Il nuovo presidente del Kirghizistan Sadyr Japarov: dal carcere alla presidenza

Il Kyrgyzstan di Sadyr Japarov
Il Kirghizistan, Autore: Kingvinvin via Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0

Il 10 gennaio scorso in Kirghizistan si sono tenute le elezioni presidenziali e, contestualmente, i cittadini sono stati chiamati a scegliere tra la forma di governo parlamentare e quella presidenziale con un referendum costituzionale.

Queste elezioni segnano la fine della crisi politica iniziata il 4 ottobre 2020. Allora le proteste, scatenatesi in seguito alle consultazioni per eleggere i nuovi membri del Parlamento, avevano portato all’annullamento delle votazioni e alle dimissioni del governo e del presidente in carica, Sooronbay Jeenbekov.

Domenica 10 gennaio Sadyr Japarov, che in ottobre era stato nominato primo ministro e capo di Stato ad interim, ha vinto le elezioni con il 79% dei voti con un’affluenza del 39%. La forma di governo presidenziale, invece, è stata scelta dall’84% dei votanti, che hanno così approvato il progetto del neoeletto presidente di cambiare la Carta costituzionale.

Secondo la Costituzione kirghisa attualmente in vigore, il presidente non può ricandidarsi dopo il primo mandato, anche se ad interim. Per ovviare a questo ostacolo, quindi, il 14 novembre 2020 Japarov si è dimesso dall’incarico e ha condotto una serrata campagna elettorale incentrata proprio sull’approvazione della riforma costituzionale.

Il sistema parlamentare

Finora, il Kirghizistan era stato l’unico Stato dell’Asia centrale ad aver adottato una forma di governo parlamentare. Nel 1991, a seguito della dissoluzione dell’Unione sovietica, il Kirghizistan fu il primo Paese a proclamarsi indipendente e a costituirsi Repubblica presidenziale. Il potere si concentrò nelle mani del nuovo capo di Stato e dei suoi famigliari, a cui vennero affidate le cariche pubbliche più importanti. Questa fu una caratteristica comune a tutti gli “Stan” dell’Asia centrale dopo l’indipendenza, dove il potere presidenziale si caratterizzò per una forte dimensione personalistica e autoritaria.

Con i primi anni Duemila, la corruzione e il nepotismo diffusi scatenarono in Kirghizistan due violente rivolte popolari, a poco distanza l’una dall’altra, che si conclusero con le dimissioni dei presidenti allora in carica, rispettivamente Almazbek Atambayev nel 2005 e Kurmanbek Bakiev nel 2010. Nel corso della cosiddetta rivoluzione di aprile (2010), i cittadini kirghisi invocavano una politica più trasparente, che tenesse in maggiore considerazione i valori democratici: Roza Otunbajeva, nominata presidente ad interim, si fece portavoce di queste istanze.

Il 27 giugno 2010, con un referendum confermativo, il Kirghizistan diventò una Repubblica parlamentare. Al referendum partecipò il 70% degli aventi diritto e il 90% votò a favore della nuova Costituzione. Questo fu l’apice del processo di democratizzazione che ha caratterizzato il Kirghizistan dalla dissoluzione dell’Unione sovietica e che gli è valso la fama di ‘isola di democrazia’ nell’Asia centrale.

La Costituzione adottata nel 2010 ha come obiettivo principale quello di impedire che il potere si concentri nelle mani del capo di Stato e, per questo, prevede che il mandato del presidente della Repubblica sia di sei anni con divieto di rielezione. Inoltre, nessun partito può ottenere più del 60% dei seggi in Parlamento, indipendentemente dal numero di voti ricevuti, mentre per sciogliere le Camere serve l’intesa dei due terzi dei parlamentari.

Nell’ultima decade, si sono succeduti alla presidenza Almazbek Atambayev e Sooronbay Jeenbekov, entrambi appartenenti al Partito socialdemocratico del Kirghizistan. Lo scorso ottobre Jeenbekov si è dimesso in seguito alle proteste che hanno scosso il Paese, note come rivoluzione di ottobre.

Le cause delle recenti rivolte non sono solo i presunti brogli elettorali che hanno impedito ai partiti di opposizione di ottenere dei seggi in Parlamento, ma anche una più generale insoddisfazione della popolazione nei confronti della politica, che in trent’anni non è riuscita a trovare delle soluzioni ai problemi endemici del Paese. Anzi, il parlamentarismo li ha acuiti: in Kirghizistan è estremamente difficile raggiungere un accordo tra partiti diversi perché il sistema politico è frammentato in gruppi in costante lotta per il potere. I partiti kirghisi non hanno un programma preciso, ma perseguono gli interessi contingenti dei clan locali che rappresentano.

Lo Stato più turbolento dell’Asia centrale

Il Kirghizistan è profondamente diviso, sia a livello regionale che tra etnieIl Nord del Paese è filo-russo ed economicamente più sviluppato, grazie ai rapporti più intensi che intrattiene con la Russia sin dai tempi dell’Unione sovietica. Al Sud, la società è rurale e fondata sulle antiche tradizioni nomadi. Inoltre, nelle regioni meridionali l’ostilità tra le due maggiori etnie del Paese – kirghisa e uzbeka – sfocia spesso in episodi violenti, come accaduto nel 2010 a Osh.

Il perdurante conflitto tra kirghsi e uzbeki ha origine nelle lotte tra tribù rivali e nella divisione della Valla di Fergana in tre Stati (Kirghizistan, Uzbekistan e Tagikistan), realizzata arbitrariamente dai sovietici negli anni Trenta senza tenere in considerazione la composizione etnica del territorio. Questi fattori, insieme, sono all’origine della nascita dei movimenti nazionalisti di etnia kirghisa nel Sud del Kirghizistan, di cui il neoeletto presidente Sadyr Japarov è uno dei maggiori esponenti.

L’identità dei kirghisi si fonda sull’appartenenza regionale, etnica e clanica prima che nazionale. Le istituzioni statali non sono riconosciute dai cittadini come il centro politico del Paese e sono indebolite dalle continue lotte tra entità locali. A rendere ancora più fragile il sistema politico kirghiso, si inserisce la difficile situazione economica. Il Kirghizistan è il più povero tra gli Stati dell’Asia centrale (il suo PIL si fonda soprattutto sulle rimesse che gli emigrati mandano a casa) e la recente pandemia di Covid-19 ha peggiorato ulteriormente la situazione.

Il Kirghizistan, dunque, è estremamente instabile politicamente e soggetto a repentini mutamenti di potere, come dimostra la rivoluzione dell’ottobre scorso – la terza da quando il Paese ha ottenuto l’indipendenza dall’URSS. Nel mezzo di quest’ultima crisi istituzionale, il populista Sadyr Japarov è riuscito a prevalere e a convincere i kirghisi della necessità di reintrodurre il sistema presidenziale.

Sadyr Japarov e la riforma costituzionale

Sadyr Japarov, originario della regione settentrionale di Issyk-Tul, è entrato in politica nel 2005 e dal 2010 è il leader del partito nazionalista e conservatore Mekenchil (Patriottico), la cui base elettorale si trova nel meridione del Paese. È diventato popolare soprattutto in seguito alla sua partecipazione agli scontri di matrice etnica divampati nella regione di Osh nel 2010.

Il suo programma politico è improntato alla valorizzazione delle tradizioni kirghise. Ad esempio, si prefigge l’istituzione a livello statale di un kurultai, un concilio politico tipico delle antiche popolazioni turco-altaiche. Japarov è sostenuto soprattutto dalle fasce rurali dalla popolazione per le sue idee populiste e anti-establishment.

È stato lui a guidare, nel 2012, la fallimentare campagna per la nazionalizzazione della miniera d’oro di Kumtor, gestita ancora oggi dalla società canadese Centerra Gold. Le riserve minerarie kirghise sono le terze per dimensione nel territorio dell’ex Unione sovietica, dopo quelle russe e uzbeke. Il Kirghizistan, però, non trae guadagno dall’industria mineraria perché lo sfruttamento dei maggiori giacimenti è stato appaltato da società straniere a condizioni molto vantaggiose.

Nel corso della sua carriera politica, Japarov ha organizzato numerose proteste, spesso violente. È il caso del 2013 a Karakol, quando il governatore della regione di Issyk-Tul, Emil Kaptagayev, è stato preso in ostaggio per diverse ore. Dopo questo episodio Japarov è stato condannato a undici anni di carcere e lo scorso ottobre, quando sono iniziate le agitazioni, stava scontando la sua pena. Sono stati proprio i manifestanti a farlo evadere di prigione e in pochi giorni Japarov è riuscito – con modalità ancora non del tutto chiare – a farsi nominare primo ministro e presidente ad interim da parte del Parlamento.

Appena assunto l’incarico provvisorio, Japarov ha promesso cambiamenti profondi per il Kirghizistan. Il suo primo atto ufficiale è stato l’introduzione della specificazione dell’etnia nella carta d’identità nazionale. Ha poi sostituito numerosi funzionari, tra cui tutti e sette i governatori regionali del Paese, con persone a lui vicine. Tuttavia, il suo progetto più ambizioso è la riforma costituzionale che dovrebbe conferire maggiori poteri al presidente.

Secondo la bozza pubblicata il 17 novembre 2020, al capo di Stato viene affidato il pieno controllo sull’esecutivo, mentre i seggi del Parlamento sono ridotti da 120 a 90. Inoltre, sia il governo che il Parlamento dovranno rendere conto delle loro attività al nuovo consiglio superiore, il kurultai.

Il risultato delle consultazioni del 10 gennaio scorso mostra un forte sostegno da parte della popolazione al neoeletto presidente e al suo progetto di cambiare la Costituzione. Secondo il report dell’OSCE, che ha partecipato come osservatore in un limitato numero di seggi, il procedimento elettorale è stato nel complesso ben amministrato. Ciononostante, l’obbligo di registrazione biometrica per iscriversi alle liste elettorali e le normative sanitarie legate alla pandemia da Covid-19 (non ben implementate nei seggi, secondo l’OSCE) hanno disincentivato il voto.

Nel suo discorso inaugurale, Japarov ha promesso ai cittadini che il ritorno alla forma di governo presidenziale permetterà di adottare numerose riforme che in pochi anni porteranno il Paese alla prosperità. Considerando la turbolenta storia della democrazia in Kirghizistan, il destino di Japarov e della sua riforma costituzionale sono legati a doppio filo alla realizzazione di queste promesse.

 

 

Fonti e approfondimenti

Sorio, Nicolò, “Dalla crisi alle urne, dal carcere alla presidenza: Japarov nell’’isola della democrazia’”, Geopolitica.info, 14/01/2021

Pikulicka-Wilczewska, Agnieszka, “Kyrgyztan’s Sadyr Japarov: From a prison cell to the presidency”, Al Jazeera, 12/01/2021

OSCE, “International Election Observation Mission – Kyrgyz Republic – Early Presidential Election 10 January 2021 – Statement of Preliminary Findings and Conclusions”, Organization for Security and Co-operation in Europe, 11/01/2021

Nechepurenko, Ivan, “Populist, Prisoner, President: A Convicted Kidnapper Wins Kyrgyzstan Election”, The New York Times, 10/01/2021

Dzyubenko, Olga, “Kyrgyz nationalist wins landslide victory in presidential poll”, Reuters, 10/01/2021

Marat, Erica, “Kyrgyzstan: Prospects for Pluralism”, Global Centre for Pluralism, maggio 2015

 

Editing a cura di Emanuele Monterotti

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