Gli attori non europei nei Balcani: Cina

I Balcani sono un potenziale snodo strategico dal punto di vista economico e commerciale per le ambizioni cinesi. La Belt and Road Initiative (BRI) coinvolge molti Paesi dei Balcani occidentali che si trovano ancora lungo il percorso di integrazione europea, offrendo modelli economici e politici decisamente diversi da quelli proposti dall’Unione Europea.

Cenni storici: i legami con i regimi comunisti

Le relazioni politiche ed economiche tra la Cina e i Paesi balcanici affondano le proprie radici negli anni della Guerra Fredda e sono state segnate anche da una componente ideologica. In particolare, i soggetti con cui la Repubblica Popolare Cinese strinse importanti legami furono da un lato la Jugoslavia di Tito e dall’altro l’Albania di Hoxha. È bene distinguere i rapporti sino-albanesi da quelli sino-jugoslavi, dal momento che assunsero caratteri diversi e in alcuni casi contrapposti.

Le relazioni sino-albanesi

Tra il 1949 e il 1978, Cina e Albania sono state unite da un legame ideologico, economico e diplomatico, a tal punto da rendere l’Albania un attore di rilievo nella compagine dei leader comunisti (senza che ciò corrispondesse all’effettivo livello di performance economica, né alle dimensioni del Paese).

I due Paesi stabilirono le prime relazioni ufficiali nel 1949 – quando l’Albania fu il primo Paese a riconoscere ufficialmente la Repubblica Popolare Cinese – per poi procedere alla creazione della “China – Albania Friendship Association“, così da rafforzare le relazioni bilaterali. Il legame ideologico fu subito evidente, quando entrambi denunciarono il “revisionismo sovietico” dell’URSS e la “strada separata al socialismo” portata avanti dal Maresciallo Tito.

Mao Zedong e Enver Hoxha

Fino al 1961, l’Albania cercò una coesistenza strategica con PRC e URSS – dai quali riceveva denaro e approvvigionamenti di grano e prodotti agricoli, oltre che supporto infrastrutturale. Quando Enver Hoxha (il leader del Partito Albanese del Lavoro) annunciò l’introduzione di un piano quinquennale per abbandonare il modello economico prevalentemente agricolo e passare a una rapida industrializzazione del Paese, l’Unione Sovietica reagì isolando bruscamente l’Albania, cancellando le spedizioni di grano e interrompendo l’assistenza finanziaria e le relazioni diplomatiche. Fu proprio la Cina che corse in aiuto dell’Albania in piena crisi economica, andando in parte a sostituire l’ex-alleato sovietico.

Le relazioni tra i due Paesi da allora furono stabili e durature, ma già dai primi anni ’70 la direzione iniziò a invertirsi. Infatti, Hoxha non era d’accordo con alcune scelte di Mao, soprattutto in politica estera – tra tutte, il riavvicinamento con gli Stati Uniti, segnato dalla visita del presidente Nixon nel 1972. Nel 1978, con l’avvento di Deng Xiaoping e delle sue politiche di apertura, i rapporti tra Albania e Cina si interruppero definitivamente. Solo recentemente i due Paesi hanno iniziato a riavvicinarsi, soprattutto grazie al coinvolgimento dell’Albania nella BRI, senza però tornare alle dinamiche passate.

Le relazioni sino-jugoslave

Per quanto riguarda la Jugoslavia, i rapporti iniziarono verso la fine dell’esperienza titoista, con la prima visita ufficiale a Pechino del Maresciallo Tito nel 1977, seguita l’anno successivo dalla visita del Primo Ministro cinese Hua Guofeng a Belgrado. Questo tipo di interazione diplomatica attraverso reciproche visite ufficiali (definita dagli analisti “travel diplomacy“) continuò per tutti gli anni ’80 e ’90. In particolare, nel 1997 l’allora Presidente Slobodan Milošević si recò a Pechino, segnando una svolta importante nelle relazioni sino-jugoslave. Infatti, erano trascorsi appena due anni dalla firma degli Accordi di Dayton, e il viaggio diplomatico del Presidente fu dipinto come un grande successo politico che poneva fine all’isolamento internazionale di Belgrado.

Chinatown di Belgrado

Questa visita segnò anche l’inizio della liberalizzazione dei visti tra Cina e Repubblica Federale Jugoslava, permettendo ai lavoratori cinesi di stabilirsi in Serbia. In molti sfruttarono questa possibilità alla fine degli anni ’90, avviando piccole attività commerciali in un quartiere alla periferia di Belgrado, il cosiddetto Blok 70, che col tempo si guadagnò il nome di “Chinatown di Belgrado”.

L’appoggio della PRC a ciò che rimaneva della Jugoslavia fu importante anche all’interno del Consiglio di Sicurezza ONU negli anni della presidenza Milošević (1989-2000). Non va dimenticato, infatti, che durante i bombardamenti NATO guidati dagli Stati Uniti del 1999 fu colpita anche l’ambasciata cinese a Belgrado, uccidendo 3 giornalisti cinesi e ferendo altri 27 civili. Questo incidente alimentò ulteriormente non solo i legami politici e diplomatici sino-jugoslavi, ma anche i sentimenti anti-occidentali cinesi. Inoltre, bisogna tenere sempre presente che la Cina si è schierata fin da subito al fianco della Serbia per quanto riguarda la questione del Kosovo, senza mai riconoscere l’autonomia della regione. Dalla prospettiva cinese, riconoscere il Kosovo come indipendente significa stabilire un precedente pericoloso per spinte autonomiste come quelle del Tibet e, più recentemente, dello Xinjiang.

Dopo la dissoluzione della Jugoslavia, la Cina è diventata uno dei quatto pilastri della politica estera ed economica della Serbia (insieme a Russia, Unione Europea e Stati Uniti). La travel diplomacy, infatti, è continuata anche dopo la fine del regime di Milošević. In occasione dell’ultima visita di Xi Jinping a Belgrado, i due Paesi hanno firmato un accordo che ha saldato la loro partnership strategica con l’avvio di un regime di mobilità senza necessità di visti, entrato in vigore nel gennaio 2017 – un unicum nel panorama balcanico.

La situazione attuale: un nuovo teatro di investimento

Al di là delle ragioni storiche e politiche che legano la Cina ai Paesi balcanici e che ci aiutano a comprendere meglio la situazione attuale, ci sono chiare motivazioni strategiche che guidano gli investimenti e le ambizioni cinesi nei Balcani. In particolare, la regione balcanica rappresenta uno snodo chiave per la Belt and Road Initiative (BRI), coinvolgendo Paesi come la Grecia (col porto del Pireo), l’Albania (con lo sbocco  sull’Adriatico) e la Serbia (che offre un corridoio verso l’Europa centrale).

Snodo della Belt and Road Initiative nell’Europa centro-meridionale

Le attuali politiche di cooperazione tra Cina e Balcani sono sostenute dal forum 16+1 (di cui abbiamo già parlato). Ne fanno parte tutti i Paesi dei Balcani occidentali (a eccezione del Kosovo), che si rivelano quindi cruciali per la BRI, soprattutto dal punto di vista delle nuove infrastrutture e del flusso di Investimenti Diretti Esteri verso l’Europa. Pechino ha annunciato un piano di 10 miliardi di dollari in linea di credito volto a sostenere la regione, oltre a 3 miliardi di dollari in fondi di investimento, attraverso canali quali l’Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB) e il BRI forum. Secondo le aspettative, gli investimenti cinesi porteranno alla costruzione di una rete infrastrutturale tale da collegare i maggiori porti e città dei Balcani. Bisognerà poi valutare quanto questi fondi saranno effettivamente impiegati nella regione.

Tra i vari Paesi dei Balcani occidentali, sicuramente la Serbia è l’attore chiave. Ad oggi, la PRC ha investito più di 1 miliardo di dollari nel Paese, per finanziare la costruzione di infrastrutture e progetti energetici. Dal punto di vista cinese, non è tanto il mercato serbo a essere fonte di grande interesse, quanto la sua posizione strategica nel cuore della penisola balcanica, e le sue relazioni commerciali con Unione europea, Russia e Turchia. Inoltre, è uno dei pochi Paesi con un regime stabile nella regione – cosa che non si può mai dare per scontata quando si parla di Balcani. Lo stesso Xi Jinping, nella sua ultima visita ufficiale a Belgrado, ha definito il ruolo della Serbia come cruciale nella cooperazione tra Cina e i Paesi dell’Europa centro-orientale.

Aleksandar Vucic e Xi Jinping

Conclusioni: i Balcani tra UE e Cina

Nonostante i Balcani abbiano una potenzialità strategica per la Cina, non va trascurato che sono innanzitutto questi paesi a essere fortemente interessati ai finanziamenti cinesi e che la forte instabilità politica di alcuni Paesi balcanici costituisce un elemento di grande rischio negli scambi economici. Le ambizioni cinesi finiscono, quindi, con l’essere quasi paradossali, poiché esse richiedono un livello minimo di stabilità che non è sempre garantita nella regione. Anzi, potrebbe essere sostenuto che questa stabilità è proprio offerta dall’Unione Europea e dalle sue prospettive di integrazione, andando a creare interessi contrastanti.

Da sinistra a destra: Donald Tusk, Li Keqiang, Jean-Claude Juncker

La piena integrazione dei Balcani occidentali nell’Unione Europea (e quindi nel mercato unico) sarebbe quindi in linea con gli interessi di Pechino. Eppure, molti leader europei temono la presenza cinese nei Balcani, poiché la Cina offre un modello di relazioni politiche (e soprattutto economiche) totalmente diverso da quello sostenuto dall’UE. Infatti, Pechino – nello stabilire rapporti con i Paesi balcanici – non pone condizionalità quali il rispetto dei diritti umani o dello Stato di diritto, come invece esige Bruxelles.

Pertanto, il timore dell’UE è che i potenziali nuovi Stati membri balcanici finiscano col difendere gli interessi cinesi invece di quelli europei, allontanandosi così definitivamente dalla prospettiva di una piena adesione. Sarà quindi interessante vedere la futura interazione tra le traiettorie economiche e politiche cinesi e quelle europee,  e l’impatto che esse avranno sullo sviluppo della regione.

Fonti e Approfondimenti

European Council of Foreign Relations, “China in the Balkans: the battle of principles”, 06/07/2017, https://www.ecfr.eu/article/commentary_china_in_the_balkans_the_battle_of_principles_7210

Osservatorio Balcani e Caucaso, “China in the Balkans, “firmly in play in the coming years”, 28/11/2017, https://www.balcanicaucaso.org/eng/Areas/Balkans/China-in-the-Balkans-firmly-in-play-in-the-coming-years-184178

Osservatorio Balcani e Caucaso, “China goes to Serbia: infrastructure and politics”, 23/01/2018, https://www.balcanicaucaso.org/eng/Areas/Serbia/China-goes-to-Serbia-infrastructure-and-politics-185401

European Union Institute for Security Studies (EUISS), China’s Road: into the Western Balkans“, Febbraio 2017, https://www.iss.europa.eu/sites/default/files/EUISSFiles/Brief%203%20China%27s%20Silk%20Road.pdf

Balkan Insight, “China and EU Play Balkan Investment ‘Great Game'”, 05/07/2018, http://www.balkaninsight.com/en/article/the-great-summit-game-07-03-2018

Balkan Insight – “China in the Balkans” section http://www.balkaninsight.com/en/page/china-in-the-balkans-analysis-and-opinion

Ejinsight, “Why China-Albania relationship is warming up again”, 22/08/2018 http://www.ejinsight.com/20180822-why-china-albania-relationship-is-warming-up-again/

ISPI – Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, “There is life beyond the EU: Russia, Turkey and China in the Western Balkans”, 16/05/2018, https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/there-life-beyond-eu-russia-turkey-and-china-western-balkans-20528

ISPI – Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, “OBOR: rischio politico crescente per lo snodo Balcani”, 21/07/2017, https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/obor-rischio-politico-crescente-lo-snodo-balcani-17228

Reconnecting Asia, “China reconnects with the Balkans” 22/02/2018, https://reconnectingasia.csis.org/analysis/entries/china-reconnects-balkans/

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