Polveriera etiope: crisi umanitaria e ripercussioni economiche del conflitto

Guerra del Tigray
Immagine di Armando D'Amaro - Lo Spiegone

Nel corso del progetto “Polveriera etiope” abbiamo esplorato le ricadute nazionali, regionali e internazionali della guerra scoppiata nel Tigray. Prima di avviarci alla conclusione, torniamo per un momento al giugno del 2018, quando l’Etiopia ancora veniva considerata un modello di sviluppo e democratizzazione per l’intero continente.

Dal 1999 al 2018, Il PIL nazionale aveva galoppato a un tasso annuo medio del 10%, trainato dai grandi investimenti infrastrutturali ed energetici, dall’imponente crescita demografica, dall’aumento della produzione agricola e industriale e delle esportazioni. Le proteste scoppiate nel 2014, che per quattro anni avevano minato la stabilità del governo federale di Addis Abeba, e in particolare il monopolio politico detenuto dal Fronte popolare di liberazione del Tigray (TPLF), si placavano con l’elezione del giovane e carismatico leader del Partito democratico oromo (ODP), Abiy Ahmed Ali. Gli investitori internazionali venivano incoraggiati dal clima di stabilità che si tornava a respirare nel Paese e dalle opportunità di un mercato in forte crescita produttiva. Il nuovo Primo ministro garantiva un programma volto al cambiamento, alla pace e all’apertura politica ed economica. La fine della guerra con l’Eritrea e la scarcerazione dei prigionieri politici davano prova della serietà dell’impegno. La transizione riceveva il beneplacito della comunità internazionale, che approvava gli sforzi verso la stabilizzazione e la pacificazione dell’Etiopia, oltre che i piani per la liberalizzazione di larghi settori dell’economia, ancora improntata al modello dello Stato sviluppista

L’inversione di tendenza

Nel corso del 2020, l’effetto combinato della pandemia e della guerra scoppiata tra l’esercito federale etiope e il TPLF ha segnato un’inversione di tendenza rispetto ai molti progressi compiuti in campo politico, economico e sociale negli ultimi vent’anni. Il più grave fardello del conflitto è caduto sulle spalle dei civili, vittime di violenze sommarie, massacri, discriminazioni, umiliazioni e stupri di massa. L’Ufficio per gli affari umanitari (OCHA) delle Nazioni unite calcola che oggi, solo nel Nord del Paese, siano oltre 13 milioni le persone che necessitano di urgente assistenza umanitaria

Il Programma alimentare mondiale delle Nazioni unite (WFP) ha stimato all’inizio di giugno che almeno 400 mila tigrini si trovino in serio pericolo di vita per la scarsità di cibo. Il Tigray è però sottoposto, quasi ininterrottamente dall’inizio del conflitto, a un blocco dei movimenti, dei trasporti e delle comunicazioni, che ostacola l’ingresso di beni alimentari, medicinali, carburante e degli operatori di soccorso internazionale. Secondo il rapporto del 27 giugno dell’OCHA, dopo tre mesi di completo isolamento, dal primo aprile 23 convogli (2987 camion) hanno raggiunto la regione, carichi di oltre 122 milioni di tonnellate di aiuti. Anche se un’altra parte più marginale di approvvigionamenti ha raggiunto il Tigray via aereo, l’offerta fatica a stare al passo della domanda. È di particolare urgenza l’arrivo di semi e fertilizzanti per la semina, essenziale per scongiurare l’aggravarsi della crisi alimentare nei prossimi mesi. La situazione è, infatti, già compromessa dalla mancata coltivazione dei campi, conseguenza del conflitto, e dalla riduzione delle importazioni di grano ucraino, che per l’Etiopia rappresenta una fetta consistente di approvvigionamenti. A ciò si aggiunge l’aumento dei prezzi del grano, provocato dal conflitto russo-ucraino.

Da più parti, il governo viene accusato di attuare una vera e propria pulizia etnica nei confronti della popolazione tigrina, mediante il blocco degli aiuti umanitari, arresti arbitrari e vere e proprie esecuzioni extragiudiziarie. Insinuazioni rigettate dal Primo ministro Ahmed, che nega ogni genere di discriminazione e violenza contro civili e che invece attribuisce la responsabilità del blocco umanitario al TPLF. 

Il diffondersi dell’instabilità

Non è solo l’Etiopia settentrionale a trovarsi in condizioni di estrema precarietà sociale, economica e securitaria: negli ultimi tre anni l’instabilità si è diffusa a macchia d’olio nell’intero Paese. Alla fine del 2019, le proteste si sono riaccese nella regione dell’Oromia, che si estende attorno alla capitale per una superficie paragonabile a quella della Germania. Il malcontento dilaga tra i giovani oromo e tra le correnti politiche che più aspramente avevano criticato il monopolio di potere detenuto in passato dal TPLF. Questi gruppi confidavano in Abiy Ahmed affinché ponesse fine alla storica marginalizzazione politico-sociale dell’etnia maggioritaria, corrispondente a circa il 35% dell’intera popolazione etiope. Nell’agosto 2021, la frangia armata del Fronte di liberazione oromo, l’Esercito di liberazione oromo (OLA), ha stretto un’alleanza con il TPLF per far cadere il governo di Ahmed. 

La regione occidentale del Benishangul è stata, negli ultimi due anni, teatro di diversi attacchi terroristici, condotti da milizie e gruppi armati spesso non identificati, che hanno provocato centinaia di vittime. L’ultimo, risalente al 2 marzo scorso, ha colpito un convoglio civile e la sua scorta militare a Metekel, causando 53 morti. La stabilità di questa regione è una faccenda piuttosto delicata per il governo, dal momento che ospita la più potente centrale idroelettrica del continente, la Grande diga del rinascimento etiope (GERD), entrata in funzione lo scorso febbraio. 

Debito pubblico e inflazione

Nonostante il conflitto, le ripercussioni della pandemia e del clima di instabilità politica e sociale, la crescita economica dell’Etiopia non si è arrestata, anche se ha mostrato preoccupanti segnali di cedimento. Il PIL, che nel 2019 cresceva a una percentuale annua dell’8,4%, ha rallentato il passo, attestandosi a un tasso del 6,1% nel 2020 e del 5,6% nel 2021. In base alle stime della Banca africana dello sviluppo (AfDB), il PIL crescerà ancora nel 2022 del 4,8% annuo, ma, secondo gli analisti, il mantenimento di alti tassi di crescita potrebbe riflettere l’onda lunga delle riforme attuate in passato e celare importanti fattori di criticità. 

I principali campanelli di allarme per la salute economica del Paese sono rappresentati dal debito pubblico e dall’effetto combinato dell’inflazione e dell’aumento della spesa pubblica, strettamente connessi alla crescente instabilità politica e al conflitto. 

Dal 2017 al 2018, il rapporto tra debito pubblico e PIL è cresciuto dal 35% al 60%, attestandosi nel 2021, secondo la Banca africana dello sviluppo, al 57,8%. A prima vista, la situazione debitoria del Paese può non apparire così preoccupante – magari per noi italiani, abituati a convivere con un alto rapporto debito pubblico/PIL, oggi al 134%. Cionondimeno l’Etiopia figura nella lista dei cinque Paesi più gravemente indebitati del continente, stilata dalla Standard Bank Group di Johannesburg, insieme a Ghana, Kenia, Angola e Zambia. Il problema risiede in quella parte del debito, pari a circa il 33% del PIL, detenuta da creditori stranieri in valuta straniera

Il mantenimento di una larga fetta di debito pubblico estero espone il Paese a maggiori rischi derivanti dalle oscillazioni del mercato delle valute. Nel corso del 2020, guerra e pandemia hanno prodotto la tempesta perfetta: perdita di valore del Birr etiope nei confronti del dollaro, riduzione delle riserve di valuta estera a causa del crollo delle esportazioni, aumento della spesa pubblica e del costo delle merci importate. Quest’ultime hanno generato un’impennata dell’inflazione (l’aumento generalizzato dei prezzi), che quell’anno ha raggiunto il 20% e che lo scorso aprile, a causa dello scoppio del conflitto russo-ucraino e del conseguente aumento del costo delle materie prime, ha toccato il 36,6%, il valore più alto degli ultimi dieci anni.  

L’adesione al Common Framework – un programma concepito in seno al G20 per alleviare il debito pubblico delle più vulnerabili economie in via di sviluppo – ha permesso una sospensione dal pagamento di 72,65 milioni di dollari nel primo quadrimestre del 2021. Tuttavia, il processo di ristrutturazione del debito si è al momento arenato, a causa di divergenze interne alla comunità dei creditori internazionali attorno alla gestione del credito privato. L’assenza di una chiara posizione in merito ha portato l’agenzia Moody’s a declassare il rating del Paese (l’indicatore dell’affidabilità e solidità finanziaria), provocando ulteriori preoccupazioni tra i mercati esteri e la perdita di valore dei titoli di Stato etiopi

Il successo della controffensiva non sarà la pace

Dopo la controffensiva lanciata da Abiy Ahmed in novembre, i ribelli hanno abbandonato gli avamposti conquistati nelle regioni Afar e Amhara, per arroccarsi a Nord. Le forze tigrine si trovano ora circondate dall’esercito federale etiope, dalle forze di sicurezza eritree e dalle milizie amhara e afar. 

Essendo in gioco la sua stessa sopravvivenza e non disponendo di spazio di negoziazione politica, il TPLF non ha ragioni per deporre le armi. Allo stesso tempo, il governo di Abiy Ahmed non può permettersi di abbassare la guardia, dato che già una volta, un anno fa, il TPLF è stato in grado di riorganizzarsi e allargare le operazioni alle regioni vicine, fino a minacciare direttamente la capitale Addis Abeba. La prospettiva di un cessate il fuoco è ancora remota, mentre i ribelli vengono paragonati a un “cancro”, o a “erbacce”, da estirpare per preservare la salute del resto del corpo, la nazione etiope.  

A dipendere dalla conclusione del conflitto non sono solo centinaia di migliaia di persone che oggi in Etiopia soffrono la fame e la malnutrizione e rischiano la vita in mezzo a una guerra. In gioco c’è la stabilità stessa dello Stato etiope e la tenuta della sua economia. 

 

 

 

Fonti e approfondimenti 

AddisFortune. 19/02/2022. “Responding to Ethiopia’s Macroeconomic Achilles’ Heel”. 

African Development Bank Group. 2022. African Economic Outlook 2022.

Fick, Maggie, Miriri, Duncan, “A Year of warin Ethiopia batters investors and citizens”, Reuters, 16/12/2021. 

Lawder, David, “IMF says it is engaging with Ethiopia but not holding talks on loan program”, Reuters, 04/11/2021. 

Plaut, Martin, “Famine in Ethiopia: The roots lie in Eritrea’s long-running feud with Tigrayans”, The Conversation, 09/05/2022. 

Seleshie, Loza, “Can Ethiopia restructure its debt in the midst of civil war?”, The Africa Report, 02/08/2021. 

The Guardian. 18/05/2022. “Learn lessons of Rwandan genocide and act now to stop Ethiopian war UN urged”.

Walsh, Declan, Dahir, Abdi Latif, “Why is Ethiopia at war with itself?”, New York Times, 16/03/2022. 

 

 

 

Editing a cura di Beatrice Cupitò

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