Ricorda 1951: Il trattato di mutua sicurezza tra Giappone e Stati Uniti

Trattato tra Giappone e Stati Uniti
Riccardo Berelli - Remix Lo Spiegone @WorldImaging - Wikimedia Commons - CC BY-SA 3.0

Nel recente incontro tra il presidente degli Stati Uniti Joe Biden e il primo ministro giapponese Suga Yoshihide,  i rapporti bilaterali di sicurezza nel Pacifico sono stati uno dei temi principali affrontati dai due leader. Questa relazione affonda le proprie radici nel trattato di mutua sicurezza – siglato nel 1951 e poi rinnovato nel 1960 – che ha segnato il passaggio del Giappone da nemico ad alleato degli Stati Uniti nel Secondo dopoguerra. 

L’occupazione del Giappone

Al termine della Seconda guerra mondiale, Giappone e Stati Uniti erano tutt’altro che alleati: dopo la resa incondizionata firmata a bordo della USS Missouri nella baia di Tokyo, i territori del Giappone vennero occupati dal 1945 al 1952. Nonostante si parli spesso di occupazione “alleata”, tale operazione fu condotta prevalentemente dagli Stati Uniti, nella persona del Generale Douglas MacArthur, che assunse il titolo di Comandante supremo delle Forze Alleate (SCAP). 

Demilitarizzazione e democratizzazione

Le parole d’ordine dei primi due anni di occupazione furono demilitarizzazione e democratizzazione: gli Stati Uniti intendevano cambiare volto al Giappone, per impedire che potesse nuovamente rappresentare una minaccia per la sicurezza nazionale e internazionale. Lo SCAP smontò pezzo per pezzo l’apparato militare giapponese, demolendo l’industria bellica e i cosiddetti zaibatsu, ovvero grandi conglomerati industriali a gestione familiare che dominavano l’economia giapponese, ritenuti promotori del militarismo. L’apice della demilitarizzazione venne raggiunto nel 1947, quando gli Stati Uniti imposero una nuova costituzione al Giappone, passata alla storia come “costituzione pacifista”.  Con l’Articolo 9 della carta, il Giappone rinunciava al diritto di possedere un esercito e, conseguentemente, alla guerra come mezzo per risolvere le controversie internazionali. 

Il Giappone da nemico ad alleato

Tuttavia, già nel 1947, la percezione statunitense del Giappone cominciò a cambiare. Nel pieno della rivalità ideologica tra i due blocchi del conflitto bipolare, gli Stati Uniti iniziarono a pensare che l’occupazione del Giappone avrebbe servito maggiormente i propri interessi strategici se fosse stata una storia di successo del modello liberale e capitalista. Data la sua posizione strategica, un Giappone forte economicamente e ideologicamente allineato con l’Occidente sarebbe potuto diventare un “baluardo contro il Comunismo in Asia” e un deterrente nei confronti dei vicini sovietici e cinesi. Per questo, gli Stati Uniti decisero di ripensare le riforme portate avanti dallo SCAP, per evitare che compromettessero la ripresa economica del Paese.

In questo contesto, il fattore che più di tutti determinò il passaggio del Giappone da nemico ad alleato degli Stati Uniti fu lo scoppio della guerra di Corea nel 1950, per due motivi. In primis, considerata la loro vicinanza alla penisola coreana, le forze di occupazione di stanza in Giappone vennero chiamate a combattere nel conflitto tra Corea del Nord e Corea del Sud. Inoltre, Washington cominciò a pensare che il territorio giapponese potesse diventare un avamposto strategico per il conflitto, data la posizione nell’Asia-Pacifico. Perciò, emerse da parte statunitense la necessità di concludere un trattato di sicurezza con il Giappone ma anche di cominciare un processo di riarmo del Paese, in modo che fosse in grado di garantire la propria difesa senza utilizzare risorse statunitensi. Sia il trattato, sia la questione del riarmo erano in aperto contrasto con i principi di democratizzazione e demilitarizzazione inizialmente promossi da Washington durante i primi anni dell’occupazione. 

Il trattato di mutua sicurezza del 1951

L’occasione per regolare i rapporti di sicurezza e di difesa tra i due Paesi si presentò nel 1951, quando il Giappone siglò il trattato di San Francisco con altri 49 Paesi, che mise fine all’occupazione del Giappone e restituì a Tokyo la sovranità sui propri territori.

Assieme al trattato di San Francisco, Giappone e Stati Uniti conclusero un accordo bilaterale, il cosiddetto trattato di mutua sicurezza. Nella sempre più serrata competizione tra le due superpotenze, il trattato mise su carta il cambiamento nella loro relazione: da vinto e vincitore, i due Paesi erano diventati alleati. L’accordo – di durata decennale e rinnovabile – era basato su un principio semplice: le truppe statunitensi sarebbero rimaste sul suolo giapponese fintanto che il Giappone non si fosse organizzato per difendere autonomamente il proprio Paese. Come riuscire a farlo rimanendo nei limiti dell’Articolo 9 della Costituzione –  è una questione che, dagli anni Cinquanta, attanaglia i leader conservatori giapponesi ancora oggi. 

Nonostante l’inimicizia si fosse trasformata in alleanza, il trattato predisponeva una relazione bilaterale fortemente asimmetrica: al diritto di Washington di mantenere un distaccamento del proprio esercito sull’isola di Okinawa, non corrispondeva ancora (su carta) il dovere di garantire la sicurezza di un Giappone disarmato, nonostante gli Stati Uniti si fossero arrogati il diritto di intervenire per reprimere le eventuali agitazioni interne al Paese. Tale obbligo di difesa del Giappone da parte degli Stati Uniti divenne esplicito soltanto con la revisione del trattato di mutua sicurezza nel 1960. In cambio, il Giappone concesse all’esercito statunitense una base regionale. Si tratta della base di Futenma sull’Isola di Okinawa, dove ancora oggi è presente un distaccamento dell’esercito statunitense. 

La prospettiva giapponese

Il trattato di mutua sicurezza era funzionale non soltanto per gli interessi strategici di Guerra Fredda degli Stati Uniti: sia l’Articolo 9, sia la presenza militare statunitense sul suolo giapponese prevista dal trattato del 1951 rientravano nella cosiddetta “grande strategia” (grand strategy) per la ripresa dopo la Seconda Guerra Mondiale elaborata dall’allora primo ministro giapponese Yoshida Shigeru. Inoltre, entrambi rispecchiavano anche il sentimento antimilitarista della popolazione giapponese del tempo, che si opponeva a qualsiasi ruolo militare assunto dal Giappone.

La dottrina Yoshida

Dopo la devastante sconfitta, Yoshida riteneva che l’unica priorità del governo dovesse essere la ripresa economica del Paese. Per conseguire tale obiettivo, Yoshida gli identificò tre pilastri, che avrebbero segnato la strategia di politica estera giapponese negli anni a venire, passando alla storia come “dottrina Yoshida”: affidarsi agli Stati Uniti per garantire la sicurezza del Paese, mantenere un basso profilo nelle vicende di politica internazionale e focalizzarsi sugli scambi commerciali internazionali per ricostruire l’economia interna del Paese. Questo segnò un deciso cambio di rotta rispetto al Giappone prebellico: da Paese guerrafondaio ed espansionista, il Giappone sembrava essersi trasformato una nazione orgogliosa della propria costituzione pacifista, prevalentemente interessato alla propria crescita economica. 

Gli oppositori di Yoshida

Al tempo stesso, il Giappone del Secondo dopoguerra era un Paese tutt’altro che omogeneo dal punto di vista politico: varie fazioni erano divise rispetto ai valori di sicurezza, autonomia e pace sui quali si fondava la dottrina Yoshida. Se gli esponenti dei partiti di destra ponevano l’accento sulla necessità del Giappone di ritrovare prestigio sulla scena internazionale anche attraverso il riarmo, gli esponenti dei partiti di sinistra difendevano il processo di democratizzazione portato avanti dagli Stati Uniti, pur avendo una posizione eminentemente antistatunitense in politica estera. 

Uno dei pochi tratti comuni degli oppositori politici di Yoshida, a destra e a sinistra, era il dissenso nei confronti del trattato di sicurezza con gli Stati Uniti del 1951. Questi consideravano inaccettabili le concessioni fatte agli statunitensi, ritenendo che avessero trasformato il Giappone in un “Paese satellite” degli Stati Uniti. In sostanza, gli avversari politici di Yoshida ritenevano che il trattato del 1951 fosse soltanto una moderna variante dei cosiddetti “trattati ineguali”, ovvero i trattati che il Paese era stato costretto a firmare con le potenze occidentali al termine del sakoku. Si tratta di un periodo di circa due secoli in cui il Giappone si chiuse totalmente al mondo esterno, che terminò nel 1853 quando gli americani forzarono l’apertura del Paese.

Alleati sempre meno asimmetrici

Negli anni, la questione dell’asimmetria è stata un nodo centrale nelle relazioni tra Giappone e Stati Uniti, con il primo che è spesso stato definito il “junior ally” (alleato “minore”) del secondo. Con la revisione del trattato nel 1960, il progressivo riarmo del Giappone – che oggi possiede le cosiddette Forze di Autodifesa, uno degli eserciti più avanzati al mondo dal punto di vista tecnologico – l’inizio della partecipazione alle missioni di peacekeeping delle Nazioni Unite, nonché alle esercitazioni di difesa collettiva, Tokyo ha cercato di ritagliarsi un ruolo sempre più significativo all’interno dell’alleanza con gli Stati Uniti. Nonostante ciò, dalla firma del trattato nel 1951 – e in particolare oggi, alla luce della crescente assertività cinese nel Mar Cinese Meridionale e nel Pacifico e della minaccia nucleare nordcoreana – la cooperazione tra Giappone e Stati Uniti in materia di sicurezza e difesa è stata fondamentale nel determinare le sorti della regione dell’Asia-Pacifico

 

 

Fonti e approfondimenti

 

Edström, Bert,  “Yoshida Shigeru and the foundation of Japan’s postwar foreign policy”, Stockholm University, Center for Pacific Asia Studies, 1992.

Hughes, Christopher W. “Japan’s security policy in the context of the US–Japan alliance: The emergence of an “Abe Doctrine””, in Brown, James D.J. e Kingston Jeff, Japan’s Foreign Relations in Asia, 2017.

Maizland, Lindsay  e Xu, Beina, “The U.S.-Japan Security Alliance”, Council on Foreign Relations,  22 agosto 2019.

Potter, Daniel. M., “The evolution of Japan’s postwar foreign policy”, 南山大学国際 教育センター紀要, pp. 31-49, 2008.

Smith, Sheila A., “Japan Rearmed The Politics of Military Power”, Harvard University Press, 2019.

Sugita, Yoneyuki, “The Yoshida Doctrine as a myth”, The Japanese journal of American studies(27), pp. 123-143, 2016.

 

 

Editing a cura di Beatrice Cupitò

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