“Vivo alle pendici di queste montagne da sessant’anni, insieme al mio popolo tentiamo di condurre una vita serena e pacifica, lontani dalle città. Viviamo in una comunione profonda con la nostra terra e i nostri animali”, racconta Paulo, sacerdote andino, nato e cresciuto a Collpakucho.
A Collpakucho, un villaggio a cinquemila metri sulle Ande Peruviane, in un territorio ancora poco segnalato dalle mappe, vivono i Q’eros, gli ultimi discendenti degli Inca. Questo popolo conta meno di 300 famiglie e prende il nome dalla regione in cui da generazioni vive.
Nel cuore della Montagna sacra Huaman Lipa, tra cime nebbiose e ghiacciai, le piccole abitazioni di pietra grigia, dai tetti di erba e paglia, si mescolano ai panni coloratissimi stesi fuori all’aria fresca e rarefatta delle Ande. Sono le donne del villaggio a realizzarli, con la lana degli alpaca che da secoli le accompagnano nelle loro giornate di lavoro.
“Dai tempi dei nostri antenati abbiamo un rapporto di rispetto profondo verso tutti gli animali che alleviamo, soprattutto verso gli alpaca. Senza di loro non avremmo lana per scaldarci né carne per il nostro sostentamento. Siamo loro grati ogni giorno della nostra vita”. Paulo ha imparato il mestiere dai propri nonni e oggi trascorre la vita in compagnia di sua moglie Markusa.
I Q’eros contano oggi circa cinquemila abitanti e sono divisi in sei grandi comunità: Chua Chua, Chalmachimpana, Collpakucho, Charcapata, Jatomromillo e Ccochamoko. Ogni comunità è a sua volta suddivisa in piccoli villaggi.
Vivere quotidiano e deculturazione
Da sempre la popolazione Q’eros vive in condizioni estreme, distribuita in un vasto territorio che arriva a raggiungere i 6500 metri di altitudine. Qui gli abitanti non hanno accesso né all’acqua potabile né all’elettricità e rifiutano ogni tipo di agio del mondo occidentale.
“Quando gli invasori spagnoli occuparono Cusco, uomini e donne Q’eros fuggirono su queste montagne, per proteggere le loro vite e preservare la loro cultura. Noi vogliamo continuare a tutelarla. Le città sono un pericolo per le nuove generazioni, sono ormai facilmente raggiungibili. Stiamo perdendo pezzi del nostro popolo”, racconta Paulo, sistemandosi il cappello di lana sulla testa.
Se da un lato la vicinanza con le città porta vantaggi e servizi un tempo inimmaginabili e permette ai giovani di frequentare le scuole, ampliando conoscenze e orizzonti, il pericolo di un rapido processo di deculturazione è quanto mai temuto.
L’indebolimento e la perdita della propria cultura tradizionale aprono le porte all’acquisizione di una cultura altra dominante che non per forza è superiore. Il principio della vita dei Q’eros si basa sulla cooperazione e sulla comunità: tutto viene realizzato insieme e così come nel vecchio impero Inka, non esistono territori privati.
Insieme lavorano la terra, che produce per loro patate, moraya e chuño blanco. Mungono il latte da lama e alpaca e si occupano della crescita dei figli. Qui gli uomini si occupano perlopiù dell’allevamento e dell’agricoltura, specie se in zone impervie e lontane dalle proprie abitazioni.
“Il lavoro delle donne è diverso”, fa eco Markusa, “noi donne cuciniamo ogni pasto, ci dedichiamo alla filatura e tintura delle lane e alla tessitura, confezioniamo gli abiti per la famiglia e ci occupiamo dell’educazione delle nostre figlie femmine. I maschi vengono cresciuti dai padri. Quando i nostri uomini sono lontani, tocca a noi prenderci cura di tutto quanto, aggiungendo le incombenze tipicamente maschili alle nostre”.
Sebbene i raccolti siano la loro fonte di sostentamento primaria, a causa della progressiva carenza di manodopera, alla pandemia da Covid-19 e anche al continuo cambiamento climatico, i terreni sono diventati sempre più sterili, quindi la principale fonte di reddito è oggi il lavoro artigianale.
Una volta all’anno nei villaggi dei Q’eros si tiene un’assemblea popolare, composta in egual misura da uomini e donne, volta a risolvere i problemi della comunità, a discutere sulle modalità di lavoro e a decidere sui periodi migliori per la semina e il raccolto. A capo dell’Assemblea è l’Alcalde, una figura istituzionale comparabile a un sindaco di città.
Le nuove generazioni però sono diventate più ribelli, spiega Paulo, spesso non partecipano e non collaborano all’assemblea. Stiamo andando incontro a tempi difficili.
Mondo spirituale e Pachamama
La cultura Inca considerava che uomini e donne vivessero in perfetta armonia con la terra, la natura, gli animali e il cielo. Un principio a cui i Q’eros continuano ad attenersi strettamente ancora oggi.
Altamente spirituali, adorano los Apus, gli spiriti della montagna, delle divinità locali che offrono fortuna e protezione alle persone e la Pachamama, la Madre Terra, dea della fertilità, che viene sempre rappresentata come una donna.
Ogni mese di agosto, i popoli andini si riuniscono per partecipare al Despacho, una cerimonia di offerte in suo onore, per ringraziarla per i 12 mesi trascorsi, chiedendole un anno clemente, buoni raccolti e una quantità sufficiente di pioggia.
I partecipanti formano una “boca”, una sorta di buca scavata nella terra, depongono offerte di ogni tipo, come foglie di coca, semi, frutta, fiori colorati. Con questo rito, si restituisce alla Pachamama una parte di ciò che la dea offre generosamente nell’arco di tutto l’anno.
Una cerimonia che si può riproporre in dimensioni ridotte anche lungo il corso dell’anno, a seconda delle necessità del popolo.
“Siamo tutti fratelli e sorelle” dice, sorridendo, Paulo, che aggiunge “Viviamo in armonia con tutto ciò che ci circonda, parliamo con le montagne e con la Madre Terra fin dai tempi dei nostri antenati, il nostro è un mondo senza confini”.
Fonti e approfondimenti
Betrò F. L’Altra America Perù, Lo Spiegone, 8/09/2018
Furst A., Ricorda 1992: l’auto-golpe di Alberto Fujimori in Perù, Lo Spiegone, 29/08/2022


