Antagonismo e dialogo al 38° parallelo: nuove tensioni e Trustpolitik (2008-2016)

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Remix dalle immagini di Darwinek - OpenClipArt-Vectors - Pixabay - CC BY-SA 3.0 e Uwe Brodrecht - Flickr - CC BY SA 3.0

Se la “decade progressista” della Sunshine Policy (1997-2008) aveva rappresentato un momento di dialogo al 38° parallelo, durante le presidenze di Lee Myung-bak e Park Geun-hye, tensione militare e antagonismo tornarono sulla penisola coreana. I due presidenti sudcoreani adottarono approcci opposti al regime di Pyongyang, uno apertamente ostile e uno volto alla costruzione di fiducia reciproca. Tuttavia, entrambe le strategie fallirono perché prive della visione strategica necessaria ad affrontare la questione del programma nucleare nordcoreano e per rendere Seoul parte attiva, e non reattiva, nel dialogo inter-coreano. In particolare dal 2011 – con la transizione di potere da Kim Chong Il a Kim Jong Un –  fu la Corea del Nord (DPRK) a guidare le relazioni al 38° parallelo, mentre la Corea del Sud (ROK) riuscì soltanto a reagire alle provocazioni nordcoreane.

Isolazionismo e ostilità sotto Lee Myung-bak

Eletto alla Casa Blu nel 2008, Lee Myung-bak – candidato del partito conservatore Grand Korea Party – aveva fatto dell’opposizione alla Sunshine Policy di Kim Dae-jung e di Roh Moo-hyun l’elemento cardine della propria campagna elettorale. Era convinto che tale approccio cooperativo e indulgente nei confronti di Pyongyang avesse rischiato di minare l’alleanza con gli Stati Uniti, considerati il caposaldo della politica di sicurezza sudcoreana e garanti di pace e stabilità nella penisola e nella regione. Inoltre, riteneva che la Sunshine Policy, nonostante le concessioni fatte, non avesse cambiato in maniera sostanziale l’atteggiamento di Pyongyang: il regime non aveva interrotto il proprio programma nucleare, né tantomeno si era dimostrato pronto a un percorso di riforme e di apertura.

No normalizzazione senza denuclearizzazione

Diventato presidente, Lee decise di ripensare il dialogo al 38° parallelo ponendo la questione della denuclearizzazione come prerequisito per ogni forma di dialogo con Pyongyang, mantenendo un approccio ostile nei confronti della DPRK. Lee aveva tre obiettivi: porre fine al programma nucleare nordcoreano, rafforzare l’alleanza con gli Stati Uniti e mantenere un approccio pragmatico nelle relazioni diplomatiche con la Corea del Nord.

L’iniziativa che meglio rappresenta la posizione di Lee Myung-bak nei confronti della DPRK è la cosiddetta “Visione 3000: denuclearizzazione e apertura”, presentata durante la campagna elettorale del 2007. Tale programma prevedeva che, se e solo se Pyongyang avesse rinunciato al proprio programma nucleare, Seoul avrebbe attivato un piano di cooperazione in cinque ambiti – economia, istruzione, finanza, infrastrutture e welfare – per innalzare il PIL pro capite della DPRK (all’epoca 650$) a 3000$ entro dieci anni. Parallelamente, avrebbe avviato un percorso verso un’economia aperta e orientata alle esportazioni.

Tale proposta si rivelò un fiasco, per un motivo: nel momento in cui la denuclearizzazione viene posta come condizione sine qua non per la normalizzazione delle relazioni inter-coreane, le possibilità di dialogo con Pyongyang si azzerano. Per il regime nordcoreano, il programma nucleare rappresenta un mezzo deterrente che assicura la propria sopravvivenza. Pertanto non è disposta a rinunciarvi facilmente, soprattutto se la denuclearizzazione viene posta come prerequisito per poter aprire un negoziato.

Un anno di tensione militare

L’approccio del presidente Lee ebbe il risultato opposto rispetto a quanto sperato: Pyongyang accelerò il programma nucleare, effettuando il secondo test sotterraneo nel 2009. Inoltre, il 2010 fu uno dei momenti di massima tensione militare tra i due Paesi dai tempi della Guerra Fredda. Il 26 marzo 2010, la corvetta Cheonan – una piccola nave militare della marina sudcoreana – venne affondata, provocando la morte di 46 soldati. A seguito di un’inchiesta internazionale – avviata su richiesta di Seoul – la responsabilità dell’attacco venne attribuita a un missile sottomarino nordcoreano. Nonostante il Nord si fosse dichiarato estraneo ai fatti, Lee rispose all’incidente con le cosiddette “misure del 24 maggio”, articolate in tre punti:

  • adozione del principio di deterrenza proattiva: se Seoul avesse intercettato un attacco militare della DPRK, avrebbe attaccato preventivamente;
  • sospensione degli accordi di cooperazione economica e umanitaria, a eccezione del complesso congiunto del Kaesong – polo industriale aperto durante la Sunshine Policy, dove imprese sudcoreane impiegavano manodopera nordcoreana;
  • ricerca di un sistema coordinato di sanzioni della comunità internazionale contro il programma nucleare nordcoreano.

Le prospettive di cooperazione, già ridotte all’osso, vennero definitivamente annientate il 23 novembre dello stesso anno. La DPRK bombardò l’isola di Yeonpyeong nel corso di un’esercitazione militare sudcoreana, uccidendo 2 militari e 2 civili sudcoreani. Tale evento fu uno shock non soltanto per il coinvolgimento di civili, ma anche perché fu il primo attacco diretto sul territorio sudcoreano da parte della DPRK dai tempi della Guerra di Corea (1950-1953). La presidenza di Lee Myung-bak si chiuse quindi con un aumento delle ostilità nelle relazioni inter-coreane, anche a causa della rinnovata aggressività nordcoreana.

La Trustpolitik di Park Geun-hye

A succedere a Lee Myung-bak fu Park Geun-hye, figlia del generale Park Chung-hee, che aveva guidato il colpo di stato militare del 1961 nella ROK. Come in ogni campagna elettorale, anche Park venne chiamata a presentare un piano per gestire le relazioni con Pyongyang. La sua proposta, che vinse le elezioni del 2013, prese il nome di Trustpolitik.

Nel 2011, Park pubblicò un articolo su Foreign Affairs intitolato “Una nuova Corea: costruire fiducia tra Seoul e Pyongyang”, dove parlò per la prima volta della Trustpolitik. Con questo approccio, Park intendeva distanziarsi sia dalle politiche conciliatorie di Kim Dae-jung e Roh Moo-hyun sia dall’approccio isolazionista e ostile di Lee Myung-bak, ritenendo entrambi inadeguati per la gestione della questione nordcoreana. La chiave, secondo Park, doveva essere l’adozione di un approccio bilanciato che portasse alla creazione di fiducia reciproca (“trust”), tanto sulla penisola quanto a livello regionale. Questo avrebbe permesso di risolvere ciò che Park stessa aveva definito il “paradosso asiatico”: negli ultimi anni, la regione aveva registrato un aumento dell’interdipendenza economica a fronte di un notevole peggioramento delle relazioni politiche e di sicurezza, testimoniato anche dal fallimento dei cosiddetti Colloqui a Sei (Six Party Talks).

Questi tavoli negoziali erano stati organizzati da DPRK, ROK, Cina, Giappone, Stati Uniti, Russia per risolvere la questione nucleare nordcoreana, ma erano falliti a causa del prevalere di interessi bilaterali sulla visione strategica comune. Uno dei motivi del fallimento fu legato alla pretesa del Giappone di risolvere la questione dei rapimenti di alcuni cittadini giapponesi avvenuti tra gli anni Settanta e Ottanta a opera della DPRK prima di negoziare qualunque altro tipo di accordo con il regime.

Pertanto, da un lato Park annunciava che non avrebbe tollerato le provocazioni militari del regime nordcoreano, rispondendo in maniera commisurata a ogni attacco. Allo stesso tempo però, l’obiettivo di lungo periodo della Trustpolitik sarebbe rimasto la costruzione di fiducia reciproca e della cooperazione tra i due Paesi (economica, commerciale, in materia di investimenti, infrastrutturale).

L’intensificazione del programma nucleare

Nonostante le intenzioni, la Trustpolitik di Park Geun-hye dovette scontrarsi con la realtà. Nel 2011, a seguito della seconda transizione dinastica, Kim Jong Un diventò il nuovo dittatore nordcoreano e rinnovò l’impulso al programma nucleare e missilistico. Nel dicembre 2012, la DPRK riuscì a spedire in orbita un proprio satellite mentre nel febbraio 2013, pochi giorni prima dell’insediamento di Park alla Casa Blu, Kim condusse il terzo test nucleare sotterraneo e successivamente si ritirò da tutti gli accordi di non aggressione della penisola.

Queste azioni resero in salita il sentiero verso la Trustpolitik, che al di là della “tolleranza zero” non aveva una visione strategica sul come riprendere il controllo e l’iniziativa nelle relazioni inter-coreane. Come con Lee Myung-bak, un effettivo progresso nei rapporti tra i due rimase precondizionato alla denuclearizzazione. Il picco della tensione e delle provocazioni venne raggiunto nel 2016, quando Pyongyang condusse per la prima volta due test nucleari nello stesso anno, a gennaio e settembre.

La questione della riunificazione

La Trustpolitik non ottenne risultati nemmeno sul fronte della riunificazione della penisola coreana. Per Pyongyang, il mantenimento della famiglia Kim al potere è da sempre la condizione essenziale per la riunificazione, mentre l’opzione di “assimilazione” della DPRK nella ROK – ovvero l’assorbimento del regime in un unico Paese sotto la guida di Seoul – non è mai stata sul tavolo. Per questo, quando nel 2014 la presidente Park affermò che il modello di riunificazione tedesco poteva essere preso come esempio dalla penisola coreana, Pyongyang dichiarò che si trattava dell’ennesimo tentativo di rovesciare il regime.

Nonostante la reazione nordcoreana, Park decise di proseguire con i piani, creando il Comitato per l’unificazione della penisola, il cui obiettivo ultimo era la riunificazione in sé e non tanto la creazione di un processo di riconciliazione di lungo periodo tra Corea del Nord e Corea del Sud. Per la DPRK era chiaro il parallelismo tra il proprio destino e quello della Germania Est – confluita nella Germania Ovest dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989 – e questo azzerò ogni prospettiva di dialogo sul tema.

Il mandato di Park si interruppe anticipatamente nel 2016, quando la presidente fu sottoposta alla procedura di impeachment per i legami con Chong Soon-il, una sciamana che aveva imposto ripetutamente la propria volontà su quella di Park in merito alla direzione politica della ROK. Sarebbe quindi toccato a Moon Jae-in, eletto alla Casa Blu nel 2017, tentare di ricostruire una politica da parte di Seoul capace di essere proattiva e basata su un genuino sentimento di fiducia tra i due Paesi.

 

Fonti e approfondimenti

Fiori, Antonio, 2017, “Whither the inter-Korean Dialogue? Assessing Seoul’s Trustpolitik and Its Future Prospect”, IAI Working Papers, 17(13).

Fiori, Antonio, 2017, “«Nel nome del padre» le due successioni a confronto”, in Berkofsky Axel e Fiori Antonio, Enigma Corea del Nord: storia e segreti di una nuova potenza atomica, pag. 13-38, ISPI.

Fiori, Antonio e Frassineti Francesca, 2017, “Lo sviluppo del programma nucleare e missilistico e le sue implicazioni regionali”, in Berkofsky Axel e Fiori Antonio, Enigma Corea del Nord: storia e segreti di una nuova potenza atomica, pag. 121-143, ISPI.

Hong, Nack Kim, 2011, “The Lee Myung-Bak Government’s North Korea Policy And the Prospects for Inter-Korean Relations”, International Journal of Korean Studies, Vol. 12 n. 1

Milani, Marco, 2017, “L’evoluzione storica delle relazioni inter-coreane, dal 1948 ai giorni nostri”, in Berkofsky Axel e Fiori Antonio, Enigma Corea del Nord: storia e segreti di una nuova potenza atomica, pag. 101-120, ISPI.

Moon, Chung-in, 2011, “Between Principle and Pragmatism: What Went Wrong with the Lee Myung-bak government’s North Korea Policy? Journal of International and Area Studies, vol. 18(2) pag 1-22.

Park, Geun-hye, 2011, “A New Kind of Korea: Building Trust between Seoul and Pyongyang”, Foreign Affairs, 90(5), pag. 13-18.

 

Editing a cura di Emanuele Monterotti

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