Ricorda 1950: l’invasione cinese del Tibet

Nel 2020 ricorre il settantesimo anniversario dell’invasione cinese del Tibet, che causò l’esilio del Dalai Lama e l’annessione del territorio tibetano alla Repubblica Popolare Cinese. A distanza di 70 anni vogliamo ricordare questi eventi che segnarono la storia tibetana e gettarono le basi della politica territoriale cinese che conosciamo oggi.

L’Invasione                                                                                

L’invasione del Tibet ebbe inizio nell’ottobre del 1950, dopo la fine della guerra civile cinese che vide il Kuomintang (il Partito Nazionalista Cinese, KMT) e il Partito Comunista Cinese (PCC) guidato da Mao Zedong contendersi il potere dal 1927 al 1949. Un anno dopo la vittoria del PCC e la conseguente fondazione della Repubblica Popolare il 1° ottobre 1949, ebbe inizio l’invasione del Tibet, regione fino ad allora indipendente dal governo di Pechino. Tra il 6 ed il 7 ottobre 1950, l’esercito cinese (People Liberation Army, PLA) – sotto l’influenza del futuro leader Deng Xiaoping, – circondò la città tibetana di Chamdo, che cadde sotto il comando cinese il 19 ottobre. La sconfitta dell’esercito tibetano a Chamdo diede inizio alle trattative per l’annessione cinese del Tibet che si conclusero un anno dopo con l’Accordo dei Diciassette Punti, con cui il governo tibetano e il Dalai Lama accettavano la presenza del PLA e la sovranità cinese sul suolo tibetano. La popolazione si scagliò contro la firma degli accordi, rifiutando la resa. La resistenza popolare contro la Cina comunista durò in Tibet fino al 1959, culminando in una giornata di insurrezione generale quando il 10 marzo 300 mila tibetani si riunirono ai piedi del Potala, residenza del Dalai Lama, per proteggerlo dalle proteste scoppiate a Lhasa, la capitale. In seguito, il Dalai Lama lasciò il Paese per rifugiarsi in India, dove vive ancor oggi da esiliato. Nello stesso anno, l’Accordo dei Diciassette Punti venne ripudiato sia dal governo cinese che da quello tibetano e il Tibet venne ufficialmente annesso ai territori della Repubblica Popolare Cinese come regione autonoma.

Una storia, due versioni

Due dialettiche radicalmente opposte prevedono diverse interpretazioni dell’annessione tibetana alla Repubblica Popolare. Secondo la versione ufficiale del Partito Comunista Cinese, l’intervento dell’esercito non avrebbe agito con l’intento di conquistare i territori tibetani, bensì di liberarli da un sistema feudale che opprimeva gli abitanti della regione. L’esercito cinese sarebbe dunque intervenuto per modernizzare e democratizzare un territorio oberato da un sistema governativo arretrato, povertà e violenze. Questo processo di liberazione sarebbe culminato nel marzo del ‘59 con l’espulsione del Dalai Lama e il ripudio del governo tibetano, simboli entrambi di oppressione e ostracismo, lasciando posto a una fase di prosperità e modernizzazione. Sempre secondo la dialettica comunista, inoltre, il dominio cinese in territorio tibetano è giustificato dalle fondamenta storiche di questa annessione risalenti al periodo della dinastia Qing, che dominò sul Tibet dal 1720 al 1912.

Questa interpretazione tuttavia si scontra con il pensiero di critici e attivisti per la democrazia che smentiscono le ragioni storiche dell’intervento cinese in Tibet e ne condannano la brutalità. La maggior parte della comunità internazionale ritiene infatti che l’annessione cinese del Tibet non sia stata un’iniziativa mirata alla modernizzazione di una regione oppressa e arretrata, bensì una mossa geopolitica atta a conquistare un vasto territorio ricco di risorse naturali – tra cui diversi minerali sfruttabili industrialmente – e strategicamente importante per via del lungo confine con il territorio indiano. In questo contesto l’esilio del Dalai Lama non rappresentò per il Tibet un momento di liberazione, ma la dolorosa separazione da un leader spirituale che viene ancora oggi considerato un punto di riferimento dalle nuove generazioni. Secondo questa dialettica l’annessione è dunque da considerarsi una vera e propria aggressione ai danni di un territorio e di una popolazione che de facto godevano della propria indipendenza sin dalla caduta della dinastia Qing nel 1912.

Il ruolo del Tibet nella retorica nazionalista di Mao

L’annessione cinese del Tibet e l’assertività con cui il Partito tratta ancora oggi la questione tibetana devono essere considerati in un’ottica di più ampio respiro. Fin dalla sua fondazione infatti la Repubblica Popolare Cinese doveva combattere lo spettro di quello che sarebbe passato alla storia come il secolo di umiliazione (1839 – 1848). Il diciannovesimo secolo viene infatti considerato un periodo buio della storia cinese per via delle multiple intromissioni di potenze straniere in questioni nazionali che, secondo la dialettica comunista, avrebbero contribuito al decadimento della grande nazione cinese. Tra questi episodi ricordiamo in particolare la cessione di Hong Kong alla Gran Bretagna (1841) e l’intromissione statunitense nella guerra civile cinese (1927-1950) a supporto del partito nazionalista di Chang Kaishek. Nel 1949, all’alba della vittoria comunista, la riunificazione della Cina e la rinascita di una sola grande potenza sotto un’unica bandiera divennero l’obiettivo fondamentale di Mao Zedong e del Partito. In questo contesto, è facile capire come l’annessione del Tibet rappresentasse un tassello fondamentale per la propaganda nazionalistica del Partito, viste le pressioni che il governo britannico aveva esercitato nel 1904 sul Dalai Lama per ristabilire i rapporti tra le due nazioni e l’importanza storica e geografica che il territorio tibetano ricopre ancora oggi nell’ottica partitica.

Il Dalai Lama: una questione politica

La figura del leader spirituale tibetano, il Dalai Lama, ha subito una radicale trasformazione dagli anni ’50 a oggi, diventando una figura politica oltre che spirituale. Dal 1959 in poi il Dalai Lama si guadagnò il supporto della comunità internazionale, diventando una delle figure più eminenti per il mondo Buddhista e vedendosi riconosciuto, nel 1992, il Premio Nobel per la Pace. La sua popolarità è stata spesso fonte di preoccupazioni per il governo cinese, che vedeva nel supporto straniero al Dalai Lama l’ennesima intromissione di stampo imperialista ai danni della Cina. Per limitare quindi l’influenza esercitata dal leader spirituale in Tibet e nel mondo, nel 2011 il ministero degli Esteri Cinese ha dichiarato che l’elezione del 15° Dalai Lama non seguirà il tradizionale procedimento monasteriale, ma verrà nominato dal governo di Pechino. Non è difficile immaginare che il fine di tale scelta sia quello di scoraggiare una parte di popolazione che ancora crede nella possibilità di liberare il Tibet e riconosce il Dalai Lama come un leader politico oltre che spirituale.

Il Tibet oggi

A distanza di 70 anni dall’invasione cinese del Tibet ci si potrebbe chiedere se quella modernizzazione di cui Deng Xiaoping si fece promotore non abbia portato dei benefici alla popolazione tibetana. Il governo cinese promuove l’immagine di un Tibet semi-autonomo, ancorato alle proprie radici culturali e storiche, ma allo stesso tempo prospero e avanzato. Altre testimonianze descrivono però una situazione più complessa. Sembra infatti che gli sforzi di Pechino siano stati indirizzati a sradicare l’analfabetismo che regnava nella regione, in parte promuovendo ondate migratorie in Tibet del gruppo etnico Han, maggioritario in Cina, con lo scopo di istruire la popolazione tibetana. Sebbene questa manovra, insieme a un’ingente quantità di risorse economiche, abbiano effettivamente contribuito ad abbassare il tasso di analfabetismo della regione, le migrazioni Han sono state percepite come un attentato alla cultura tibetana sia dalla popolazione locale che dallo stesso Dalai Lama. Diversi attivisti per la libertà democratica denunciano inoltre la totale assenza di autonomia della regione e la mancanza di rispetto verso la cultura, la religione e i costumi locali.

Ancora oggi, Pechino cerca di aumentare la sua influenza politica sul territorio tibetano, assumendosi la responsabilità di eleggere il 15° Dalai Lama e  promuovendo l’unità territoriale cinese. Comprendere le dinamiche dell’annessione cinese del Tibet può aiutarci oggi a capire meglio l’approccio del governo cinese nei confronti di quei territori che ancora vantano un certo grado di indipendenza come Hong Kong e Taiwan.

 

Fonti e approfondimenti

“Deng Started Persecution on Tibetan People”, South China Morning Post, 19 settembre 1994

Brooke Schedneck, How the Dalai Lama is chosen and why China wants to appoint its own”, The Conversation, 3 luglio 2019

Free Tibet Website: https://freetibet.org/about/china-argument

Peter Hessler, Tibet Through Chinese Eyes”, The Atlantic, 1999

 

Grafica: Marta Bellavia – Instagram: illustrazioninutili_

Be the first to comment on "Ricorda 1950: l’invasione cinese del Tibet"

Rispondi

Lo Spiegone è una testata registrata presso il Tribunale di Roma, 38 del 24 marzo 2020
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: