La guerra in Etiopia non è conclusa

Di Lorenzo Longhi

Le elezioni tenute lo scorso settembre nello Stato etiope del Tigray, considerate illegittime dal governo di Addis Abeba, hanno segnato il punto di rottura nei travagliati rapporti tra il Tigray people’s liberation front (TPLF) e il governo federale d’Etiopia. Nei primi giorni di novembre, il confronto politico ha ceduto il passo alle manovre militari, culminate tre settimane dopo con la presa della capitale tigrina Mekelle. Ciononostante, la partita non è ancora chiusa: il TPLF è determinato a continuare la lotta per l’autodeterminazione, mentre si teme che la carica di destabilizzazione del conflitto civile etiope si riverberi sull’intera regione del Corno d’Africa.

Le radici del conflitto

Dalla proclamazione della Repubblica Federale Democratica d’Etiopia, nel 1995, fino al 2018, il TPLF è stato il padrone incontrastato della politica federale. Il movimento che al fianco dell’Eritrean people’s liberation front (EPLF) aveva guidato la lotta di liberazione contro il regime militare del Derg, nonostante fosse espressione di appena il 7% della popolazione, per oltre vent’anni ha presieduto l’Ethiopian people’s revolutionary democratic front (EPRDF), la coalizione di governo che doveva rappresentare idealmente le principali etnie del Paese.

Il sistema è stato scosso alle fondamenta quando le manifestazioni popolari che hanno attraversato l’Etiopia tra il 2015 e il 2018 hanno messo in luce l’insofferenza delle etnie maggioritarie, Amhara e Oromo, nei confronti dell’egemonia del TPLF. L’elezione di Abiy Ahmed, nel 2018, ha rappresentato una ristrutturazione dei rapporti di potere interetnici, con la prima elezione di un Primo ministro di origine Oromo, e un conseguente riposizionamento del baricentro della federazione. Nei mesi successivi, Abiy ha cercato di scardinare le posizioni di forza mantenute dall’élite del Tigray, sostituendo e processando i principali vertici tigrini dell’esercito, dell’intelligence e dell’amministrazione pubblica.

Il TPLF è stato l’unico membro della coalizione dell’EPRDF a non aderire al nuovo partito a vocazione unitaria di Abiy Ahmed, il Prosperity party. Ostile alla pace con il nemico storico eritreo e allo strapotere del governo federale, il partito tigrino ha ripiegato sulla politica regionale, costruendosi l’immagine di difensore delle libertà e delle garanzie costituzionali degli Stati membri.

Il punto di non ritorno è stato raggiunto quando l’amministrazione del Tigray ha respinto la decisione di rinvio delle elezioni previste per lo scorso agosto, dichiarando illegittimo il governo di Abiy Ahmed, rimasto in carica oltre il mandato costituzionale. Dietro il pretesto dell’emergenza sanitaria, le autorità federali avrebbero così deliberatamente violato il principio di libera autodeterminazione degli Stati membri, sancito nella Costituzione etiope. 

Le elezioni regionali del Tigray, tenute il 9 settembre, si sono risolte in un plebiscito a favore del TPLF, che ha espresso tutti i centonovanta seggi del Consiglio regionale.

Lo scoppio del conflitto e le operazioni militari

Secondo le ricostruzioni, il conflitto è stato innescato il 3 novembre, quando le forze armate del TPLF hanno condotto un attacco contro una base del Commando nord dell’Esercito etiope, riuscendo a prelevare attrezzature militari e rifornimenti. Il giorno successivo, Abiy Ahmed ha lanciato nel Tigray un’operazione di “law enforcement”, nei fatti una vasta offensiva militare, che ha seguito tre direttrici: dalla regione di Afar a est, dalla regione Amhara a sud e dal confine con l’Eritrea a nord. L’obiettivo era circondare le forze del TPLF, sbarrando loro la strada verso il Sudan, via di fuga e principale canale di rifornimento.

Dopo aver preso possesso delle città tigrine di Alamata, Scirè, Axum, Adua e Adigrat, il 22 novembre Abiy Ahmed ha dato su Twitter un ultimatum di settantadue ore per abbandonare la capitale Mekelle; intimazione subito respinta dal leader della regione dissidente, Debretsion Gebremichael, che ha dichiarato che il suo popolo fosse “pronto a morire” per difendere l’autonomia del Tigray. La battaglia si è consumata lo scorso 28 novembre, con l’abbandono della capitale da parte dei ribelli tigrini. 

Sebbene il Primo ministro etiope abbia annunciato che le operazioni militari sono concluse e che l’obiettivo sia ora quello di ripristinare l’ordine nella regione, fornire soccorso alla popolazione civile e assicurare alla giustizia i ribelli, è difficile immaginare che la partita sia realmente chiusa. 

Nonostante la ritirata dalla capitale, il TPLF ha già dato prova che continuerà a combattere, probabilmente riprendendo le modalità che avevano contraddistinto i suoi esordi sulla scena politica etiope, passando cioè alla guerriglia e alle strategie di terrorismo, con assassini mirati per destabilizzare il governo centrale. La sua capacità militare non dev’essere sottovalutata: il movimento tigrino è ben armato, ben equipaggiato e può vantare una solida esperienza in campo militare e un’ottima conoscenza del territorio. 

In secondo luogo, la questione del Tigray potrebbe intrecciarsi con altre questioni irrisolte del Corno d’Africa, arrivando a coinvolgere, più o meno direttamente, diversi attori locali e regionali.

I contraccolpi regionali

Il primo Paese a essere implicato nel conflitto è l’Eritrea, nemico storico del TPLF. A governare lo Stato, dal 1993, è il presidente Isaias Afewerki, l’ex leader di quel fronte di liberazione eritreo con cui il movimento tigrino combatté fianco a fianco negli anni della dittatura militare. I rapporti tra i due vecchi alleati precipitarono irrimediabilmente alla fine degli anni Novanta, quando i due Stati che si formarono dalla dissoluzione dell’Etiopia di Menghistu si affrontarono militarmente proprio a causa delle inconciliabili rivendicazioni sul confine del Tigray. 

Con lo scoppio del conflitto, la minaccia di un Tigray indipendente e ostile, chiuso agli scambi con il suo naturale sbocco commerciale, ha messo in allarme le autorità di Asmara, che hanno prontamente fornito supporto logistico all’alleato etiope. Secondo le dichiarazioni di Debretsion Gebremichael, il 9 novembre le forze militari del governo eritreo avrebbero colpito, con artiglieria pesante, la città tigrina di Humera, al confine tra Eritrea, Sudan ed Etiopia. Dall’inizio del conflitto, il TPLF ha condotto almeno tre attacchi contro la capitale Asmara; l’ultimo il 28 novembre, a poche ore dalla conclusione della battaglia di Mekelle.

L’11 novembre Afewerki ha incontrato a Khartoum il presidente del governo provvisorio sudanese, il generale Abdel Fattah al-Burhan. L’ipotesi più accreditata è che il presidente eritreo abbia cercato la collaborazione dell’esercito sudanese per presidiare militarmente la frontiera col Tigray e privare il TPLF del suo principale canale di approvvigionamento. 

Dal canto suo Khartoum, che ha già ufficialmente chiuso le frontiere con il Tigray e che faticosamente si trova a dover gestire l’enorme flusso di rifugiati provenienti dal teatro di guerra, potrebbe in futuro servirsi della leva tigrina per ottenere da Addis Abeba concessioni su importanti questioni bilaterali. 

La tolleranza dei fenomeni di contrabbando nelle regioni confinanti di Cassala e Gadref potrebbe infatti essere sfruttata dal Sudan per assicurarsi una definitiva demarcazione del confine, a oggi altamente militarizzato e conteso, che sancisca la sua sovranità sul, cosiddetto, triangolo di Fashqa; o, ancora, per ottenere maggiori garanzie sulle quote di distribuzione delle acque del Nilo, che l’Etiopia intende sfruttare intensamente con la messa in funzione della Grand Ethiopian Renaissance Dam (GERD). 

La situazione nel Tigray è seguita attentamente anche dalle potenze regionali che hanno investito, o sono intenzionate a intervenire, sullo status quo del Corno d’Africa: dalla Turchia, in primis, che da tempo cerca un’occasione per allargare la sua influenza nella regione, in funzione anti-egiziana, e che potrebbe fornire ad Addis Abeba un valido sostegno sul duplice fronte dei separatisti tigrini e della disputa con l’Egitto per lo sfruttamento delle acque del Nilo; dagli Emirati Arabi Uniti, che sono tra i principali sponsor del processo di pace etiopico-eritreo, da alcuni anni particolarmente attenti a coltivare proficue relazioni politiche ed economico-commerciali con l’altra sponda del Mar Rosso; dall’Egitto, infine, preoccupato che la crisi nel Tigray possa compromettere i negoziati sul GERD, ma probabilmente favorevole a un indebolimento di Abiy Ahmed sul piano internazionale. 

Il dramma umanitario e le ripercussioni interne

Sul fronte umanitario, la situazione è critica. Oltre alle 950.000 persone già dipendenti da aiuti umanitari, l’ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA) calcola siano almeno 1,3 milioni le persone che necessiteranno di assistenza a causa del conflitto e dell’esaurimento delle scorte di cibo, acqua potabile, carburante e altri beni essenziali. Costretti dalla guerra ad abbandonare le proprie abitazioni, oltre 50.000 civili hanno cercato riparo nel vicino Sudan, dove le strutture di accoglienza sono però prossime al collasso.

Sebbene lo scorso 28 novembre Addis Abeba abbia concordato con l’ONU la creazione di un corridoio umanitario per portare sostegno alla popolazione del Tigray e delle regioni Amhara e Afar, le Nazioni Unite lamentano ancora l’inaccessibilità del teatro di guerra e il mantenimento del blocco delle telecomunicazioni e dei trasporti. 

Si registra, nel frattempo, un incremento della violenza e degli scontri interetnici. A dimostrarlo è il massacro avvenuto nella notte tra il 22 e il 23 dicembre nella regione del Benishangul-Gumuz, dove almeno cento persone sono state uccise da gruppi armati non meglio identificati. Oltre a questo, in tutto il Paese si segnalano casi di cittadini di etnia tigrina arbitrariamente arrestati e discriminati: i funzionari pubblici vengono congedati, mentre gli ufficiali dell’esercito sono disarmati o messi agli arresti, compresi i soldati impegnati nelle missioni internazionali di peace-keeping in Sud Sudan e Somalia.

La notte del 9 novembre, circa seicento persone sono state uccise nella cittadina tigrina di Mai Kadra, si ipotizza da milizie legate al TPLF, in un attacco all’arma bianca diretto soprattutto contro lavoratori a giornata di etnia Amhara. 

La volontà del premio Nobel per la pace Abiy Ahmed di mettere definitivamente a tacere la principale fonte di resistenza al suo disegno di governo potrebbe provocare contraccolpi tali da disgregare dall’interno la delicata struttura etno-federalista dello Stato etiope. La possibilità che il conflitto inneschi una spirale di violenza interetnica si fa sempre più concreta, così come il rischio che sia fonte di destabilizzazione per l’intera regione del Corno d’Africa. 

 

 

Fonti e approfondimenti 

Ethiopia says new town seized in Tigray, Al-Jazeera, 15/11/2020.

Hundreds dead’ as conflict in Ethiopia’s Tigray worsens, Al-Jazeera, 09/11/2020.

Jason Burke, “Could Tigray conflict turn Ethiopia into a ‘Libya of east Africa’?, The Guardian, 17/11/2020.

Giulia Paravicini, “Ethiopian troops push for regional capital, rebels promise ‘hell’, Reuters, 11/2020. 

Associated Press, “Ethiopia’s Tigray leader confirms firing missiles at Eritrea as confict esclates, EuroNews, 15/11/2020. 

Nizar Manek, Mohamed Kheir Omer, “Sudan Will Decide the Outcome of the Ethiopian Civil War, Foreign Policy, 14/11/2020. 

Ethiopia says its forces are ‘closing in’ on Tigray capital, Al-Jazeera, 19/11/2020

Amnesty International. 2019. Ethiopia: Investigation reveals evidence that scores of civilians were killed in massacre in Tigray state, 12/11/2020.

Andres Schipani, David Pilling, “Tigray crisis: ‘They know how to fight and they can do it ’til the end’, Financial Times, 15/11/2020.

Protect civilians, UN rights chief tells warring parties in Ethiopia’s Tigray region, UN News, 24/11/2020. 

OCHA. 2020. Ethiopia – Tigray Region Humanitarian Update, 23/12/2020.

Ethiopia PM says Tigray operation over after army seizes Mekelle, Al-Jazeera, 28/11/2020.

Ethiopia: UN refugee agency calls for ‘unfettered access’ to Tigray, UN News, 11/12/2020.

 

 

Editing a cura di Niki Figus.

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