Ricorda 1950: la guerra di Corea

Settant’anni fa, il 25 giugno 1950, aveva inizio la guerra di Corea. Fu il primo conflitto militare della Guerra Fredda e provocò conseguenze ancora oggi drammaticamente attuali, come dimostra il recente abbattimento dell’Ufficio per le relazioni inter-coreane a opera del regime di Kim Jong-un. Poiché non ha mai ricevuto la stessa attenzione mediatica della Seconda guerra mondiale o della guerra del Vietnam, viene spesso definita “guerra dimenticata”.

La divisione della penisola

Tale separazione fu il risultato delle dinamiche di potere tra Unione Sovietica e Stati Uniti antecedenti la guerra di Corea. Secondo la Dichiarazione del Cairo, firmata da Chiang Kai-shek, Roosevelt e Churchill nel 1943, la penisola coreana – allora colonia giapponese – sarebbe dovuta diventare indipendente “a tempo debito”. Tuttavia, la dichiarazione di guerra al Giappone da parte dell’Unione Sovietica (8 agosto 1945) e l’ingresso in territorio coreano dell’Armata Rossa, portarono il presidente Truman a ritenere reale il pericolo che l’intera penisola coreana finisse in mano sovietica. Sebbene fosse il Giappone l’interesse primario degli Stati Uniti – volevano renderlo un “baluardo contro il comunismo in Asia” – essi preferirono intervenire per non perdere totalmente il controllo della penisola.

Perciò, tra il 10 e l’11 agosto 1945, due ufficiali statunitensi ricevettero l’incarico di proporre una divisione della penisola in due zone di occupazione. Essi suggerirono una linea di demarcazione al 38° parallelo, che non si basava su calcoli geografici, politici, culturali o storici, ma rendeva i due territori uguali in estensione. Stalin, che ricevette la proposta il 13 agosto, l’accettò prontamente. Tale soluzione permetteva all’Unione Sovietica di guadagnare  territorio senza combattere e concentrarsi sul teatro europeo, di maggior interesse nei calcoli strategici di Mosca.

La formazione delle due Coree

Con la resa giapponese nel 1945 e la creazione della Commissione congiunta sovietico-americana, la penisola coreana si liberò dal giogo coloniale, perdendo però l’unità nazionale.

I sovietici, entrati a Pyongyang il 24 agosto, scelsero come leader Kim Il-sung, capitano dell’88° Brigata dell’Armata Rossa. Progressivamente, si affermarono il Partito nordcoreano dei lavoratori e l’impostazione comunista del regime. Al sud, gli Stati Uniti crearono un governo militare, che calpestò qualunque aspirazione di indipendenza abolendo i comitati popolari. Cominciò a prendere forma un’autorità governativa supportata da grandi uomini d’affari e militari, successivamente lasciata in mano a Rhee Syngman, politico di stampo nazionalista e autoritario.

Secondo quanto stabilito alla Conferenza di Mosca (dicembre 1945), la Commissione congiunta avrebbe dovuto controllare la penisola per cinque anni. Tuttavia, già nel 1947 i rapporti tra le due superpotenze erano peggiorati. Così, su forte spinta americana, nacque la Commissione temporanea delle Nazioni Unite in Corea, con l’obiettivo di monitorare lo svolgimento delle elezioni e guidare la transizione verso l’autonomia della penisola. Poiché i sovietici non riconobbero l’autorità di tale Commissione, le elezioni si tennero inizialmente soltanto a sud, segnando la vittoria di Rhee e la fondazione della Repubblica di Corea il 15 agosto 1948. Quando le Nazioni Unite dichiararono che questo sarebbe stato l’unico governo legittimamente riconosciuto come rappresentativo per l’intera penisola, anche il nord organizzò le elezioni, che portarono alla vittoria di Kim Il-sung e alla fondazione della Repubblica Democratica Popolare di Corea il 9 settembre 1948.

Il conflitto fratricida

L’effettiva origine della Guerra di Corea è ancora oggetto di discussione, poiché al tempo vi erano numerose schermaglie militari al confine. Tuttavia, sappiamo che nel 1949 Kim, in visita a Mosca, presentò a Stalin l’idea di unificare la penisola attraverso una guerra lampo. Dopo un’iniziale reticenza, il leader sovietico appoggiò il piano, a condizione che le truppe sovietiche non intervenissero e che la Cina di Mao garantisse assistenza ai nordcoreani in caso di bisogno. Così, il 25 giugno 1950, le truppe nordcoreane invasero la Corea del Sud, occupando Seoul in una settimana e la gran parte del territorio sudcoreano in circa un mese e costringendo gli abitanti a rifugiarsi nella penisola di Pusan.

L’intervento degli Stati Uniti

Il cambiamento dello scenario internazionale nel 1949, con il primo test nucleare sovietico e la fondazione della Repubblica Popolare Cinese (RPC), aveva portato Washington a ridefinire la strategia di contenimento del comunismo. Il documento NCS-68 definiva la Guerra Fredda uno scontro tra blocchi endemico tra “l’idea di libertà e la società della schiavitù” e affermava che una sconfitta delle libere istituzioni in qualsiasi luogo sarebbe stata una sconfitta ovunque. Per questo, agli occhi statunitensi l’invasione nordcoreana non poteva essere percepita come una questione periferica, ma piuttosto come testimonianza della sfida comunista all’ordine internazionale.

Approfittando dell’assenza del delegato sovietico al Consiglio di Sicurezza ONU – in protesta perché la Cina era ancora rappresentata da Chiang Kai-shek (nazionalista rifugiatosi a Taiwan) invece che da Mao – gli Stati Uniti fecero approvare una risoluzione che impegnava le Nazioni Unite a intervenire per difendere la sovranità della Corea del Sud. Il 19 ottobre 1950, le truppe statunitensi del generale MacArthur intervennero a capo di una coalizione internazionale (anche l’Italia contribuì con due ospedali da campo) che rapidamente respinse le truppe di Kim a nord del 38° parallelo.

L’intervento cinese

Se gli Stati Uniti avessero fermato la loro avanzata, la guerra sarebbe potuta terminare già nel 1950. Tuttavia, le truppe si spinsero fino al fiume Yalu, al confine tra Corea del Nord e Cina, determinando l’intervento della RPC con un esercito di “volontari” (tra duecento e trecentomila uomini) che riuscì a riportare la situazione allo status quo ante, respingendo statunitensi e sudcoreani al di sotto del 38° parallelo.

Lo stallo e l’armistizio

Nel 1951, la guerra entrò in una fase di stallo esattamente dov’era cominciata. Il 10 luglio si aprì a Kaesong il negoziato per la risoluzione del conflitto, a cui parteciparono nordcoreani, rappresentanti ONU e RPC. La Corea del Sud non prese parte alle trattative, a causa del cieco furore anticomunista del dittatore Rhee.

Le parti raggiunsero un accordo sulla creazione di una linea di demarcazione al 38° parallelo con una zona demilitarizzata e di una Commissione per l’armistizio militare. Tuttavia, i negoziati rimasero bloccati per due anni sulla questione della liberazione dei prigionieri di guerra, che il presidente Truman suggerì di attuare in base alla volontà dei prigionieri stessi. Era una mossa propagandistica volta a screditare la RPC, poiché molti prigionieri cinesi temevano di tornare in patria ed essere perseguiti per il proprio passato nazionalista.

L’elezione del presidente Eisenhower nel 1952 con la sua dottrina della “rappresaglia massiccia” e soprattutto la morte di Stalin nel 1953 – che aveva sempre cercato di mantenere le truppe impegnate in Asia per distoglierle dal teatro europeo – aprirono la strada per un armistizio, firmato il 27 luglio 1953 a Panmunjom. Il documento, non ratificato dai sudcoreani, non è mai diventato un trattato di pace. Terminava così la guerra di Corea, che si stima  – probabilmente al ribasso – abbia portato alla morte due milioni e mezzo di coreani, oltre cinquecentomila cinesi tra cui il figlio di Mao e trentaquattromila cittadini degli Stati Uniti.

Le conseguenze internazionali e regionali

Sul piano internazionale, la guerra fu un tassello cruciale nella militarizzazione del contenimento da parte statunitense, cominciata con la pubblicazione di NCS-68. Come affermò l’allora Segretario di Stato Acheson “Korea came along and saved us” (la [guerra di Corea] ci salvò), perché dimostrò ai cittadini degli Stati Uniti la necessità di aumentare il budget militare – quadruplicato durante la guerra – contro il nemico sovietico. Durante e in seguito al conflitto, gli Stati Uniti incoraggiarono la creazione di organizzazioni di sicurezza collettiva in chiave antisovietica da collegare alla NATO. Tra queste, vi furono l’Australia, New Zealand, United States Security Treaty (1951), la Southeast Asia Treaty Organization (1954) e la Central Treaty Organization (1955).

A livello regionale, come afferma il Professor Fiori, la guerra lanciata per riunificare la Corea aveva finito per dividerla del tutto. Essa radicalizzò un conflitto nato da una divisione artificiale della penisola voluta dalle due superpotenze e mai cercata, né accettata, dai coreani. Al nord, il regime è diventato progressivamente impenetrabile, chiudendosi al mondo esterno sotto la dittatura dinastica della famiglia Kim. Al sud, il Paese attese fino al 1987 per diventare una democrazia, dopo aver subito due golpe militari nel 1961 e nel 1979. Soltanto il nuovo millennio, cinquant’anni dopo lo scoppio della guerra, ha portato al primo incontro tra un leader nordcoreano e sudcoreano. Fu un evento storico che, tuttavia, non ebbe effetti determinanti sul dialogo inter-coreano, travagliato ancora oggi.

Fonti e approfondimenti

Fiori, Antonio, L’Asia Orientale dal 1945 ai giorni nostri, Il Mulino, 2010.

Romero, Federico, Storia della Guerra Fredda. L’ultimo conflitto per l’Europa, Giulio Einaudi Editore, 2009.

South China Morning Post, North Korea blows up Kaesong liaison office near border with South, 16 giugno 2020

Varsori, Antonio, Storia internazionale dal 1919 a oggi, Il Mulino, 2015.

 

Grafica: Marta Bellavia – Instagram: illustrazioninutili_

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