Gli attori non europei nei Balcani: Ungheria

L’Ungheria di Orbán è un attore fondamentale nei Balcani e sta cercando di esportare il suo modello di democrazia illiberale aumentando la propria influenza politica, culturale ed economica nella regione.

L’Ungheria e Orbán nei Balcani

La politica balcanica è stata considerata fondamentale dall’Ungheria da ben prima dell’avvento di Orbán come primo ministro. I legami tra Budapest e la frammentata regione sottostante sono storici, culturali e politici: la Croazia e la Dalmazia facevano parte, nel quindicesimo secolo, del Regno d’Ungheria, e gli stati a sud del confine erano organizzati in piccole entità separate al servizio della politica di difesa ungherese.

A seconda del periodo storico, l’influenza magiara è stata altalenante. Nonostante sia stata meno decisiva durante l’apice del potere dell’Impero Ottomano, l’Ungheria ha beneficiato poi del declino di quest’ultimo. Le ambizioni regionali ungheresi non sono mai state egemoniche, data la costante presenza di attori più potenti, ma il compromesso storico dietro la creazione dell’Impero Austro-Ungarico e le dimensioni territoriali dello stato, ben maggiori di quelle attuali, rendevano Budapest un tassello fondamentale nel contesto balcanico, nonché il vero ponte tra l’Europa cristiana e l’Oriente.

Ai giorni nostri, la situazione è ben diversa. Dopo la Prima Guerra Mondiale, l’Ungheria è stata severamente punita dal trattato di Trianon, in cui ha visto una drastica riduzione dei propri confini, al punto di non essere più l’unico ponte tra Balcani ed Europa quanto piuttosto uno dei tasselli che lo compongono.

Allo stesso tempo, la politica europea è cambiata, e ai bellicosi nazionalismi del secolo scorso si sono sostituiti i placidi e spesso frustranti metodi dell’Unione Europea, di cui l’Ungheria è entrata a far parte nel 2004. Questa situazione ha permesso a Budapest di continuare a esercitare la propria influenza nei Balcani, sebbene in forme completamente diverse, legate al soft power e all’influenza economico-culturale.

L’attore principale in politica estera è il machiavellico primo ministro ungherese, Viktor Orbán, alla guida del partito conservatore Fidesz, arrivato ormai al terzo mandato grazie all’impressionante 49% ottenuto alle scorse elezioni e di nuovo dotato di una super maggioranza al Parlamento. Egli sembra infatti avere una specifica strategia per quanto riguarda i Balcani, basata sulla creazione di alleanze con specifici personaggi e partiti per esercitare maggiore influenza nel panorama europeo. Il suo scopo, come sottolineato da diversi autori, è quello di esportare il proprio modello di democrazia illiberale all’estero, nella speranza di creare un blocco più nutrito possibile di stati opposti o critici verso il mainstream di Bruxelles.

Il suo approccio agli stati balcanici si compone dunque di due aspetti: l’avvicinamento economico e culturale e la ricerca di un’affinità politico-ideologica con uno specifico alleato locale.

La strategia economica

L’influenza economica ungherese è variegata e diretta in modo particolarmente evidente verso le numerose minoranze magiare presenti nella zona – retaggio del ridimensionamento territoriale degli anni ’20.

La Romania conta oltre 600.000 cittadini dotati della doppia cittadinanza rumena e ungherese, con la facoltà di votare in entrambi i Paesi, che rivestono dunque una speciale importanza. Orbán cerca da tempo di attirare a sé questi voti, promuovendo iniziative per aumentare l’autonomia delle regioni a maggioranza magiara e causando preoccupazione tra gli alti piani a Bucarest, nonostante i rapporti cordiali tra l’esecutivo e Orbán stesso. Tra queste iniziative vi è un accordo di cooperazione siglato nel 2015, che prevede supporto finanziario al principale partito etnico ungherese in Romania, e numerosi investimenti sul territorio, volti alla creazione di strutture  ed eventi religiosi, culturali e sportivi.

Una consistente minoranza ungherese si trova in Serbia, al confine, e anch’essa è oggetto del corteggiamento di Fidesz. Nel corso del 2018, oltre 160 milioni di euro sono stati investiti per fornire prestiti a basso tasso di interesse ai contadini ungheresi in Serbia, insieme ad aiuti finanziari a sostegno del partito etnico. Tale dispendio economico, unito alla semplificazione del procedimento per ottenere la doppia cittadinanza, consegnerà probabilmente a Orbán ulteriori voti, necessari per mantenere l’egemonia in Parlamento.

Una costante di questi investimenti è l’enfasi posta sulla promozione dello sport e specialmente del calcio, uno degli hobby principali di Orbán. La sua insistenza al riguardo è tanto evidente da aver dato adito a diverse critiche riguardo una gestione non appropriata del denaro ungherese, che potrebbe essere speso in settori più rilevanti.

L’influenza economica di Orbán si estende anche in Croazia e Macedonia. A Zagabria ha fatto scalpore la prepotenza con cui la compagnia petrolifera ungherese MOL ha cominciato ad acquisire azioni della compagnia nazionale croata, fino a controllarne la maggioranza nel 2009. Accuse di corruzione hanno reso la questione controversa e spinto il governo croato a tentare di riottenere il controllo della compagnia, ma alle dichiarazioni al riguardo non sembrano essere seguite azioni effettive. Allo stesso tempo, Orbán è idolo incontrastato nei circoli conservatori di destra croati, a testimonianza del suo carisma e dell’influenza di cui gode in determinati ambienti.

In Macedonia, la preoccupazione principale ungherese è legata alla crisi migratoria, data la centralità di Skopje nella gestione dei flussi provenienti dalla Grecia. Qui, il governo Fidesz ha provato a insidiarsi nelle compagnie di comunicazione nazionali, con lo scopo di favorire la propaganda pro-partito e di screditare il governo liberale di Zaev. Il caso macedone dimostra infatti come gli interessi economici siano sempre subordinati all’alleanza con un partner politico affine.

La strategia politica e il ruolo dell’Unione Europea

La strategia politica ungherese consiste nel favorire l’integrazione europea di tutti i Balcani occidentali, a condizione che il singolo governo sia vicino alle posizioni di Orbán. Se un determinato governo non dimostra di voler importare il modello illiberale proposto da Budapest, l’ingresso nell’Unione viene ostacolato, in attesa dell’arrivo di un nuovo esecutivo più amichevole, potenziale alleato contro Bruxelles una volta effettuato l’accesso.

Questo è esattamente ciò che sta accadendo in Macedonia: l’alleato di Orbán è il partito conservatore VMRO DPMNE, controllato dal quasi autocrate Gruevski prima dello scandalo delle registrazioni del 2015. Il governo Zaev non è dunque ideologicamente affine ad Orbán né si è alleato con lui. A causa di ciò, Budapest sta attivamente ostacolando il processo di adesione macedone all’Unione e alla NATO, schierandosi ad esempio contro la risoluzione della controversia sul nome tra Skopje ed Atene.

L’influenza politica del modello Fidesz si basa sul fascino della sua democrazia illiberale: diversi leader balcanici ne sono attratti, vedendo in esso una legittimazione per le proprie politiche accentratrici e per gli scarsi risultati in materia di corruzione. Orbán è stato in grado di creare una convincente retorica per questo nuovo polo internazionale, quella dell’“Unione di stati”. Quest’idea, contrapposta a quella di una maggiore integrazione europea, è di per sé una legittima interpretazione riguardo il futuro percorso europeo. Il problema sorge quando viene utilizzata strumentalmente per sviare l’attenzione dall’eccessivo processo di centralizzazione del potere, in esplicito contrasto con i valori fondanti dell’Unione Europea, e per giustificare una svolta autocratica interna.

Sono molti gli osservatori che auspicano una maggiore risolutezza degli organismi comunitari nell’affrontare la ormai annosa questione dello stato di diritto. L’esportazione del modello Orbán è già cominciata, come testimoniato dal caso polacco, ma l’eventualità che la democrazia illiberale possa influenzare anche altri attori, tra cui appunto quelli balcanici, è tutto fuorché irrealistica. Data la formale legalità del processo di innescato da Fidesz, questi potrebbero anche effettuare l’accesso nell’Unione pur rispettandone tutti i parametri democratici: un’eventualità che minerebbe la stabilità del progetto europeo dall’interno. Senza contare la legittimità di cui gode Orbán, data la sua presenza nel Partito Popolare Europeo.

L’Unione deve pertanto agire nei Balcani finché ha il coltello dalla parte del manico, senza permettere l’accesso a Stati poco affidabili dal punto di vista della tenuta democratica. Allo stesso tempo, non può permettersi di esitare troppo per non lasciare campo libero ai propri rivali – come la Russia, la Turchia o la Cina.

Una strada promettente potrebbe essere quella proposta dalla Commissione negli scorsi mesi, che prevede di rendere i fondi comunitari condizionali alla tenuta dello stato di diritto. Tale soluzione agirebbe da deterrente, scoraggiando i candidati balcanici dall’intraprendere il percorso tracciato da Orbán. Questo tipo di sanzioni economiche rappresentano uno dei pochi modi che l’Unione ha per influenzare il comportamento dei propri stati membri: deve perciò sfruttarli al meglio, per assicurare la sopravvivenza dei propri valori fondanti in Ungheria e Polonia e per esportarli efficacemente nei Balcani.

Fondi ed approfondimenti

http://www.balkaninsight.com/en/article/hungary-s-orban-strengthens-his-grip-on-balkans-06-19-2018

http://www.pism.pl/publications/bulletin/no-144-1215#

https://www.politico.eu/article/hungarys-illiberal-infection-of-the-western-balkans-viktor-orban/

https://www.journalofdemocracy.org/article/explaining-eastern-europe-orb%C3%A1n%E2%80%99s-laboratory-illiberalism

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