Etiopia: rivolte, vuoti di potere e stato di emergenza

Il 15 febbraio scorso il Primo Ministro etiope Hailemariam Desalegn ha deciso di rassegnare le sue dimissioni e di mettere fine al suo incarico come capo di governo e al suo compito all’interno della coalizione al potere. Di risposta, il 17 febbraio, lo stesso governo che era da lui capeggiato ha dichiarato lo stato di emergenza per voce del Ministro della Difesa Siraj Fergessa. L’istituto rimarrà attivo per sei mesi.

Nelle righe che seguono cercheremo di analizzare la situazione politica etiope, le disposizioni costituzionali che ne regolano il funzionamento, in particolare quelle riguardanti lo stato di emergenza, e le spaccature sociali che corrodono il Paese.

Le dimissioni di Hailemariam Desalegn sono arrivate come un fulmine a ciel sereno. Tutti in Etiopia erano consapevoli delle pessime condizioni in cui versava il Paese, ma nessuno si aspettava una mossa così drastica. Il motivo principale è che le dimissioni spontanee di un capo di governo, in Africa sono più uniche che rare; solitamente è necessario che il soggetto venga messo all’angolo dal suo stesso partito, come è successo a Zuma in Sudafrica poche settimane fa, prima di arrendersi e lasciare la scena a qualcun altro.

Il motivo principale delle dimissioni è di certo la ribellione in atto da ormai tre anni a sud nella parte centrale del Paese. Per capirne le radici è necessario fare una veloce analisi della società etiope. All’interno dei confini dello stato convivono numerose etnie: la maggioranza della popolazione, il 35%, appartiene al gruppo oromo, un altro 26% è invece di etnia amhara, mentre i tigray rappresentano il 6%. 

Dopo la caduta del governo marxista nel 1991, e con la promulgazione di una nuova costituzione nel 1995, si è deciso di creare un sistema chiamato federalismo etnico: i territori statali sono stati divisi in regioni che rappresentano a grandi linee la divisione etnica e sono state date a ciascuna di esse ampie autonomie in termini politici, amministrativi, economici e culturali. Il principio è previsto dall’art.46 della costituzione che afferma che “La Repubblica Federale Etiope è formata da Stati” e che “Gli Stati devono essere delimitati sulla base degli schemi di insediamento, della lingua, dell’identità e del consenso dei popoli in causa”.

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La situazione che in realtà si è creata, però, non rispecchia esattamente ciò che i costituzionalisti avevano previsto. Il potere è rimasto fortemente concentrato nelle mani dei rappresentanti del governo centrale e i dettami costituzionali riguardo il federalismo etnico non sono mai stati realmente applicati. Questa impossibilità di eliminare la forte centralizzazione presente è probabilmente un retaggio del passato marxista-leninista del Paese e dei rappresentanti politici che sono rimasti ancorati a un sistema di governo di quel genere. In questo scenario, la minoranza tigray ha progressivamente ampliato il suo potere politico in seno al governo centrale creando un ambiente in cui la maggioranza ha uno spazio ridotto. Non solo, anche il settore militare è stato da essi fortemente egemonizzato.

In aggiunta, la volontà di sviluppare economicamente il Paese si è tradotta in quello che la classe politica chiama ancora oggi Democratic Developmental StateConiato dal vecchio Primo Ministro Meles Zenawi, il termine definisce uno stato fondato su basi democratiche, descritte nella costituzione, che usa un sistema economico interventista, in cui il settore pubblico e quello privato collaborano per lo sviluppo. Forte interesse viene posto sul settore agricolo che impegna la maggior parte della popolazione etiope.

E ancora, dopo l’11 settembre, l’Etiopia, che intrattiene ormai da decenni stetti rapporti con gli Stati Uniti, tanto che si crede che la presidenza Bush abbia appoggiato l’invasione etiope della Somalia avvenuta nel 2006, è diventata il baluardo della lotta al terrorismo in Africa. In particolare nel 2009, quando il Primo Ministro era ancora Meles Zenawi, il governo ha emanato l’Anti Terrorist Proclamation. L’atto è stato utilizzato dal 2012 come mezzo di repressione del dissenso politico: a seguito della dichiarazione di Zenawi in cui egli sostiene che Al Qaeda operi nella regione degli oromo, numerosi rappresentanti politici e giornalisti appartenenti a tale gruppo etnico sono stai incarcerati e alcuni di loro, ad oggi,  non sono ancora usciti di prigione. Dopo il cambio di guardia del 2012, seguito alla morte del Primo Ministro, sostituito da Hailemariam Desalegn, le cose non sono migliorate.

Le Rivolte

In uno scenario come questo era prevedibile che qualcuno prima o poi si sarebbe mosso per far valere i propri diritti. Nel 2015 sono scoppiate le prime rivolte nella regione degli oromo. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato l’annuncio della volontà del governo di applicare un piano di espansione per la capitale Addis Ababa; il problema è che la città si trova nei territori della regione degli oromo, i quali, già vittime di confisca delle terre durante il periodo imperiale di Selassie e ancora sotto il governo dei Derg, hanno temuto una nuova confisca. La prima loro richiesta è stata quindi l’abbandono del piano di espansione, a cui si è aggiunta la domanda di riforme sociali e politiche e la liberazione dei prigionieri politici incarcerati con la scusa dell’atto anti-terrorismo. 

Poco dopo, le proteste sono scoppiate anche nella regione degli amhara: sono stati loro a denunciare lo sproporzionato peso che il gruppo politico dei tigray, il Tigray People’s Liberation Front, ha acquisito all’interno della coalizione di governo.

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A detenere il potere è infatti, fin dal 1995, una coalizione chiamata Ethiopian People’s Revolutionary Democratic Front, di cui fanno parte l’appena menzionato gruppo tigray, l’Ahmara National Democratic Movement, l’Oromo People’s Democratic Organization e il Southern Ethiopian People democratic Movement.

Per fermare le rivolte, dopo svariati episodi di dura repressione, il governo aveva dichiarato lo stato d’emergenza già nel 2016 per una durata di dieci mesi, fino all’agosto 2017. La situazione attuale testimonia che l’uso della forza non sta portando i frutti sperati dalla coalizione di governo, così come non li ha portati la liberazione di qualche migliaia di prigionieri politici utilizzata come “contentino” per i dimostranti lo scorso gennaio.

Lo stato di emergenza

Ma la classe politica sembra avere gli occhi coperti e non cambia linea: il Ministro della Difesa Siraj Fergessa  ha dichiarato lo stato di emergenza per un periodo di sei mesi, affermando  che l’obiettivo di esso è proteggere la costituzione, il paese e il popolo. 

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La costituzione prevede, all’art.51 comma 16, che il Governo possa dichiarare e istituire lo stato di emergenza in tutto il territorio nazionale o in parte di esso. E’ poi l’art. 93 a delineare i termini in cui lo stato di emergenza può effettivamente essere dichiarato, la sua durata e i poteri che il Consiglio dei Ministri acquisisce grazie a esso.

L’articolo afferma che “in caso di invasione esterna, di attacco che metta in pericolo l’ordine costituito e che non possa essere controllato dalle regolari forze di sicurezza, di disastro naturale o di epidemia” il Consiglio dei Ministri del Governo Federale ha il potere di dichiarare lo stato di emergenza, il quale deve essere approvato dalla Camera di Rappresentanza dei Popoli entro 48 ore, in caso la sessione sia aperta, entro 15 giorni in caso contrario. Lo stato di emergenza può durare sei mesi e può essere rinnovato ogni quattro mesi con l’approvazione di due terzi dei deputati.

Il Consiglio dei Ministri deve avere, durante il periodo eccezionale, “tutti i poteri necessari a proteggere la pace e la sovranità del paese e a mantenere la sicurezza pubblica, l’ordine e il rispetto della legge”; l’esecutivo può sospendere diritti politici e democratici, come nel caso della dichiarazione dello scorso 17 febbraio che sospende o restringe la libertà di espressione, di manifestazione e di associazione, previste dagli art, 29, 30 e 31.  In nessun caso però possono essere modificate la forma di stato e di governo, né limitati il diritto all’uguaglianza davanti alla legge e i mezzi di espressione dell’identità dei vari gruppi etnici. In più, i trattamenti inumani rimangono materia intoccabile.

La questione che si pone in questi giorni è: si hanno nel caso specifico dell’Etiopia delle ultime settimane i termini per la dichiarazione dello stato di emergenza? Si è verificato uno degli eventi previsti dal primo comma dell’art. 93? Molti esperti dicono di no. La situazione non è grave abbastanza, ma lo stato eccezionale è un “ottimo” metodo per tollerare azioni solitamente illegali che l’esecutivo crede utili alla risoluzione dei problemi del sud del Paese.

Riflessioni e prospettive future

Il filosofo Giorgio Agamben definisce lo stato di eccezione come un ambiente spazio temporale, previsto dalla legge, in cui la legge è sospesa, in cui l’ordine costituito è libero di utilizzare tutta la sua potenza. Uno strumento quindi legittimo tanto quanto pericoloso. Soprattutto in uno stato in cui i cittadini manifestano da anni perché si sentono privati dei loro diritti, la restrizione delle loro libertà non rappresenta di certo il mezzo abile a  placarne gli animi.

L’Etiopia si trova però ora in un momento di transizione e se la classe politica riuscisse a scegliere la giusta strada da percorrere potrebbe rendere concreto e funzionante il sistema democratico in parte già previsto dalla costituzione. La soluzione più sperata, almeno da parte dei manifestanti oromo e amhara, che hanno creato durante questi tre anni delle reti di comunicazione e collaborazione, sarebbe la scelta di un Primo Ministro proveniente da uno dei due gruppi (probabilmente oromo, essendo questi più numerosi). Allo stesso tempo però il nuovo capo del governo dovrà essere in grado di ritrovare l’ormai perduta legittimazione popolare e di ottenere il sostegno di tutti quattro i partiti che formano la coalizione di governo all’interno della quale le dimissioni di Hailemariam Desaleign hanno scatenato non poche discussioni.

La scelta di un Primo Ministro oromo, non sarebbe comunque sufficiente a fermare le proteste, ma se questi fosse poi in grado di applicare le giuste riforme, il Paese avrebbe buone speranza per un futuro prossimo più sereno.

 

Fonti e Approfondimenti:

https://www.aljazeera.com/indepth/opinion/2013/07/2013714133949329934.html

http://news.bbc.co.uk/2/hi/programmes/newsnight/9556288.stm

http://gadaa.com/OromoStudies/

https://www.africaportal.org/features/ethiopias-distinct-path-development-help-china/

https://www.aljazeera.com/programmes/insidestory/2018/02/triggered-unrest-ethiopia-180217185056520.html

https://www.aljazeera.com/news/2018/02/ethiopia-mass-protests-rooted-country-history-180219130441837.html

https://www.aljazeera.com/news/2018/01/ethiopia-free-thousands-oromo-political-detainees-180127111131976.html

BIZUAYEHU DABA and FESSEHA MULU (2017) Incorporating ‘‘Democratic Developmental State Ideology’’ into Ethiopia’s Ethnic Federalism – A Contradiction?, ÜNİVERSİTEPARK Bülten Bulletin, Volume 6, Issue 1, pp. 109–117

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