Lo stato di diritto in Polonia

La Polonia rischia sempre più di trasformarsi in una democrazia illiberale, a causa dell’accentramento nelle mani dell’esecutivo dei media e dell’apparato giudiziario. Una legge di recente approvazione ha rivoluzionato la Corte Suprema, scatenando proteste da parte della popolazione e l’inizio di una procedura d’infrazione da parte della Commissione Europea, aggiungendo un tassello a una battaglia giudiziaria che dura ormai da due anni.

L’inizio della crisi

Da ormai diversi anni la Polonia ha smesso i suoi panni da modello di integrazione europea per assumere quelli di enfant terrible, come è stata definita in diversi occasioni. Le sue posizioni, guidate dal partito conservatore e nazionalista Prawo i Sprawiedliwość (PiS, Diritto e Giustizia) di Jarosław Kaczyński, hanno conosciuto una netta svolta intollerante, tanto a livello di politica estera che interna. Se da un lato si parla delle dure reazioni anti-migranti alle politiche proposte dall’Unione Europea in materia di riallocazione, dall’altro i problemi riguardano il sempre crescente controllo governativo sui media e la perdita di indipendenza da parte del potere giudiziario nei confronti dell’esecutivo. Questo processo, che ormai viene definito come crisi costituzionale polacca, ha preoccupato fin da subito Bruxelles, soprattutto a causa delle modalità con cui si è svolto e si sta svolgendo.

Abbiamo già trattato in un precedente articolo di come la crisi abbia avuto inizio: una volta vinte le elezioni nel 2015, il PiS ha sostituito cinque giudici della Tribunale Costituzionale nominati dal precedente governo di Donald Tusk (la Piattaforma Civile, Platforma Obywatelska, PO) nonostante esistessero controversie solo su due di essi. L’Unione Europea si è attivata, annunciando nel gennaio 2016 l’inizio di speciali investigazioni che avrebbero potuto portare all’innesco dell’articolo 7 TUE, la cosiddetta “opzione nucleare”. Questa ha lo scopo di salvaguardare lo stato di diritto in Europa e prevede sanzioni crescenti sino alla perdita del diritto di voto di Varsavia nelle istituzioni europee. Il tempo ha dimostrato come la minaccia di ricorrere all’articolo 7 non sia stata sufficiente, anche a causa della de facto impossibilità di concluderne ogni passaggio procedurale data la necessità di raggiungere l’unanimità – Polonia esclusa. L’Ungheria di Orbàn porrà il suo veto senza alcun dubbio, considerata la simile attenzione che sta ricevendo da Bruxelles, e non è detto che il PiS non abbia altri alleati in Europa.

La riforma del giudiziario

Consapevole della sua inattaccabilità sul fronte legale, il partito al governo ha continuato a spingere per modificare il sistema giudiziario. La motivazione ufficiale è sempre stata quella di rendere quest’ultimo più efficiente e di liberarlo da alcuni suoi elementi corrotti, lontano dal popolo e retaggio del passato comunista. Gli oppositori del PiS temono invece che la Polonia possa muoversi verso un’autocrazia a causa del venir meno della fondamentale separazione tra potere giudiziario ed esecutivo. La popolazione si è fatta sentire: quando il PiS ha proposto un pacchetto di tre proposte nel luglio 2017, il Presidente Andrzej Duda ha posto il suo veto su due di queste a causa delle proteste della popolazione scesa in piazza. Tali proposte avrebbero dato più potere al Ministero della Giustizia e influenzato il Consiglio Nazionale per il Giudiziario (KRS), atto a sorvegliare proprio l’indipendenza del giudiziario.

 

Statement of President Andrzej Duda
Il Presidente polacco Andrzej Duda.

 

Nonostante le ripetute minacce da parte della Commissione Europea, che da gennaio 2016 ha più volte fatto sapere a Varsavia di essere pronta a innescare ufficialmente l’articolo 7, Duda non ha abbandonato l’idea della riforma ma ne ha piuttosto modificate alcune caratteristiche, basandole su un abbassamento dell’età di pensionamento dei giudici da 70 a 65 anni. La proposta è stata presentata dal governo polacco per una verifica alla Commissione di Venezia, un organo del Consiglio d’Europa – esterno alle dinamiche dell’Unione – preposto alla salvaguardia di diritti umani e dello stato di diritto. Il suo parere, presentato lo scorso dicembre, è stato inequivocabile: il sistema proposto da Duda era per certi aspetti peggiore di quello sovietico presente in Polonia prima del crollo dell’URSS. Anche a causa di ciò la Commissione si è definitivamente attivata e ha innescato formalmente l’articolo 7; una maggioranza di quattro quinti degli Stati Membri riconoscerebbe la presenza di un rischio concreto per lo stato di diritto in Polonia e potrerebbe a stretti controlli per proteggerlo.

Queste prese di posizione non hanno impedito al progetto di Duda di concretizzarsi questo aprile, quando la legge in questione è stata approvata dal Sejm, il Parlamento. Per effetto della legge quasi il quaranta percento dei giudici della Corte Costituzionale si è trovato oltre la soglia prevista e, dunque, da sostituire, a meno di non ricevere un allungamento del mandato da parte del Presidente Duda stesso. Tra le teste cadute spicca quella del Presidente della Corte Suprema, Małgorzata Gersdorf; l’interruzione del suo mandato prima del tempo è in aperta contraddizione con la costituzione polacca. È pertanto iniziata una dura battaglia tra Gersdorf ed il governo, con la prima che si è sempre recata in ufficio non riconoscendo la legittimità della legge e rifiutandosi, insieme ad altri undici giudici, di compilare il modulo per richiedere il prolungamento di mandato. Durante un discorso tenutosi all’Università di Varsavia, ha inoltre sostenuto che la legge sul pensionamento non sia altro che una purga. Un nodo fondamentale è quello riguardante il Tribunale Costituzionale – l’oggetto della disputa iniziale tra l’Unione e la Polonia, nonché organo incaricato di gestire conflitti inter-istituzionali come questo – definito da Gersfdorf come una facciata e non abbastanza credibile da avere voce in capitolo nella sua formazione attuale.

 

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Małgorzata Gersdorf si presenta in ufficio nonostante la legge sul pensionamento.

 

La reazione dell’Unione e dell’Irlanda

In tutto ciò si è inserita la nuova mossa della Commissione Europea, che il 3 luglio ha aperto un nuovo fronte nella forma di una procedura di infrazione urgente, che richiederà una risposta da parte di Varsavia entro un mese invece dei soliti due. La Commissione ha motivato la sua decisione attaccando la recente legge sul pensionamento, in particolare l’interruzione del mandato della Gersdorf e la facoltà di Duda di confermare o meno i giudici di età superiore ai previsti 65 anni. Una procedura di infrazione non può avere le radicali conseguenze dell’articolo 7, ma è senza dubbio più semplice da portare avanti: se Bruxelles non sarà soddisfatta dalla risposta polacca potrà decidere di portare Varsavia di fronte alla Corte di Giustizia Europea. Il viceministro agli affari esteri polacco, Konrad Szymanski, ha sottolineato come questa scelta sia probabilmente dovuta allo stallo legato all’articolo 7 e all’impossibilità di raggiungere l’unanimità richiesta. Sembra difficile confutare questa ipotesi, ma questo mostra come la Commissione, nonostante le immancabili difficoltà procedurali che caratterizzano l’Unione Europea, sembri intenzionata a tenere un pugno più duro contro Varsavia, dopo le decine di avvertimenti lanciati negli ultimi due anni.

 

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Proteste contro la riforma della Corte Suprema.

 

D’altronde le istituzioni di Bruxelles non sono sole nell’affrontare la questione. Un esempio significativo è dato da un recente caso giudiziario in Irlanda. Artur Celmer, cittadino polacco, si trova in questo momento in carcere in Irlanda per accuse di traffico di droga in patria. La corte irlandese ha richiesto alla Corte di Giustizia Europea un parere riguardo l’estradizione, temendo che i recenti sviluppi in Polonia possano compromettere la possibilità per Celmer di ricevere un giusto processo. La Corte di Lussemburgo ha deliberato a fine giugno che la possibilità di bloccare l’estradizione esiste se si può dimostrare che il sistema giudiziario di un altro Stato Membro sia carente. L’intera vicenda non solo rischia di avere conseguenze importanti sull’efficacia dell’accordo sul Mandato d’Arresto Europeo, ma dimostra come altri Stati Membri – in questo caso l’Irlanda – stiano ormai mettendo in dubbio lo stato del sistema giudiziario polacco. Questo supporto nei confronti delle istituzioni europee sarà fondamentale, se queste vogliono avere una seria possibilità di bloccare il processo di centralizzazione del potere messo in atto dal PiS di Kaczyński.

Fonti e approfondimenti

https://www.theguardian.com/world/2018/jul/04/poland-supreme-court-head-malgorzata-gersdorf-defies-retirement-law

http://www.brusselstimes.com/eu-affairs/11816/last-minute-infringement-procedure-on-polish-supreme-court

https://www.politico.eu/article/polish-president-andrzej-duda-to-remove-top-supreme-court-judge-malgorzata-gersdorf-rule-of-law/

https://www.dw.com/en/european-court-of-justice-ecj-sends-polish-extradition-case-back-to-ireland/a-44439428

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