Chi era Abe Shinzo, Primo ministro che cambiò il Giappone

Shinzo Abe, rappresentante della abenomics, ad un meeting con Putin
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Venerdì 8 luglio 2022, l’ex Primo ministro giapponese Abe Shinzo, 67 anni, è stato ucciso durante un comizio elettorale nella cittadina di Nara. Tetsuya Yamagami, 41 anni, ex membro delle Forze di autodifesa marittime – l’equivalente della marina militare – è in stato di fermo con l’accusa di omicidio. L’ex Primo ministro si trovava a Nara per sostenere il candidato locale per le elezioni della Camera alta, in programma per il 10 luglio. In un Paese con un bassissimo tasso di criminalità e un controllo molto stringente sulle armi, la violenza di questo omicidio risulta ancor più difficile da credere.

Abe Shinzo è stato il Primo ministro più longevo della storia giapponese, in carica per un breve – e disastroso – mandato dal 2006 al 2007, per poi essere eletto nuovamente dal 2012 al 2020. Ha terminato i due mandati prima del termine lamentando problemi di salute – ha sofferto per anni di una colite ulcerosa -, ma in entrambi i casi le dimissioni sono arrivate in momenti di caos politico. Conservatore, revisionista e ‘falco’, Abe Shinzo è stato il politico giapponese più decisivo – e allo stesso tempo tra i più controversi – degli ultimi anni.

Figlio di una dinastia politica

Abe Shinzo, figlio di Kishi Yoko e Abe Shintaro, faceva parte di una dinastia politica influente. Il nonno, Kishi Nobusuke, ex Primo ministro, venne arrestato per tre anni – ma mai definitivamente condannato – per ‘crimini contro la pace’ commessi durante la Seconda guerra mondiale, il che lo rendeva un sospetto criminale di guerra di classe A. Il padre era invece un deputato nel distretto di Yamaguchi – nel sud del Giappone – che era stato in precedenza occupato da Abe Kan, nonno paterno dell’ex Primo ministro. 

Abe è cresciuto in un contesto estremamente conservatore e avverso al cosiddetto “sistema del dopoguerra”, ovvero gli accordi stipulati dal Giappone con gli Stati Uniti dopo la sconfitta nella Seconda guerra mondiale, che condizionarono fortemente il ruolo di Tokyo nelle relazioni internazionali. Il nazionalismo di Abe ha radici profonde nella sua storia familiare. Tobias Harris – esperto di Giappone e autore di The Iconoclast (2020), biografia dell’ex Primo ministro – afferma come Abe vedesse il sistema del dopoguerra come un “nemico da sconfiggere per rendere il Giappone di nuovo grande”. Eliminare le restrizioni imposte dall’occupazione statunitense – tra cui l’Articolo 9 della Costituzione, che proiberebbe al Paese di possedere l’esercito – sarebbe stata la sua battaglia politica principale negli anni a venire. 

Nonostante fosse parte di una dinastia politica, Abe iniziò la propria carriera nel settore privato, lavorando a Tokyo e negli Stati Uniti per Kobe Steel. Si affacciò sulla scena politica soltanto nel 1982, diventando assistente esecutivo del padre, nominato ministro degli Esteri nel governo di Nakasone Yasuhiro. Abe venne eletto per la prima volta alla Camera dei rappresentanti nel 1993, nel distretto di Yamaguchi, dopo la morte del padre avvenuta nel 1991. Il trampolino di lancio per la sua carriera politica fu tuttavia il governo di Koizumi Junichiro, il primo di una serie di leader giapponesi appartenenti all’ala più conservatrice del Partito liberaldemocratico. Nei primi anni dell’amministrazione Koizumi, Abe si occupò di politica estera: tra i suoi più grandi successi, vi fu l’ammissione di responsabilità da parte della Corea del Nord sulla questione degli abductees, cittadini e cittadini giapponesi rapiti dal regime di Pyongyang tra gli anni Settanta e Ottanta. 

Il primo mandato: kuki yomenai

Abe venne eletto presidente del Partito liberaldemocratico e successivamente Primo ministro nel settembre 2006. Il primo mandato fu tanto breve quanto disastroso: Abe compose un gabinetto di membri fortemente conservatori prediligendo la vicinanza politica rispetto a figure con  maggiore esperienza ma di orientamento meno conservatore. Inoltre, Abe non fece mistero delle proprie posizioni conservatrici e revisioniste in merito ai crimini di guerra giapponesi  – come la vicenda delle comfort women – e si espresse sulla necessità di combattere una visione della storia ‘masochista’ che vedeva il Giappone come unico responsabile di ciò che è avvenuto durante la seconda guerra mondiale. Le sue posizioni così esplicite su questi temi portarono quasi alla rottura con l’alleato statunitense. 

Un’espressione giapponese che ben sintetizza Abe nel suo primo mandato è “kuki yomenai” (letteralmente “incapace di leggere l’aria”): la sua amministrazione venne travolta da numerosi scandali ed egli fu costretto a dimettersi a settembre del 2007, dopo che il Partito liberaldemocratico perse per la prima volta la maggioranza della Camera bassa. Seppure in quel momento sembrava che Abe fosse soltanto l’ennesimo Primo ministro giapponese di breve durata, egli sarebbe tornato alla carica (e in carica) cinque anni dopo, facendo tesoro delle lezioni apprese.

Il secondo mandato: trasformazioni

Diventato nuovamente guida del partito nel 2012, Abe vinse con facilità le elezioni, nonostante due milioni di voti in meno rispetto alla precedente sconfitta. Le elezioni del 2012 furono segnate dalle conseguenze politiche del disastro di Fukushima, che acuirono la tendenza all’astensionismo e la disillusione della popolazione giapponese nei confronti della politica. 

Una volta organizzato un gabinetto e un sistema di politica estera con figure diplomatiche e politiche di esperienza, Abe si concentrò prima di tutto sulla politica economica, lanciando il piano di ripresa e di stimolo all’economia che sarebbe passato alla storia come Abenomics. Il grande obiettivo rimase comunque quello della riforma costituzionale, che non riuscì mai a raggiungere nonostante avesse i numeri necessari in Parlamento. Tuttavia, i cambiamenti avvenuti in politica di sicurezza durante la seconda amministrazione Abe sono stati molto più significativi di una revisione della Costituzione. Sotto la sua leadership, il Giappone ha istituito il Consiglio per la sicurezza nazionale sul modello statunitense, pubblicato la prima Strategia per la sicurezza nazionale, approvato una legge che ha reinterpretato l’Articolo 9 garantendo il diritto all’autodifesa collettiva. Il ruolo delle Forze di autodifesa – esercito giapponese de facto – è stato ampliato con la legislazione del 2015. Tali cambiamenti, di natura epocale, hanno portato a proteste della popolazione che non si vedevano da anni.

Revisionismo e ideologia conservatrice

Abe era esponente di spicco dell’ala più conservatrice del Partito liberaldemocratico. Oltre al revisionismo, ha ripetutamente espresso posizioni retrograde, misogine e patriarcali per quanto riguarda i diritti sociali. Ad esempio, Abe ha approvato la riforma dei libri di testo – andando a modificare la narrazione delle responsabilità giapponesi nella Seconda guerra mondiale – ed era parte del Nippon Kaigi, gruppo di lobbying ultraconservatore, ultranazionalista e reazionario. Durante i suoi mandati da Primo ministro, ha ripetutamente visitato il tempio Yasukuni, dove si dice riposino i morti caduti per il Giappone, inclusi i criminali di guerra condannati dal Tribunale di Tokyo. Come prevedibile, tali posizioni hanno influito negativamente sui rapporti con la Corea del Sud e la Repubblica Popolare Cinese, nonostante Abe si presentasse come un sostenitore del multilateralismo. Nel corso degli anni, Abe ha sostenuto candidati del Partito refrattari al matrimonio egualitario. Nonostante l’introduzione di Womenomics, Abe è sempre stato contrario alla possibilità che una donna potesse ascendere al ‘trono del crisantemo‘. 

Il Giappone in direzione conservatrice

Abe Shinzo è stato assassinato in un momento in cui, pur non essendo alla guida della nazione, stava ancora esercitando una forte influenza sul Partito liberaldemocratico e sulla politica giapponese. Pur non essendo più primo ministro da ormai due anni, Abe è stato una figura fondamentale per l’elezione di Suga Yoshihide e dell’attuale Primo ministro Kishida Fumio. Diventato da poco capo della fazione più ampia del Partito liberaldemocratico, Abe riusciva ancora a dettare l’agenda e i temi della politica, esprimendo spesso posizioni sempre più controverse. Non da ultimo, ha riportato l’ipotesi di raddoppiare il budget per la difesa dall’1% al 2% del PIL e quella di ospitare testate nucleari statunitensi al centro del dibattito politico. Si tratta di proposte abbastanza remote, soprattutto nel caso delle armi nucleari, considerando l’opposizione della popolazione al nucleare.

Abe ha dato al Giappone una svolta decisa verso una direzione sempre più conservatrice, che ha ristabilito i confini del possibile, soprattutto in materia di politica di sicurezza. La sua morte segna un vuoto fondamentale nel panorama politico giapponese, ma il solco da lui tracciato sarà verosimilmente seguito dagli esponenti del Partito liberaldemocratico negli anni a venire.

Fonti e approfondimenti

Harris, Tobias, “The Iconoclast. Shinzo Abe and the New Japan” Hurst Publishers, 2020.

Hughes, Christopher, W., “Japan’s Foreign and Security Policy Under the ‘Abe Doctrine. New Dynamism or a New Dead End?”, Palgrave MacMillan, 2015.

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