Jugoslavia: nascita e dissoluzione

Dopo aver inquadrato storicamente la penisola balcanica, vale la pena soffermarsi su un attore di particolare rilievo: la Jugoslavia. Da mero ideale, essa divenne col tempo un reale soggetto politico capace di affermare un’alternativa al comunismo sovietico, ma non abbastanza lungimirante da creare le condizioni per integrare le varie anime che la popolavano e che la porteranno alla dissoluzione.

Le guerre balcaniche del 1912-13, che videro contrapporsi alcuni popoli balcanici contro i turchi e poi contro i bulgari, avevano lasciato spazio a rigidi schieramenti, desideri di vendetta e tensioni incontrollabili, che esploderanno nel primo conflitto mondiale.

La prima pietra per la costruzione della Jugoslavia fu posta nel 1917 con la Dichiarazione di Corfù. Questa prevedeva che al termine della prima guerra mondiale croati, sloveni e serbi avrebbero dato luogo ad un nuovo Stato democratico e parlamentare, sotto la dinastia dei Karadordević.

Nel 1919 il principe reggente Aleksandar proclamò quindi la costituzione del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni (anche “Regno SHS”). È importante ricordare che questo nuovo Stato nasceva in un momento di grande confusione internazionale, in cui inizialmente i governi dell’Intesa si rifiutarono di riconoscerlo.

Il Regno era inoltre fortemente condizionato al suo interno dalle ambiguità politiche maturate durante il conflitto, durante il quale i popoli slavi si trovarono a combattere su due fronti opposti: croati, sloveni, cechi e bulgari contro serbi e russi. È altrettanto rilevante notare come il processo che portò alla formazione di uno Stato unitario dei popoli slavo-meridionali scaturì non da pressioni e accordi internazionali, ma dalla libera scelta dei rappresentanti politici dei medesimi popoli.

1. yugoslavia-1918

Il nuovo stato ebbe però vita breve. Infatti, nel 1929 con un colpo di stato re Aleksandar abolì tutti i partiti e cambiò il nome del regno in Jugoslavia, il quale terminò solo nel 1941 con l’invasione nazista. Durante il periodo della dittatura del re si limitarono notevolmente le libertà democratiche e, con l’abolizione della Costituzione del 1921 che prevedeva uno Stato centralizzato, i rapporti di potere tra serbi e croati furono piuttosto tesi.

In questa fase particolarmente turbolenta iniziarono a farsi largo movimenti di estrema destra come gli ustaša (ribelli croati poi finanziati ed armati da Mussolini) e la Vmro (Organizzazione rivoluzionaria interna macedone), protagonisti dell’assassinio di re Aleksandar nel 1934.

2. kingdom of jugoslavia

Alle porte della seconda guerra mondiale, la Jugoslavia si trovava al centro degli interessi degli schieramenti europei, con Francia e Gran Bretagna da un lato e Germania dall’altro. A ciò si aggiunse presto l’aggressività italiana, causata dall’attivismo tedesco nell’area. Durante il conflitto, il principe Pavle si trovò a dover gestire un difficile equilibrismo diplomatico tra Italia e Germania e una rinnovata simpatia per la Russia.

Il senso di accerchiamento successivo alla disfatta italiana in Grecia favorì il sentimento antifascista jugoslavo ma al tempo stesso continuò ad alimentare la strategia del principe. Nella primavera del 1941, Pavle si convinse a firmare il Patto tripartito nella speranza di salvaguardare l’integrità territoriale del regno, ma pochi giorni dopo il governo fu rovesciato da un nuovo colpo di stato. Hitler reagì rabbiosamente e ordinò l’invasione della Jugoslavia, mentre la società civile iniziò ad organizzare la resistenza sull’onda delle proteste popolari guidate dal nascente Partito comunista.

All’interno della regione, il clima di disgregazione portò non solo alla resa senza condizioni davanti agli invasori tedeschi, ma anche ad un aspro confronto tra ustaša e četnici, un movimento politico e militare serbo. I partigiani comunisti, guidati da Josip Broz detto Tito, si trovarono quindi a dover affrontare non solo le forze naziste, ma anche ustaša e četnici.

La resistenza si manifestò come un complesso fenomeno di massa, conoscendo anche un certo pluralismo come in Slovenia, dove tra le fila dei partigiani vi erano anche forze cattoliche e liberali. Tito si trovò ad affrontare una guerra dal triplice carattere: di liberazione dall’occupazione, di scontro etnico, di scontro civile sulle prospettive politico- istituzionali del dopoguerra.

Nonostante le offensive tedesche del 1942 e 1943, i partigiani riuscirono sempre a sfuggire alla morsa dei due alleati e nel 1944 iniziarono gradualmente a liberare il Paese. Dopo la resa dei conti con ustaša e četnici, il 12 maggio i partigiani liberarono Zagabria e la guerra in Jugoslavia aveva ufficialmente fine, con una settimana di ritardo rispetto al resto d’Europa.

Si aprì allora la questione degli assetti regionali post-bellici, che rivelò tutta la difficoltà nei rapporti tra la Jugoslavia e la coalizione alleata. Churchill e Stalin intendevano esercitare pari influenza in Jugoslavia e inizialmente riuscirono a raggiungere un accordo tra Tito e il governo monarchico. I due leader però non avevano considerato adeguatamente gli obiettivi del Maresciallo, che infatti non era affatto interessato ad un governo di coalizione e stava operando per futuri assetti regionali più appropriati al suo interesse nel Sud-est europeo, che lo condussero a tentare la creazione di una federazione balcanica.

Alla fine di agosto del 1945 si consumò la definitiva rottura nel governo di coalizione e il 31 gennaio 1946 il nuovo Parlamento, che aveva abolito la monarchia e proclamato la nascita di una Repubblica popolare federale, adottò una nuova Costituzione.

Sul modello di quella sovietica del 1936, essa stabiliva un potere centrale, mentre alle sei repubbliche (Bosnia-Erzegovina, Croazia, Macedonia, Montenegro, Serbia, Slovenia) e alle due regioni autonome (Kosovo e Vojvodina, costituite entrambe nell’ambito della Repubblica serba) venivano assegnate competenze assai limitate. Aveva così inizio l’era della Jugoslavia di Tito.

3. jugoslavia

Il leader jugoslavo riuscì a costruire un attore regionale in grado di distinguersi non solo nella propria politica interna, ma anche in politica estera. Il dinamismo e l’autonomia di Tito portarono alla drastica rottura con Mosca nel 1948, facendo cadere il Paese in profonda crisi e offrendo al blocco occidentale una possibilità di accrescere la propria influenza nei Balcani. L’iniziale riavvicinamento con il Cremlino, in seguito alla morte di Stalin, si spezzò nuovamente dopo la crisi ungherese nell’ottobre del 1956, che vide Tito condannare l’uso della forza e l’inferenza straniera negli affari interni di uno Stato.

Tra gli anni Cinquanta e Sessanta, la Jugoslavia attraversò una fase di riforme. Da un lato quelle costituzionali, con la proclamazione della Repubblica socialista federale jugoslava nel 1963, dall’altro quelle economiche e finanziarie, che miravano alla democratizzazione della società, a favorire lo sviluppo e ad inserire la Jugoslavia nel mercato internazionale, mutando la fisionomia del paese che da prevalentemente agrario divenne industriale e commerciale. Al tempo stesso ciò innescò l’accrescimento del divario tra un Nord economicamente sviluppato e un Sud arretrato, uno dei fattori che mise più in crisi il Paese nei decenni successivi.

In politica estera, Tito seppe cogliere le potenzialità del processo di decolonizzazione nella contrapposizione tra Stati Uniti e Unione Sovietica durante la Guerra Fredda. L’attivismo titoista portò alla nascita nel Movimento dei non allineati nel 1961, insieme a India ed Egitto, che inviò un appello alle due superpotenze perché riducessero i contrasti reciproci. Nonostante i risultati furono al di sotto delle aspettative di creazione di un movimento globale, il prestigio di Tito nei paesi del Terzo Mondo era diffuso e il suo equilibrio diplomatico fu preso ad esempio.

Tito

Nel 1971 si riaprì la discussione riguardo ad un assetto federale o confederale del Paese, nodo rimasto sempre in sospeso e che i movimenti sociali del 1968 avevano riportato in superficie. Tito riuscì ancora una volta a tenere insieme la Federazione, imponendo un drastico cambiamento del gruppo dirigente di tutte le repubbliche, allontanando gli esponenti più liberali e apertamente nazionalisti.

Alla fine restava in piedi solo la vecchia generazione comunista, partigiana e leninista legata al Maresciallo, la cui forza riformatrice restava condizionata dall’autoritarismo, rendendolo incapace di trovare appoggi nella società civile e isolandosi culturalmente.

L’invecchiare del Maresciallo pose inevitabilmente la questione della sua successione e, dopo numerosi tentativi avvenuti negli anni precedenti, le modifiche costituzionali del 1974 definirono il ruolo di una futura presidenza collegiale secondo un sistema a rotazione annuale rigidamente prestabilito.

I caratteri che Tito aveva saputo imprimere all’organizzazione della società jugoslava, alla politica estera e all’economia, avevano fatto sì che all’esterno il Paese fosse indicato come modello di un socialismo efficace e umano, alternativo a quello sovietico. In realtà, non erano mancati segnali di crescenti difficoltà in campo economico e politico, tuttavia questi furono a lungo ignorati o sottovalutati.

In un clima internazionale sempre più teso e incerto, il Maresciallo Tito si spense il 4 maggio 1980, provocando grande emozione e sconforto in tutto il Paese, che si sentiva improvvisamente privato di un padre. L’aggravarsi della crisi economica e finanziaria nel Paese, il crescente divario tra Nord e Sud e le spinte nazionaliste ormai incontrollate innescarono una serie di eventi concatenati: dallo scioglimento della Lega dei Comunisti alle elezioni multipartitiche nelle repubbliche, in cui si affermarono quasi ovunque i partiti nazionalisti, fino ai referendum del 1991, in cui Slovenia e Croazia decisero per l’indipendenza dando inizio alla dissoluzione della Jugoslavia.

4. breakup


Il conflitto che scoppiò dopo poco vide contrapporsi non sono etnie, ma visioni differenti del proprio ruolo nella regione
. Sloveni e Croati intendevano prendere parte ai processi di innovazione dell’Europa occidentale, i Serbi guidati da Milošević erano mossi dall’ideale della realizzazione di una “Grande Serbia”, i Kosovari volevano sottrarsi al controllo serbo. Gli scontri si consumarono in una fase iniziale in Slovenia e in Croazia, ma fu in Bosnia-Erzegovina che si verificarono gli orrori peggiori.

La guerra in Bosnia durò dal 1992 al 1995 e vide contrapporsi serbi, croati e musulmani, tre popoli che per secoli avevano vissuto in pace. Le operazioni di pulizia etnica da parte dei “Serbi di Bosnia”, guidati da Karadzić, portarono a massacri come quello avvenuto a Srebrenica, nel luglio del 1995, in cui persero la vita più di 8.000 uomini musulmani. Sarajevo, città simbolo della convivenza pacifica tra culture, fu costretta ad un assedio che è ricordato per essere il più lungo e violento nella storia bellica moderna.

Nel novembre del 1995, a Dayton (Ohio) vennero firmati accordi che posero fine alle ostilità in Bosnia-Erzegovina e che definivano l’assetto politico e istituzionale dello Stato bosniaco così com’è ancora oggi. Eppure le violenze nella regione non cessarono, poiché in Kosovo nel 1998 si intensificarono le azioni dell’esercito di liberazione del Kosovo (UCK) e la repressione serba. Solo nel marzo del 1999, con l’intervento NATO nei Balcani, si concluderanno i conflitti in Jugoslavia. Nel 2000 si concluse l’era Milošević, il quale fu arrestato nell’aprile del 2001 e successivamente consegnato al Tribunale dell’Aja.

La Jugoslavia è entrata da allora nell’immaginario collettivo come “ex-Jugoslavia“, terra instabile e reduce da una violenta guerra fratricida, avvolta da un velo di nebulosa confusione riguardo alla propria storia.

 

 

Fonti e approfondimenti

Bianchini, Stefano. La Questione Jugoslava. Firenze: Giunti Editore, 1999.

http://www.icty.org/en/about/what-former-yugoslavia/conflicts

http://galerija110795.ba/srebrenica/

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