Ricorda 1950: il maccartismo

Nel corso delle storia, è capitato spesso che figure carismatiche siano riuscite a esercitare un’influenza tanto elevata dall’essere poi sovrapposte o identificate, nella memoria collettiva, a una particolare tendenza, un fenomeno sociale o addirittura un’intera epoca. 

Tra le figure che hanno saputo imporsi nel dibattito pubblico statunitense dello scorso secolo, Joseph McCarthy è senza dubbio una delle più controverse. Interprete principale dell’isteria anticomunista che caratterizzò l’opinione pubblica nel primo periodo della Guerra Fredda e prese il nome di maccartismo, egli visse una parabola politica tanto breve quanto straordinaria.

McCarthy e il mondo

Fino al 9 febbraio 1950, McCarthy era un personaggio politico relativamente poco conosciuto, noto soltanto a una parte minoritaria dell’opinione pubblica per la sua partecipazione alle inchieste parlamentari sul processo relativo al massacro di Malmedy. In breve, erano emersi dei dubbi sulla ammissibilità dei metodi utilizzati dai soldati statunitensi per estorcere le confessioni dai soldati nazisti che, nel 1944, avevano ucciso 71 prigionieri di guerra statunitensi nei pressi della cittadina belga.

La questione era ancora aperta nel Dopoguerra e rimaneva profondamente divisiva; al punto che, a cinque anni dai fatti, prese il via un’indagine condotta dal Senato. In questo contesto, McCarthy si impegnò affinché venissero commutate le condanne a morte inflitte ai soldati tedeschi. Non solo: per ottenere una maggiore visibilità personale, egli si rese protagonista di un singolare tentativo di riabilitazione dei criminali nazisti processati e condannati alla fine del conflitto. 

Ma la svolta decisiva nella carriera di McCarthy avvenne soltanto con il discorso pronunciato al Club delle Donne Repubblicane a Wheeling, in West Virginia. In quell’occasione, egli affermò di possedere una lista comprendente più di 200 nominativi di funzionari del dipartimento di Stato che sarebbero stati membri del Partito Comunista.

L’accusa venne ripresa e rilanciata dai mass media, ottenendo in questo modo grande credito, nonostante la scarsa attendibilità che dimostrava. Nelle dichiarazioni  successive, il numero dei funzionari cambiava in continuazione. Invece di muovere critiche fondate su presupposti concreti, McCarthy rimaneva fermamente ancorato a una vaghezza che non faceva altro che alimentare il clima di sospetto e di paura già diffuso nel Paese. 

La campagna anticomunista di McCarthy, che si alternò tra gli interventi in Senato e le apparizioni nelle trasmissioni televisive, si inseriva infatti in uno scenario altamente infiammabile. La Seconda guerra mondiale, terminata solo pochi anni prima, aveva lasciato il posto a una “pace armata”. L’alleanza che aveva determinato la sconfitta dei nazifascismi era ormai solo un lontano ricordo. 

Come non esitò a mettere in chiaro il presidente Truman in un discorso al Congresso nel marzo del 1947, gli Stati Uniti d’ora in poi avrebbero difeso la libertà dei popoli dal “germe del totalitarismo sovietico”. L’uso del termine non è casuale: il presidente con questa espressione equiparò di fatto il regime di Mosca a quello di Berlino. I comunisti erano i nuovi nemici. Ed erano nemici in espansione.

Tra il 1949 e il 1950 ci furono altri due eventi di fondamentale importanza per  una comprensione del fenomeno storico del maccartismo. Nel 1949 la guerra civile in Cina si concluse con la vittoria dei comunisti guidati da Mao Zedong sulle forze nazionaliste di Chiang Kai-shek. L’anno successivo si aprì invece un altro fronte asiatico quando la Corea del Nord, comunista, attaccò la Corea del Sud, filo-occidentale e sostenuta dagli Stati Uniti.

Di fronte a uno scenario internazionale contrassegnato dall’avanzata del nemico ideologico, i poteri pubblici non potevano rimanere immobili. Oltre alle campagne militari, l’amministrazione doveva pensare anche al fronte domestico: il popolo statunitense doveva essere unito. Sotto la stessa bandiera, contro un unico nemico. 

Comunisti, comunisti, comunisti

L’offensiva interna era iniziata ben prima dell’avvento di McCarthy. Come successo dopo la Prima guerra mondiale, quando quella che era partita come una grande campagna di difesa della fedeltà alla nazione e all’americanismo si era tradotta in una campagna di odio nei confronti dei nemici della patria, anche nel Secondo dopoguerra si ripresentò il medesimo fenomeno. 

Una parte dell’opinione pubblica richiese una forte presa di posizione nei confronti del Partito Comunista, che contava all’epoca settantamila iscritti. Alla popolare “paura rossa” faceva eco la commissione della Camera per le attività anti-americane, presieduta dal conservatore Parnell Thomas, che si scagliò nei confronti di organizzazioni progressiste, sceneggiatori e produttori di Hollywood – che all’epoca veniva considerata un ritrovo di pericolosi rivoluzionari- e, naturalmente, contro i vertici del Partito Comunista. Questi ultimi furono processati nel 1949 con l’accusa di avere violato l’Alien Registration Act, la legge che dichiarava reato ogni iniziativa, associazione o azione propagandistica volta ad abbattere il governo con mezzi violenti, e finirono in carcere.

Il presidente Truman, sebbene nutrisse profondi perplessità sull’operato della commissione parlamentare, istituì a sua volta una commissione per verificare la “lealtà” dei dipendenti statali; laddove esistevano ragionevoli motivi per dubitare della fedeltà dell’interessato, il governo poteva predisporne l’allontanamento dall’ufficio. Tra il 1947 e il 1956, oltre 5 milioni di dipendenti furono sottoposti a controlli governativi, e diverse migliaia furono licenziate o costrette a dimettersi. 

Ulteriore tassello nella lotta agli “un-American” fu l’approvazione, nonostante il veto posto dalla presidenza, dell’Internal Security Act del 1950. La legge istituiva dei controlli ancora più rigidi per i potenziali sovversivi, oltre ad autorizzare la detenzione di presunte spie e sabotatori e vietare l’ingresso sul suo statunitense ai migranti che avessero ricoperto un ruolo in organizzazioni considerate estremiste. 

Quando nel 1953 Ethel Greenglass e Julius Rosenberg, accusati di spionaggio per l’Unione Sovietica, furono giustiziati nello Stato di New York, l’essenza stessa degli Stati Uniti come “land of the free” raggiunse l’apice della sua messa in discussione.  La narrazione degli Stati Uniti come terra della libertà nascondeva una realtà di repressione e di leggi liberticide. 

Obiettivi e futuro del maccartismo

Come anticipato in apertura, la fortuna politica del senatore del Wisconsin terminò piuttosto in fretta. Nel 1954, nonostante il supporto dell’opinione pubblica e la sostanziale convergenza di interessi delle istituzioni politiche, egli si trovò sfiduciato sia dalla amministrazione repubblicana (era entrato in carica il successore di Truman, Eisenhower) che dai suoi colleghi senatori, dopo che questi aveva provato a mettere nel mirino alcune figure dell’apparato militare. Si era scontrato con i vertici, e aveva alzato bandiera bianca. 

Tuttavia, l’importanza assunta dal senatore non può essere circoscritta a un mero frammento temporale. Il maccartismo, espressione coniata dal vignettista Herbert Block per designare la caccia alle streghe del periodo preso in esame, fu qualcosa di più di una semplice isteria collettiva. Secondo Griffith “il maccartismo sarebbe stato liquidato da qualche studioso come una aberrazione. Al contrario, è un’espressione naturale della cultura politica statunitense e un prodotto logico dei suoi meccanismi politici, e di ansie e atteggiamenti profondamente radicati nella storia della nazione”. 

Si è visto come l’adozione di determinati provvedimenti nei confronti dei sospettati di particolari attività politiche abbia preceduto storicamente il successo di McCarthy. Ma in aggiunta al pensiero di Griffith, vi è un altro elemento di interesse per una lettura del maccartismo anche a tanti anni di distanza, ovvero l’utilizzo della forza spettacolare dei mass media al fine di annullare il dibattito critico e affievolire le richieste di cambiamento presenti nella società, quando non per reprimere e opprimere “gli altri”. 

I comunisti non erano l’unico obiettivo del maccartismo. Si è detto dell’esiguità numerica del contingente “rosso” presente negli States: anche al picco delle iscrizioni, esso risultava troppo ridotto per potere costituire una seria minaccia alla sicurezza nazionale. Viceversa, una fonte di pericolo ben più reale sarebbe potuta essere quella rappresentata da una vera opposizione liberal-progressista al compromesso tra democratici conservatori e repubblicani. 

In un momento storico in cui l’imperativo era l’unità ideologica della nazione, la figura di McCarthy fu estremamente funzionale ad accrescere il sentimento di agitazione presente nella popolazione. Uno stratagemma che, negli Stati Uniti, è stato più volte utilizzato dalle élite per applicare misure particolarmente restrittive delle libertà personali e favorevoli allo status quo. A cavallo tra gli anni Quaranta e Cinquanta, fu addirittura il piano di politiche sociali presentato dallo stesso Truman -noto con il nome di Fair Deal– a scontrarsi con una tenace resistenza del Congresso, anche a causa della monopolizzazione dell’agenda da parte della “paura rossa”.

Guardare oggi, nella società dell’informazione, al successo ottenuto dal populismo anticomunista di McCarthy è importante anche per comprendere più a fondo il ruolo ricoperto dai mezzi di comunicazione di massa. Essi costituiscono un fattore centrale e potenzialmente destabilizzante in ogni tipo di regime, anche in quelli che si narrano democratici.

In ogni tipo di regime, infatti, il dibattito politico si basa sull’individuazione di nemici. Ma una volta che si riesce a sfruttare l’attenzione mediatica per individuare con sempre maggiore chiarezza un nemico comune, ciò comporta, dall’altra parte, che diventi sempre più sfumato il confine tra i mezzi socialmente legittimi e quelli socialmente illegittimi per combatterlo.

Fonti e approfondimenti:

Doherty T, 2003, Cold War cool medium, New York, Columbia University Press.

Griffith R., 1971, The political context of McCarthyism, The Review of Politics, Vol. 33, No. 1 (Jan., 1971), pp. 24-35.

Horowitz I L, 1996, Culture, politics and McCarthyism, The Independent Review, vol. 1, p. 􏰂101-110.

Nevins A, Commager H, 1960, Storia degli Stati Uniti, Torino, Einaudi.

Teodori M., 1979, L’eclissi della sinistra americana, Belfagor, Vol. 34, No. 6, p. 677-694.

Tie L, 2020, When senator Joe McCarthy defended Nazis, The Smithsonian, July 2020.

 

Grafica: Marta Bellavia – Instagram: illustrazioninutili_

 

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