Il Giappone pacifista cambia rotta: verso l’emendamento dell’articolo 9

Immediatamente dopo la resa nella Seconda guerra mondiale, il Giappone, unico paese del patto tripartito che ancora rappresentava un pericolo per le forze alleate, ha dovuto lavorare ad un nuovo testo costituzionale, che soddisfacesse le condizioni imposte d’Oltreoceano. In altre parole, il Comandante supremo delle Forze alleate in Giappone, Douglas MacArthur, non solo manifestò la volontà di sottrarre all’Imperatore, responsabile degli orrori della guerra, l’importante ruolo politico, ma si espresse favorevolmente all’introduzione di un articolo costituzionale che rendesse inoffensivo il Giappone nel lungo periodo.

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Il ben noto articolo 9 della Costituzione giapponese, ideato ed emendato dai legal advisors delle Forze alleate, recita così:

“Aspirando sinceramente ad una pace internazionale fondata sulla giustizia e sull’ordine, il popolo giapponese rinunzia per sempre alla guerra, quale diritto sovrano della Nazione, ed alla minaccia o all’uso della forza, quale mezzo per risolvere le controversie internazionali.

Per conseguire, l’obbiettivo proclamato nel comma precedente, non saranno mantenute forze di terra, del mare e dell’aria, e nemmeno altri mezzi bellici. Il diritto di belligeranza dello Stato non sarà riconosciuto.”

Con chiarezza cristallina, in pratica, non si riconosceva spazio alcuno al Giappone per la guerra, configurando, di fatto, un regime di totale dipendenza, in termini di sicurezza, dalle forze straniere. A partire dalla seconda metà del 1949, non vi era dubbio che tale forza esterna fossero gli Stati Uniti d’America.

La globalizzazione delle sfide, la nascita di nuove forme internazionali di violenza e la volontà di mantenere fede ad un rapporto, certamente impari, ma di grande importanza con Washington, ha condotto i governi giapponesi a riflettere più volte sulla possibilità di una riforma costituzionale che intervenisse sulla neutralizzazione prevista dall’articolo 9.

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A ben vedere, la tattica impiegata da Nakasone, e dai successivi leader più conservatori, del Partito liberal democratico (la cui primazia è stata solo poche volte messa in discussione) è stata la cosiddetta Salami tactic. Essa consiste nel dividere un obiettivo più grande in piccole parti, così da favorirne la realizzazione. In altre parole, il raggiungimento di piccole riforme che, nel loro insieme, costituiscono il più ampio disegno riformatore.

In particolare, liddove la modifica costituzionale si sia rivelata insoddisfacente, sono state poste in essere una serie di misure, come l’introduzione di un Consiglio di sicurezza nazionale, cui è demandato il compito di pianificare le strategie di sicurezza nazionale, che di fatto hanno aggirato l’ostacolo dell’articolo 9.

La prima strada percorsa è stata a lungo quella della reinterpretazione della previsione costituzionale: i governi del Partito liberal democratico giapponese ne hanno, infatti, riletto il testo, favorendo una visione più prossima al diritto di autodifesa e di responsività alle richieste in materia di sicurezza da parte degli Stati Uniti d’America. Fu nel 1985 che il primo ministro Nakasone espresse la volontà di intervenire sul tema, direttamente modificando il testo dell’articolo 9.

Incapace di raggiungere il suo obiettivo, Koizumi (primo ministro tra il 2001 e il 2006), nel più ampio contesto dell’alleanza con George W. Bush nella lotta al terrore, presentò nel 2006 un emendamento che consentisse al Giappone di essere più presente nelle sfide di sicurezza globale.

L’insuccesso dei vari Primi ministro che si sono cimentati sul tema è essenzialmente dovuto all’ampia maggioranza richiesta per le modifiche costituzionali: due terzi in entrambi i rami della Dieta. Nonostante Tokyo non abbia, salvo rare eccezioni conosciuto alternative vincenti al Partito liberal democratico, solo di recente, sotto la leadership del Primo ministro Abe, un numero sufficiente di seggi è stato conquistato.

L’importanza dell’applicazione della Salami tactic, nonchè delle sue conseguenze in termini di ristrutturazione del potere militare giapponese, è facilmente comprensibile dalla contestualizzazione dei leader ultraconservatori del Partito liberal democratico. Benchè Abe sia oggi considerato un esponente del neoconservatorismo e Koizumi un ultraconservatore solamente per la sua politica estera, essi rappresentano, insieme a Nakasone, l’espressione più convinta di quanti nel partito vogliano un Giappone più militarizzato, più presente nelle sfide globali e più capace di tessere alleanze e rendersi perno di equilibri regionali.

A rendere il quadro ancora più complesso sono le diverse posizioni ideologiche dei cittadini giapponesi: l’opinione pubblica è difatti fortemente polarizzata. Da un lato vi sono i convinti sostenitori di un ruolo più attivo al fianco degli Stati Uniti, tanto per le tematiche di ordine globale, quanto di ordine regionale in riferimento all’espansionismo cinese. Dall’altro vi sono coloro i quali aspirano ad un ruolo di leadership regionale libera dal giogo statunitense. Infine, lo schieramento pacifista che, memore delle avversità della Seconda guerra mondiale, e desideroso di eludere le responsabilità internazionali di grosso calibro, preferirebbe mantenere l’articolo 9 nella sua formula, consentendo solo le interpretazioni di volta in volta più consone per garantire al Giappone una timida presenza sulla scena globale.

Lo scorso maggio, in una videointervista, il Premier Abe ha annunciato che la strada è oramai spianata per emendare la costituzione entro il 2020. Il nuovo paragrafo, non ancora strutturato, prevederà il riconoscimento ufficiale delle Forze di autodifesa giapponesi, a seguito di un intenso dibattito interno al partito, che si auspica concluso per la fine di quest’anno. Nonostante la sicurezza mostrata da Abe nei suoi più recenti discorsi, nessuno dubita della difficoltà dell’impresa che fu, per altro, una delle ragioni che gli costarono la leadership nel 2007. D’altra parte, il Primo ministro non ha molte alternative: considerando l’incertezza del risultato elettorale delle due camere nel 2018 e nel 2019, il tempo a sua disposizione è quanto mai stringato. Dalla sua parte vi è, indubbiamente, la minaccia nordcoreana che, facendo breccia nel senso di generalizzata insicurezza della popolazione giapponese, può giocare a tutto favore di Abe, consentendogli di avere una partita facile almeno sul fronte sociale. Il fronte partitico si preannuncia, infatti, più ostico. La possibile necessità di accordi tra i partiti renderà comunque gli alleati di coalizione più forti e più autorizzati ad ottenere qualcosa in cambio del necessario voto.

JAPAN-MILITARY

Tali relazioni di potere, con i cittadini ed i partiti, sono, per altro, ben spiegate dalla struttura che potrebbe avere il nuovo articolo 9. Anche quella parte di popolazione più disinteressata alla vita costituzionale del Paese identifica il Giappone con la clausola della pace. E’ dunque evidente che il nuovo articolo verrà confezionato in maniera tale da non sottrarre, ma aggiungere quei paragrafi che diano al primo ministro maggiore libertà in tema militare.

 

 

FONTI E APPROFONDIMENTI

http://thediplomat.com/2017/05/abes-new-vision-for-japans-constitution/

http://www.japantimes.co.jp/opinion/2017/05/11/editorials/abes-pitch-amend-article-9/#.WV3pEJVJbIU

https://ilr.law.uiowa.edu/print/volume-101-issue-3/japans-reinterpretation-of-article-9-a-pyrrhic-victory-for-american-foreign-policy/

http://www.japantimes.co.jp/news/2017/04/30/national/japanese-divided-revising-article-9-amid-north-korea-threats-poll/

https://www.loc.gov/law/help/japan-constitution/japan-interpretations-article-9.pdf

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