mosca ha infatti chiesto alla comunità internazionale e alle organizzazioni regionali di sostenere il governo federale nella risoluzione del conflitto. 

L’Etiopia, per parte sua, ha adottato un approccio analogo rispetto alla questione ucraina, figurando tra i dodici Paesi che lo scorso 2 marzo non hanno preso parte al voto dell’Assemblea generale dell’ONU di condanna all’invasione russa. 

L’inerzia della comunità internazionale

Il conflitto, che come abbiamo già visto verte su visioni inconciliabili sul futuro del Paese, per Addis Abeba rimane una questione di politica interna, su cui nessuno Stato o agenzia internazionale ha diritto di intervenire. Nonostante ciò, compensando il raffreddamento delle relazioni con l’Occidente, l’Etiopia ha dimostrato di saper capitalizzare sul sostegno di nuovi attori internazionali, Cina e Russia in primis, ma anche Arabia Saudita, Turchia e Iran, che dietro al principio delle “soluzioni africane per i problemi africani” nascondono il loro appoggio politico e militare al governo federale di Addis Abeba.  

Abiy Ahmed ha più volte messo in chiaro di propendere per una soluzione militare rispetto a un compromesso politico. Data la posta in gioco, è ragionevole immaginare che anche il TPLF non smetterà di combattere, almeno fino a che non avrà ottenuto sufficiente spazio di contrattazione per preservare la sua sopravvivenza. 

Il conflitto in Etiopia espone in definitiva i limiti di un sistema internazionale che, per ragioni strutturali, non riesce a intervenire efficacemente di fronte al dramma di una popolazione a cui vengono negati aiuti umanitari e soccorso di base. 

 

 

Fonti e approfondimenti

Albanese, Giulio, & Paolo Alfieri, Paolo Lambruschi. 2021. “L’Africa non fa notizia: Cronache e storie di un continente”. Avvenire-Vita e Pensiero.

Mutambo, Aggrey, “China says Ethiopia capable of handling Tigray conflict, The East African, 02/12/2021. 

Chothia, Farouk, “Tigray crisis: How the West has fallen out with Ethiopia’s PM, BBC, 25/10/2021. 

Fiala, Lukas, “Why Ethiopia’s Fate Matters to China, ISPI, 26/11/2021. 

Bedasso, Biniam & Emiru, Tilahun, “Economic sanctions won’t bring peace to Ethiopia, Project Syndicate, 26/01/2022. 

Roblin, Sebastien, “How Chinese Balistic Missiles and Iranian Drones popped up in Ethiopia’s civil war in Tigray, The National Interest, 22/09/2021 

Deleersnyder, Anne-Eléonore, “Ethiopia’s Tigray conflict: exposing the limits of EU and AU early warning mechanisms, Konrad Adenauer Stiftung, 2021. 

European Parliament resolution on the humanitarian situation in Tigray – 2021/2902(RSP).

TASS. 2021. Ethiopia grateful to Russia for its position on Tigray crisis, Ambassador to Moscow says

Marks, Simon, “EU suspends nearly €90M in aid to Ethiopia over internal conflict, Politico, 16/12/2020.

 

 

Editing a cura di Niki Figus

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