Etiopia, Egitto e Sudan: la disputa sulle acque del Nilo

di Eleonora Copparoni ed Enrico La Forgia

L’acqua è una risorsa preziosa, tanto più nelle zone aride dell’Africa. Nell’area Nord orientale del continente, il Nilo è senza dubbio la maggiore fonte di approvvigionamento. Si tratta di uno dei due fiumi più lunghi del mondo – si contende il titolo con il Rio delle Amazzoni – e attraversa i confini di sette Stati (Egitto, Sudan, Sud Sudan, Uganda, Tanzania, Ruanda, Burundi), ma il suo bacino idrogeografico comprende anche Etiopia, Kenia, Eritrea e Repubblica Democratica del Congo. 

L’utilizzo delle sue acque è stato regolato da trattati sin dai tempi del dominio coloniale. Il primo è datato 1902, quello successivo 1929: molto simili tra loro, i due testi, firmati da Egitto e Inghilterra – come portavoce del Sudan colonizzato – garantivano all’Egitto una posizione privilegiata. In particolare, l’accordo del 1929 concedeva all’Egitto la possibilità di utilizzare 48 miliardi di metri cubi di acqua, mentre al Sudan ne garantiva solo 4 miliardi. In più, l’Egitto poteva porre il veto su tutte le decisioni che riguardassero progetti di costruzione di infrastrutture nel bacino del Nilo che avrebbero potuto recargli danno. 

Dal 1959, il vecchio trattato è stato sostituito da un accordo tra l’Egitto e l’ormai indipendente Sudan: il nuovo testo prevede una regolamentazione molto simile a quella redatta in periodo coloniale. 

La costruzione della diga e la posizione dell’Etiopia 

Renaissance Dam

Il riaccendersi delle tensioni per la gestione delle acque del Nilo è dovuto all’annuncio fatto dall’Etiopia nel 2011, quando comunicò di avere un un piano per la costruzione di una diga nel Nord del Paese (a 40km dal confine con il Sudan), la Grand Ethiopian Renaissance Dam.  Secondo le previsioni iniziali il progetto si sarebbe dovuto concludere nel 2017, ma è stato annunciato a inizio 2019 che i lavori si protrarranno fino al 2022, a causa di ritardi amministrativi e finanziari. 

Le motivazioni che hanno spinto il governo di Meles Zenawi – l’allora primo ministro etiope – al lancio del progetto della diga erano numerose: alcune erano retaggio di un passato di esclusione dagli accordi sulla gestione delle acque (che vengono per questo rinnegati dall’Etiopia), altre erano di carattere politico, e altre ancora di natura economica.

Il progetto fu inserito nel Growth and Transformation Plan del periodo 2010-2015 come strumento che avrebbe contribuito alla crescita del Paese verso lo stato di media potenza. Da una parte, la diga avrebbe permesso di ridurre gli effetti dell’imprevedibile clima etiope, che è spesso causa di scarsi raccolti dovuti a periodi di siccità o – al contrario – di inondazioni, e che di conseguenza aumenta la vulnerabilità delle popolazioni; dall’altra, la diga sarebbe stata utilizzata come fonte di produzione di energia idrica, destinata sia all’uso domestico che all’esportazione nei Paesi limitrofi. 

In più, l’allora primo ministro era stato contestato alle elezioni del 2005, durante le quali l’opposizione era riuscita a guadagnare terreno. Per sedare gli animi dei suoi oppositori, la repressione non era sufficiente. Meles Zenawi e i suoi consiglieri capirono quindi che solo un grande progetto sarebbe stato in grado di far loro riacquistare il supporto della popolazione, soprattutto se sostenuto dalla promessa che sarebbe stato interamente finanziato da capitali nazionali. Tuttavia, ad oggi, alcuni lavori sono stati commissionati a compagnie cinesi e il progetto ha, quindi, perso  tale caratteristica. 

Nonostante le buone intenzioni di Meles Zenawi, alcuni esperti hanno rilevato evidenti problemi nel progetto, che sembra non sfruttare al meglio le potenzialità del Nilo Azzurro. 

Gli effetti economici sull’Egitto

Ovviamente, la costruzione della Grand Ethiopian Renaissance Dam ha delle conseguenze politiche anche nei confronti dei Paesi non confinanti. E’ il caso dell’Egitto, che vede nella realizzazione del progetto infrastrutturale etiope una minaccia alla propria stabilità interna. A suscitare le preoccupazioni dei governi egiziani succedutisi dal 2011 è, in particolar modo, la sicurezza alimentare del Paese. Infatti, se da un lato la costruzione dell’opera risolverebbe il problema energico in Etiopia, dall’altro diminuirebbe notevolmente il volume delle acque del Nilo. Quest’eventualità risulterebbe tragica per la produzione agricola egiziana e il mercato alimentare interno. 

Di fatto, si stima che, a opera compiuta, le terre arabili d’Egitto diminuirebbero del 60% – oltre al 25% già dichiarato inutilizzabile dalle autorità. Inoltre, il ministero dell’Agricoltura del Cairo ha dichiarato che la produzione di grano del 2018 è risultata inferiore di 350.000 tonnellate rispetto all’anno precedente. Nel tentativo di non farsi cogliere impreparato, il governo egiziano ha quindi provveduto all’importazione di più di 1 milione di tonnellate di grano dall’Ucraina e dalla Russia, e 38.000 tonnellate di riso dalla Cina. 

Oltre all’allarmante situazione alimentare, il governo egiziano dovrà anche affrontare una probabile crisi energetica. Infatti, la costruzione della diga etiope influirebbe sul volume delle acque del lago Nasser, sul quale si basa buona parte della produzione elettrica d’Egitto. Una diminuzione delle acque impedirebbe il funzionamento delle turbine idroelettriche della High Dam, rendendo inutile una delle opere infrastrutturali più importanti del Paese arabo.

I risvolti connessi all’economia egiziana fanno ben intuire la tensione che si è instaurata tra i piani alti de Il Cairo. La costruzione della Renaissance Dam potrebbe far vacillare la potenza regionale d’Egitto, da sempre legata al Nilo. Non a caso, quando iniziarono i lavori, l’allora presidente egiziano Morsi disse: “Se la nostra porzione di acque del Nilo diminuirà, il nostro sangue sarà l’alternativa”. 

Un’opportunità di sviluppo per il Sudan

Nonostante le iniziali avversioni al progetto, il Sudan è stato presto persuaso dalle ragioni fornite dall’Etiopia circa l’utilità della diga per Khartoum. In effetti, la gestione del flusso da parte dell’Etiopia eliminerebbe il rischio di esondazioni nei territori sudanesi e permetterebbe, quindi, di risparmiare denaro che potrebbe essere destinato all’espansione del settore agricolo. Inoltre, il Sudan potrebbe acquistare energia idrica dall’Etiopia, diminuendo i costi rispetto al produrla autonomamente anche in questo caso. 

L’unico aspetto che spaventa Khartoum è la vicinanza geografica della diga al proprio confine: se ci dovessero essere errori nella costruzione o dei casi di malfunzionamento, gli effetti ricadrebbero anche sul Sudan. 

Le trattative Egitto-Etiopia-Sudan

Nonostante la tensione, i vari esecutivi egiziani non hanno mai smesso di cercare – quanto meno – un accordo con le altre parti in causa. Pilastro della posizione egiziana è l’accordo stipulato con il Sudan nel 1959, nel quale è stabilita la suddivisione della acque del Nilo. In particolare, nel testo si legge che all’Egitto spettano 55.5 miliardi di metri cubi di acqua, mentre al Sudan 18.5 miliardi.

Considerato di fondamentale importanza, l’accordo con il Sudan è stato anche inserito nella Costituzione egiziana, all’articolo 44: “Lo Stato si impegna a proteggere il fiume Nilo, mantenendo i diritti storici dell’Egitto a ciò, razionalizzando e massimizzando i suoi benefici, non sprecando la sua acqua o inquinandola. Lo Stato si impegna a proteggere la sua acqua minerale, adottare metodi appropriati per raggiungere la sicurezza dell’acqua e sostenere la ricerca scientifica in questo campo”.

Tuttavia, è bene sottolineare che il Sudan non è più soddisfatto di questo trattato e che, da anni ormai, punta a una rinegoziazione. Inoltre, viene spesso contestata l’assenza dell’Etiopia nell’accordo, che ne comprometterebbe la validità.

Stessa situazione per il Cooperative Framework Agreement. Promosso dalla Nile Basine Initiative (un forum multilaterale supportato dalla Banca Mondiale creato nel 1999, al quale partecipano tutti i Paesi del bacino del Nilo), questo accordo è stato firmato – a partire dal 2010 – da Etiopia, Burundi, Ruanda, Kenya, Tanzania e Uganda, ma non da Egitto e Sudan. 

Questo iniziale blocco diplomatico ha spinto l’Egitto a cercare altre soluzioni nel tentativo di fermare – o almeno di rallentare – la costruzione della Reinaissance Dam. Scartata fin da subito l’opzione militare per ovvie ragioni (inviare una task-force in territorio etiope avrebbe probabilmente aperto una pericolosissima crisi diplomatica nella regione), l’Egitto ha poi valutato altre opzioni. Tra queste, vi era la possibilità di esercitare una serie di pressioni su UE e Cina nel tentativo di rallentare l’arrivo di materiale e fondi in Etiopia, anch’essa scartata a causa degli scarsi risultati.

Infatti, per quanto possa sembrare strano, nonostante l’avversità al progetto da parte del governo egiziano, aziende private e banche hanno invece optato per investire nell’infrastruttura, creando conflittualità anche all’interno del Paese.   

Nonostante il fallimento delle passate trattative e le attuali tensioni, vi sono segnali positivi. A far ben sperare, è il nuovo primo ministro etiope Abiy Ahmed, eletto nel 2018, organizzatore di diversi incontri con le autorità egiziane. Infatti, il 15 maggio 2018, i tre governi di Etiopia, Egitto e Sudan hanno raggiunto l’intesa per la formazione di un comitato scientifico che coinvolga tutti e tre gli attori regionali. L’obiettivo dell’équipe di ricercatori sarà quello di calcolare e studiare l’impatto dell’opera sul Nilo, e sull’ambiente regionale in generale. Supportata dall’UE e dalle istituzioni internazionali, quest’iniziativa potrebbe dare certezze sull’evoluzione della situazione, oltre che sul da farsi per trovare una soluzione trilaterale.

Primo ministro etiope Abiy Ahmed

Se è vero che è necessario trovare un accordo tra i tre protagonisti, è anche vero che una soluzione in seno alla NBI sarebbe ancora più auspicabile.  Infatti, mentre gli accordi tripartiti hanno l’obiettivo di sedare le dispute tra Etiopia, Sudan ed Egitto, la NBI guarda all’intera regione bagnata dal Nilo e tiene in considerazione le posizioni di tutti i Paesi che la compongono. Tramite il canale della NBI, si potrebbe trovare un soluzione che accontenti tutti, evitando future dispute 

Infine, un aspetto da tenere in considerazione è la momentanea assenza di un governo civile in Sudan. La resa di al-Bashir ai militari – in seguito a mesi di protesta per le strade delle maggiori città del Paese – avrà ricadute sulla discussione riguardo alla diga? Il governo che succederà ad al-Bashir manterrà la posizione a favore della costruzione della diga, o renderà ancora più difficile trovare un accordo? 

Fonti e approfondimenti

International Crisis Group, “Bridging the Gap in the Nile Water Dispute”, Africa Report, N°271, 20 marzo 2019

The Tahir Institute for Middle Eastern Policy, “Grand Ethiopian Renaissance Dam”, 2018

Ying Zhang, Paul Block, Michaela Hammond, Andrew King, “Ethiopia’s Grand Renaissance Dam: Implications for Downstream Riparian Countries”, Journal of Water Resources Planning and Management, febbraio 2015

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