Gli attori non europei nei Balcani: Russia

Storicamente terra contesa e al centro degli interessi geopolitici e strategici delle grandi potenze europee, i Balcani hanno attirato l’attenzione anche di altri attori oltre l’Unione Europea, che corre il rischio di vedersi spodestata dal suo ruolo di principale pretendente. Lo scopo di questo breve ciclo di articoli è quello di esplorare gli interessi e gli obiettivi politici ed economici degli attori non europei presenti nella penisola balcanica, in particolare Russia, Cina, Turchia e Ungheria (che pur essendo uno Stato membro dell’UE non si può certo dire che ne condivida le politiche mainstream).

Cenni storici: il forte legame con i popoli slavi

La presenza russa nei Balcani ha radici lontane ed era tradizionalmente legata a motivazioni culturali e religiose, per cui gli Tsar intendevano porsi come protettori dei popoli slavi-ortodossi. Per secoli, quindi, la Russia ha visto i Balcani come un’area in cui esercitare una naturale sfera di influenza, per esempio portando Pietro il Grande a proteggere il piccolo Regno di Montenegro.

Ci sono alcune date fondamentali da ricordare per comprendere al meglio le origini dell’interesse russo nella penisola balcanica. La prima è il 1774, quando Caterina II siglò il Trattato di Kuchuk Kainardji con l’Impero Ottomano, ottenendo il diritto di rappresentare i popoli cristiani nei Balcani e diventando quindi una figura chiave per la Chiesa Ortodossa balcanica.  La seconda è il 1878, anno della firma del Trattato di Santo Stefano, in cui veniva costituita la cosiddetta “Grande Bulgaria”, su cui la Russia avrebbe esercitato il ruolo di “protettore” (andando a guadagnare un avamposto sull’Egeo), e in cui Serbia e Montenegro acquisirono piena indipendenza dall’Impero Ottomano.

Trattato di Santo Stefano (fonte: Omniatlas)

A inizio Novecento, dopo che una rivoluzione aveva rovesciato la dinastia austriaca a Belgrado, gli interessi della Russia si spostarono gradualmente verso la Serbia, che si dimostrò un alleato più leale della Bulgaria, il cui popolo si rivelò essere meno docile di quanto sperato. Il Montenegro, invece, rimaneva un alleato satellite, i cui principi vivevano delle pensioni russe.

Non va inoltre dimenticato che nella Prima Guerra Mondiale la Russia intervenne proprio a difesa della Serbia. Nonostante ciò, la fine della guerra segnò il primo allontanamento del colosso russo dai Balcani dal Settecento, a causa da un lato della creazione del Regno di Serbi, Croati e Sloveni (Regno SHS), dall’altro della rivoluzione bolscevica che finì per spaventare le monarchie balcaniche. Sarà la Seconda guerra mondiale a ristabilire l’ordine, con la regione dominata da partiti comunisti legati a Mosca, anche se con eccezioni importanti quali la Grecia e la Jugoslavia. Fino al 1991, la presenza dell’URSS nei Balcani copriva quasi l’intera regione e si fondava su una forza incontrastata.

La situazione attuale: alleati fedeli in tempi di crisi

Con la dissoluzione dell’URSS, la Russia si vide nuovamente esclusa dai giochi e da quel momento non riuscirà più a esercitare un’influenza salda ed estesa come nei secoli precedenti. Al giorno d’oggi, il campo d’azione è limitato ma non per questo trascurabile. Grecia, Romania, Croazia, Albania e Kosovo (almeno per quanto riguarda la parte governativa albanese) sono Paesi su cui la Russia non ha interesse o non riesce a imporre la propria presenza, a causa della propria identità di vecchia potenza tradizionalmente cristiana ortodossa e quindi con poca presa su Paesi cattolici (Croazia), musulmani (Albania e Kosovo) oppure con identità nazionali distanti da Mosca (Grecia e Romania).

I Paesi balcanici su cui invece la Russia può ancora giocare un ruolo importante sono Bulgaria, Serbia, Montenegro e Macedonia, mentre in Bosnia-Erzegovina e Kosovo rappresenta un alleato importante per la popolazione di etnia serba. È il popolo serbo in particolare che non riesce a concepire Mosca come un nemico, dato il forte sentimento di solidarietà etnica e religiosa. Questo legame si traduce in influenza politica, diplomatica ed economica, nonostante tutti questi Paesi siano coinvolti nel processo di integrazione europea (Serbia, Montenegro, Bosnia, Kosovo) oppure siano già Stati membri (Bulgaria). In particolare, la Russia può contare sul sostegno dei media e mezzi di informazione filo-russi e ha costruito col tempo investimenti strategici, soprattutto nel settore energetico (petrolifero).

Il Presidente serbo Aleksandar Vucic e il Presidente russo Vladimir Putin (Mosca, 2019) (fonte: Balkan Insight)

Vale la pena soffermarsi brevemente su due Paesi in cui il Cremlino si trova in una posizione potenzialmente cruciale: Serbia e Bosnia-Erzegovina.

Serbia

In una fase storica in cui le relazioni tra la Russia e il Paesi occidentali è ai minimi storici dopo il caso Skripal e la crisi della Crimea, Belgrado è sempre rimasta fedele a Mosca, decidendo di non schierarsi con i propri alleati europei, quindi di non espellere i diplomatici russi dalle proprie sedi, e garantendo supporto alla Russia dopo l’annessione della Crimea. Queste scelte fanno parte di una linea strategica della Serbia, secondo la quale mostrarsi vicina all’alleato russo è funzionale a ottenere concessioni dall’Unione Europea verso la piena adesione. In un momento come questo il bisogno è reciproco: la Russia necessita di un alleato leale come la Serbia nel continente europeo, così come Belgrado non può fare a meno di Mosca da un punto di vista economico, oltre che politico (specialmente per quanto riguarda la questione kosovara).

Bosnia-Erzegovina

In Bosnia-Erzegovina la situazione è più delicata, dato che in gioco c’è l’integrità territoriale del Paese. L’ex-presidente della Republika Srpska e attuale membro serbo della presidenza collettiva, Milorad Dodik, è sempre stato grande sostenitore della secessione dell’entità bosniaca verso un ricongiungimento con il vicino serbo, così come dovrebbe fare la parte nord del Kosovo, ventilando quindi l’ipotesi innominabile di un ritorno all’ideale della “Grande Serbia” voluta da Milošević. Tale azione, attualmente inconcepibile e in violazione degli Accordi di Dayton, andrebbe a smembrare anche la Federazione croato-musulmana, in cui le forze politiche croate rivendicano la creazione di una propria entità separata dal resto della Federazione. In tale contesto, la vicinanza tra Dodik, ora ai vertici del Paese, e Putin non è da sottovalutare.

Inoltre, la composizione etnicamente eterogenea della popolazione fa sì che non ci sia un’unica voce che esprima univoci interessi, per cui la componente musulmana e quella croata non vedono di buon occhio i legami tra la Repubblica Srpska e la Russia. Questo fattore finisce per indebolire entrambe le parti: la Bosnia che non riesce a stabilire relazioni economiche e commerciali forti con Mosca, mentre la Russia non fatica a conquistarsi un appoggio solido da parte di Sarajevo.

Il Presidente serbo della Bosnia-Erzegovina Milorad Dodik e il Presidente russo Vladimir Putin (Mosca, 2016) (fonte: Balkan Insight)

Conclusioni: piromani e pompieri

In generale, l’attuale atteggiamento russo nei confronti dei Balcani è quello di puntare al massimo risultato col minimo sforzo, mentre il legame culturale-religioso è rimasto per lo più un substrato. Per anni il Cremlino ha sfruttato il vuoto di potere nei Balcani da parte dell’Unione Europea e degli Stati Uniti, per poi diventare un attore silenzioso. A tale proposito, è molto interessante la posizione di Mark Galeotti, senior researcher dell’Institute of International Relations di Praga, che definisce i russi “piromani e pompieri”. Secondo questa strategia, la Russia tende a fomentare situazioni di potenziale crisi per poi aspettare l’invito degli Stati Uniti e dell’Unione Europea per aiutarli a trovare una soluzione.

Sicuramente, il fallimento delle politiche europee, poco costanti e incapaci di integrare realmente i Paesi balcanici nella compagine europea, offre grande margine di manovra a un attore come la Russia, che non può che avere interesse a conquistare un ruolo da primato in una regione strategica come i Balcani, da sfruttare come leva contro i concorrenti euro-atlantici.

Fonti e Approfondimenti

Balkan Insight, “Russia Sees the Balkans as Bargaining Chip”, 16/07/2018, http://www.balkaninsight.com/en/article/russia-sees-the-balkans-as-bargaining-chip–07-15-2018

Balkan Insight, “Balkans Better Off without Tsar or Sultan”, 15/12/15, http://www.balkaninsight.com/en/article/balkans-better-off-without-tsar-or-sultan-12-15-2015-1

Balkan Insight, “Busting Myths About Russia’s Balkan Designs”, 27/07/2017, http://www.balkaninsight.com/en/article/busting-myths-about-russia-s-balkan-designs-07-26-2017

Balkan Insight, “Russia and Turkey Remain Rivals in the Balkans”, 18/09/2018, http://www.balkaninsight.com/en/article/russia-and-turkey-remain-rivals-in-the-balkans-09-14-2018

Balkan Insight, “Russia Never Went Away from the Balkans”, 08/02/2017, http://www.balkaninsight.com/en/article/russia-never-went-away-from-the-balkans-01-18-2017

Balkan Insight, “Russia’s Big Games Strike Echoes in the Balkans”, 14/09/2017, http://www.balkaninsight.com/en/article/russia-s-big-games-strike-echoes-in-the-balkans-09-13-2017

Balkan Insight, “Russian Visits Reveal Push for Influence in Bosnia”, 25/04/2018, http://www.balkaninsight.com/en/article/russian-visits-reveal-push-for-influence-in-bosnia-04-25-2018

Balkan Insight, “Serbia is Sealing its Position as Russia’s Best Friend”, 03/04/2018, http://www.balkaninsight.com/en/article/serbia-is-sealing-its-position-as-russia-s-best-friend-04-02-2018

Balkan Insight, “Why the Balkans Should Support Russian Dissidents”, 23/03/2018, http://www.balkaninsight.com/en/article/why-we-should-support-russian-dissidents-03-16-2018

Foreign Affairs, “Russia’s Bosnia Gambit”, 06/09/2017, https://www.foreignaffairs.com/articles/bosnia-herzegovina/2017-09-06/russias-bosnia-gambit

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