Ricorda 1989: il crollo del Muro nell’Europa post-comunista

Il 9 novembre 1989, il Politburo della Repubblica Democratica Tedesca (RDT) annunciò che, a partire dalla mezzanotte di quel giorno, i cittadini della RDT sarebbero stati liberi di attraversare il confine con la Repubblica Federale Tedesca (RFT) della Germania Ovest, senza autorizzazione né giustificazione.

A ventotto anni di distanza dalla sua costruzione, migliaia di cittadini accorsero ad abbattere il muro con martelli, picconi e materiali di fortuna, e per attraversare liberamente i punti privi di fortificazioni, in un clima di rivoluzione e liberazione. Solo a Berlino, nei due giorni successivi oltre due milioni di persone varcarono il confine, mentre le ruspe cominciarono la completa demolizione del muro. La riunificazione di Germania Est e Germania Ovest fu resa officiale quasi un anno dopo, il 3 ottobre 1990.

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I cittadini scavalcano il muro fra Berlino Est e Berlino Ovest. Flickr

Un mosaico in frantumi

Il crollo del muro di Berlino segnò l’apice di una serie di proteste anticomuniste incendiatesi negli Stati europei del blocco sovietico, a cavallo degli anni Ottanta. A giugno 1989, la Polonia convocò le prime elezioni libere per eleggere un nuovo Parlamento. Solidarnosc – un movimento sindacale autonomo antisovietico e antigovernativo che, nei dieci anni precedenti, era riuscito a coinvolgere un terzo dei lavoratori polacchi – vinse le elezioni e segnò il crollo del potere sovietico in Polonia.

L’Ungheria, durante il 1988, si era aperta a una graduale liberalizzazione tramite nuove riforme, introdotte dal nuovo segretario del Partito dei Lavoratori Uniti (il partito comunista locale) con l’appoggio del nuovo primo ministro. A maggio 1989, sei mesi prima del crollo del muro, l’Ungheria aveva già iniziato a smantellare parti di muro al confine con l’Austria, dando inizio a una corposa migrazione di cittadini sovietici verso il blocco occidentale.

I governi socialisti di Cecoslovacchia e Bulgaria, già seriamente indeboliti da proteste anticomuniste protrattesi per mesi, crollarono quasi immediatamente dopo il 9 novembre. La Yugoslavia era, ormai da tempo, teatro di numerosi scontri fra le diverse etnie e nazionalità in equilibrio precario. Inoltre, il crollo dell’ideologia in seguito alla morte di Tito nel 1980 sfociò in numerose proteste anticomuniste.

Innanzi a questa progressiva disgregazione delle repubbliche comuniste, il leader del Partito Comunista dell’Unione Sovietica (PCUS) Mikhail Gorbachev escluse la repressione militare delle proteste da parte del potere centrale sovietico, rimanendo coerente con i principi maggiormente liberali di glasnost’ e perestrojka.

Tra 1989 e 1991, tutte le ex Repubbliche sovietiche, la Polonia e i singoli Stati della Yugoslavia indissero elezioni parlamentari, più o meno libere a seconda dei casi. In diversi Paesi, il partito comunista si trovò innanzi a una grande sconfitta. Anche laddove l’ideologia comunista rimase salda, le istanze indipendentiste in opposizione al potere centrale dell’URSS erano comunque forti.

Incontro fra Mikhail Gorbachev e Ronald Reagan nel 1986. Wikimedia Commons

Russia

A marzo 1990, la Repubblica Federale Socialista Sovietica di Russia fu chiamata alle prime elezioni relativamente libere. Boris El’cin, ex membro del Politburo del PCUS, venne eletto presidente del Congresso dei Deputati del Popolo e, successivamente, capo del Soviet supremo russo. In quegli anni, El’cin era il diretto antagonista di Gorbachev e raccoglieva attorno a sé il consenso di tutti coloro che non erano soddisfatti delle politiche del segretario generale. El’cin aveva più volte attaccato pubblicamente Gorbachev, incolpandolo di aver trascinato l’Unione Sovietica e la Russia in un profonda crisi economica e politica – a causa della comprovata inefficacia sul piano economico delle riforme di glasnost’ e perestrojka e dell’enorme perdita di controllo territoriale e politico che ne conseguì.

L’incoraggiamento di Gorbachev verso i leader delle altre Repubbliche Sovietiche ad avviare simili riforme e il generale allentamento del controllo centrale favorirono una maggiore instabilità in tutto il territorio dell’URSS. Inoltre, il disastro nucleare di Chernobyl del 1986 fu un duro colpo per l’Unione Sovietica, in quanto smascherò parzialmente la corruzione capillare del sistema e fece crollare la credibilità dell’URSS a livello internazionale.

Il 24 agosto 1991, Gorbachev diede le dimissioni da Segretario Generale, dissolse il Comitato Centrale del PCUS e tutte le unità del partito all’interno del governo della Federazione Russa. Pochi giorni dopo, ci fu un pallido tentativo da parte dell’ex Segretario Generale di riunire in un Consiglio Supremo le cariche più alte delle Repubbliche Sovietiche che ancora non avevano dichiarato l’indipendenza, ma fu una mossa inefficace. Il controllo era ormai perso.

L’8 dicembre 1991, El’cin e i neoeletti presidenti di Ucraina e Bielorussia, Kravchuk e Syushkevich, firmarono a Minsk il trattato fondativo della Comunità degli Stati Indipendenti (CSI), aperta a tutte le ex Repubbliche Sovietiche. Il 25 dicembre 1991, Gorbachev rassegnò pubblicamente le sue dimissioni da presidente dell’URSS. La bandiera dell’URSS venne simbolicamente calata dagli uffici del Cremlino, e al suo posto fu eretto il tricolore della Federazione Russa. Tutti i poteri furono ceduti a El’cin.

Secondo molti, il passaggio da URSS a Federazione Russa fu sostanzialmente continuativo. Infatti, la Russia continuò a occupare il ruolo precedentemente rivestito dall’Unione Sovietica in molte organizzazioni internazionali, come le Nazioni Unite, e rimase il Paese di riferimento all’interno della CSI. In questo modo, la comunità internazionale riconobbe alla Russia un ruolo analogo a quello precedentemente svolto dall’intera Unione Sovietica.

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Boris El’cin nel 1991. Wikimedia Commons

All’interno del Paese, la figura di El’cin non tardò a mostrare la propria inadeguatezza. Le riforme radicali dei primi anni Novanta per la transizione verso un’economia di mercato lasciarono ampio spazio a corruzione, atteggiamenti predatori e alla nascita dei nuovi gruppi di oligarchi, che resero l’economia della nuova Russia molto arretrata rispetto a quella dei Paesi occidentali. Inoltre, la capacità dello Stato russo di amministrare il proprio territorio e di garantire l’applicazioni delle leggi dello Stato di diritto lasciò molto a desiderare.

Ucraina e Bielorussia

L’Ucraina divenne teatro di numerose proteste antisovietiche sin dalla seconda metà degli anni Ottanta. Le proteste si concentrarono principalmente nell’Ucraina occidentale, nella zona di Lviv, tradizionalmente caratterizzata da forti sentimenti antirussi. Il 16 luglio 1990, il Consiglio Supremo firmò la Dichiarazione d’indipendenza dell’Ucraina. Tuttavia, la forte presenza di cittadini russofili e russofoni e, in generale, di ufficiali russi nell’apparato statale fece sì che l’indipendenza effettiva si basasse su un patto fra i nazionaldemocratici indipendentisti e la vecchia nomenklatura sovietica.

Per questo motivo, lo Stato che si formò in seguito alla caduta dell’URSS non fu il prodotto di una vera e propria rivoluzione, ma fu bensì costruito sulle vecchie istituzioni sovietiche. Il potere venne facilmente concentrato entro ristrette élite di ufficiali.

In seguito alla rapida liberalizzazione post-sovietica, l’economia dell’Ucraina indipendente visse un forte calo. L’apertura a un sistema economico liberista e la privatizzazione repentina dei settori energetici e metallurgici lasciarono lo Stato privo di risorse e permisero l’arricchimento esponenziale di ristretti gruppi di oligarchi. Questi gruppi ottennero ben presto il controllo del sistema politico e penetrarono nell’apparato istituzionale.

Alla luce del disastro di Chernobyl, il neonato governo ucraino smantellò l’arsenale nucleare presente sul territorio come segno di apertura verso l’Occidente, di rifiuto della guerra atomica e per essere riconosciuto come Stato dall’ONU. Le forniture energetiche ucraine divennero quindi dipendenti dalla Russia. Tutto ciò, unito all’inflazione in crescita, alla scarsa attrattività dell’Ucraina per gli investimenti esteri, a una progressiva demodernizzazione e alla fusione fra politica e oligarchi, segnò il declino economico del Paese.

In Bielorussia, la situazione si dimostrò differente. Nel 1991, un referendum sancì la volontà della maggioranza dei cittadini bielorussi di continuare a sottostare all’Unione Sovietica. Una volta nata la CSI, l’opposizione bielorussa al potere comunista era molto debole, quindi le élite al potere rimasero stabili. Nel 1994, Aljaksandr Lukashenko venne eletto presidente: la sua pesante critica delle riforme di privatizzazione gli garantirono l’appoggio di gran parte della popolazione.

Romania

Anche in Romania, il regime del segretario del Partito Comunista Romeno Nicolae Ceausescu fu rovesciato a dicembre 1989, sull’onda delle proteste anticomuniste in Europa centrale. La rivoluzione romena viene ricordata come l’unica rivoluzione anticomunista violenta nelle Repubbliche del Patto di Varsavia: gli scontri decisivi fra la polizia politica e la popolazione profondamente insoddisfatta durarono pochi giorni, ma furono una vera e propria guerra civile in cui morirono più di mille persone.

Il regime di Ceausescu fu rovesciato da un inaspettato colpo di stato interno. Polizia politica e militari aderirono quasi in massa ai rivoluzionari. Il giorno di Natale, una frangia del partito comunista guidata da Ion Iliescu, autoproclamatasi Fronte di Salvezza Nazionale (FSN), catturò Ceausescu. L’ex leader venne processato e giustiziato in diretta televisiva nazionale. Il nuovo governo di Iliescu annunciò immediatamente le prime elezioni libere, che ebbero luogo a maggio 1990, e videro l’elezione di Iliescu a presidente e la netta vittoria del FSN.

Visegrad

In seguito alla caduta del muro, Polonia, Ungheria, e Cecoslovacchia poterono dare libero sfogo ai sentimenti antirussi che tradizionalmente le animavano. In seguito al 1989, Polonia, Ungheria e Cecoslovacchia (divisasi pacificamente in Slovacchia e Repubblica Ceca nel 1993) si voltarono immediatamente verso l’Unione Europea. Tuttavia, mentre la comunità europea dava priorità all’integrazione della Germania riunificata da un lato, dall’altro richiedeva ai Paesi che aspiravano all’entrata nell’Unione di soddisfare dei parametri economici e istituzionali che, nel 1991, i tre Stati non potevano avere. Per questo motivo, Polonia, Ungheria e Cecoslovacchia diedero vita al gruppo di Visegrad, in modo da poter formare una coalizione che potesse tutelare la loro indipendenza da minacce esterne.

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Il gruppo di Visegrad. Wikimedia Commons

In seguito al crollo del muro, in Cecoslovacchia, la cosiddetta “rivoluzione di velluto” abbatté il regime comunista ed elesse il primo governo democratico dopo 44 anni. In Polonia, le elezioni (vinte da personalità appartenenti al movimento sindacale autonomo Solidarnosc fondato da Lec Walesa) formarono il primo governo democratico polacco, che in breve tempo introdusse riforme macroeconomiche radicali per portare la Polonia al pari delle economie occidentali. Il settore privato si sviluppò velocemente e in politica si formò presto un notevole pluralismo partitico. Tuttavia, la legge elettorale polacca prevedeva un sistema proporzionale puro senza soglie di sbarramento. Ciò causò da subito una notevole instabilità politica, a causa del grande numero di partiti che si andarono a formare.

L’Ungheria comunista si era già aperta a una lieve liberalizzazione nel 1988, quando Janos Kadar venne nominato nuovo segretario del Partito comunista ungherese. A ottobre 1989, il Partito si sciolse, andando a formare un nuovo Partito socialista, e venne proclamata la Repubblica di Ungheria. In seguito al crollo del muro, il Partito socialista perse le prime libere elezioni del 1990 – a cui parteciparono numerosi nuovi partiti – e il potere andò a una coalizione di centrodestra liberale.

Divenne ben presto importante per l’Europa occidentale riacquistare l’influenza su questi tre Stati chiave, al fine di scongiurare la restaurazione del controllo russo sul territorio. Il supporto della comunità europea fu essenziale per lo sviluppo politico ed economico di questi tre Paesi. Nel 1999, Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca entrarono a far parte della NATO e, nel 2004, in seguito a lunghe trattative, furono integrate nell’UE.

Conclusioni

Il 1989 segnò la fine di un’epoca. Raggiunto il picco dell’ondata di proteste antiregime, il crollo dei regimi comunisti in Europa e nei territori dell’ex Unione Sovietica diede origine a un nuovo equilibrio geopolitico mondiale. In Europa centrale e orientale, le sorti dei Paesi ex comunisti furono variegate.

Le riforme di glasnost’ perestrojka di Gorbachev e la liberalizzazione di El’cin spazzarono via il passato sovietico e spianarono la strada alla Federazione Russa che conosciamo oggi, pur dando origine a una profonda instabilità politica, economica e sociale. L’Ucraina post-sovietica, schiacciata fra l’Europa troppo lontana e la Russia ancora incombente, iniziò una fase di declino, mentre la Bielorussia conservatrice vide consolidarsi il regime autoritario di Lukashenko. Il nuovo sistema economico di ispirazione neoliberista, senza un efficiente apparato istituzionale preesistente a reggerne il funzionamento, causò grande instabilità e profonde disuguaglianze in Russia e Ucraina.

La Romania (in seguito a rivolte sanguinose) e il gruppo di Visegrad diedero ben presto vita a governi liberaldemocratici e avviarono il processo di integrazione nell’Unione europea. Questi Paesi affrontarono un duro percorso di ricerca della propria identità personale, spazzata via dall’ideologia sovietica, e tentarono di rimuovere il passato sovietico il più rapidamente possibile. Il supporto della comunità europea è stato fondamentale nel determinare il futuro di questi Stati.

Fonti e approfondimenti

The Atlantic Council, The United States and Central Europe: What’s Gone Right, What’s Gone Wrong, and What’s Next, 2019

Eurozine, Lost in Transition: Ukraine and Europe since 1989, 2018

Visegrad Group, The Visegrad Four

Preslav Mantchev, Belarus After Communism: Where to now?, Res Publica – Journal of Undegraduate Research, Vol. 21, Issue 1, 2016

Jerzy Buzek, The Transformation of Poland since 1989, European View, Volume 8, Issue 2, 2009

Harvard Business Review, Starting Over: Poland after Communism, 1995

ADST, The 1989 Romanian Revolution and the Fall of Ceausescu 

Reconfiguration of Eastern Europe after the Fall of Communism: An Overview, International Journal of Sociology, Vol. 28, Issue 3, 1998

Robert Patman, Reagan, Gorbachev and the emergence of ‘New Political Thinking’, Review of International Studies, Vol. 25, 1999

Jan Drahokoupil, After transition: Varieties of Political-Economic Development in Eastern Europe and the Former Soviet Union, Comparative European Politics, Vol. 7, Issue 2, 2009

Robert Snyder and Timothy J. White, The Fall of the Berlin Wall: The Counterrevolution in Soviet Foreign Policy and the End of Communism, After The Berlin Wall, Palgrave Macmillan, New York 2011

In copertina: Stephen Jaffe for Getty Images

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