Perché i migranti non arrivano in Europa dell’Est: l’opposizione interna all’UE

In Europa centro-orientale i governi di Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria si rifiutano di fare la loro parte nel gestire la crisi migratoria in corso. Le ragioni dietro questo atteggiamento sono molteplici e nascondono un generale allontanamento dai principi democratici propri dell’Unione Europea, rischiando di creare una frattura all’interno di essa.

La crisi migratoria

È ormai dal 2015 che l’Unione Europea fronteggia con risultati discontinui il problema del gran numero di migranti in entrata nel continente. Una molteplicità di conflitti concorre a causare quella che non si esita più a definire come la più grave crisi migratoria in Europa dalla Seconda Guerra mondiale. Secondo l’UNHCR la maggior parte dei migranti non economici arrivati in Europa nel 2015 provenivano da Siria, Afghanistan, Eritrea, Somalia e Iraq.

Le cifre che riguardano i migranti irregolari e le richieste d’asilo hanno superato quelle registrate negli anni ’90, quando la presenza degli sfollati era causata soprattutto dal collasso della Jugoslavia comunista. L’UNHCR ha inoltre dichiarato che il numero globale di persone obbligate ad abbandonare il proprio paese nel 2014 ha toccato quasi i sessanta milioni.

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L’Unione Europea ha cercato di dare una risposta al problema ma, se a livello di principio dei passi sono stati fatti, altrettanto non si può dire dal punto di vista pratico.
Molti stati membri si sono fatti carico di un numero di migranti inferiore a quello pattuito, mentre altri si sono espressamente rifiutati di fare la loro parte nel programma di accoglienza lanciato dall’Unione.

Questo secondo gruppo è composto nello specifico da Polonia, Slovacchia, Repubblica Ceca e Ungheria. Questi quattro stati sono noti come gruppo Visegrad o V4, un’alleanza informale che si sta ponendo come un forte ostacolo all’azione di Bruxelles. I governi di Slovacchia e Ungheria hanno persino fatto ricorso (fallendo) di fronte alla Corte di Giustizia Europea, nella speranza di far bollare come irregolare il concetto di quote obbligatorie.

Prima di analizzare le ragioni e le strategie dietro a queste posizioni, ad ogni modo, è opportuno aprire una parentesi sull’attuale programma dell’Unione Europea riguardante la gestione dei migranti.

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Il programma dell’Unione Europea

Una fondamentale premessa va fatta riguardo la differenza tra resettlement e relocation. Il primo termine secondo la definizione dell’UNHCR indica la selezione e il trasferimento di rifugiati “da uno stato in cui hanno richiesto protezione a un paese terzo che li ammetta”. Con relocation invece si intende il movimento dei rifugiati da uno stato membro dell’Unione ad un altro: il principio fondamentale alla base di questo concetto è quello della solidarietà intra-EU, che dovrebbe spingere gli stati membri a venire in aiuto di quelli particolarmente coinvolti nei flussi migratori. Tra questi ultimi spiccano l’Italia e la Grecia.

Gli strumenti utilizzati dall’Unione si sviluppano dunque a partire da queste basi. Sono le politiche di ricollocamento a rivestire una maggiore importanza nel dibattito europeo, in quanto lo spostamento di migranti da un paese all’altro è interamente gestito dagli stati membri e dall’Unione. Al contrario, le condizioni per il resettlement vedono un ruolo più prominente del diritto internazionale e delle Nazioni Unite, e sono concordate in larga parte tramite accordi con stati terzi. Il più noto di questi è quello con la Turchia.

Turkish Prime Minister Ahmet Davutoglu poses with European Union leaders during a EU-Turkey summit in Brussels


La Commissione Junker ha proposto lo scorso 9 settembre un piano di riallocazione di circa 160.000 migranti da Italia e Grecia al resto dell’Unione
, approvato in seguito dalla maggioranza degli stati membri ma non dalla loro totalità. Di questo numero, 120.000 sono oggetto di riallocazione obbligatoria, mentre gli altri 40.000 dovrebbero muoversi sulla base di proposte volontarie.

Originariamente anche oltre 50.000 migranti presenti in Ungheria avrebbero dovuto essere oggetto del programma; ciò non è avvenuto a causa del rifiuto del paese di parteciparvi. Obbiettivo dichiarato dell’iniziativa era quello di “ridisegnare le frammentate e disfunzionali politiche di immigrazione in Europa”, per fronteggiare un problema che, ben lungi dal colpire singoli stati, ha invece una scala continentale.

 

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Infografica sul piano europeo di ricollocamento

 

 

La posizione del Gruppo Visegrad

Il rifiuto dell’Ungheria di partecipare al programma è emblematico della sua posizione, la stessa degli altri membri del V4: un’aperta ostilità nei confronti tanto del programma europeo quanto dei migranti in quanto tali, considerati portatori di disordine, criminalità e ideologie estremiste (spesso equiparate alla semplice religione islamica). I governi conservatori del V4 sfruttano alcune tendenze presenti anche in Europa centrale ed orientale per ottenere voti e porsi come alternativa alle correnti più liberali e moderate presenti altrove.

Tra queste tendenze si possono trovare la cosiddetta “xenofobia platonica”, ovvero un’opinione negativa dei migranti e degli stranieri senza che questi siano effettivamente presenti nei propri territori, e lo “sciovinismo del welfare”, secondo cui i servizi statali dovrebbero essere offerti alla popolazione nativa e non a quella migrante. Tali fenomeni sembrano essere più forti in Europa orientale che altrove, malgrado i migranti mediorientali vedano questi territori solo come passaggi obbligati per arrivare alla vera meta – l’Europa Occidentale e Settentrionale – e nonostante il gran numero di migranti economici intra-Unione che partono da questi paesi.

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Non sorprende dunque che la presa di posizione di Viktor Orbàn contro il programma dell’Unione, simboleggiata dalla costruzione delle recinzioni al confine con la Serbia a metà 2015, sia stata seguita da altri governi della regione.
Questi hanno sfruttato la reazione repressiva ungherese al suo problema ai confini per esplicitare la propria volontà di non ospitare migranti di nessun tipo, sebbene la presenza di stranieri e migranti politici o economici nei paesi V4 sia estremamente ridotta.

I motivi dietro alla posizione del V4 non sono esclusivamente legati alla sola convenienza politica di cavalcare il malcontento popolare. Infatti Ungheria e Polonia sono oggetto di un altro serio dibattito all’interno dell’Unione Europea a causa della generale svolta antidemocratica in corso nella classe politica e nelle istituzioni statali.

Non è possibile prescindere la questione dei migranti dal complessivo atteggiamento di Budapest e Varsavia, ormai sempre più opposte alla linea di Bruxelles e spine nel fianco di un’Unione che si è sempre dipinta come democratica e in prima linea sui diritti umani. Orbàn si è posto come leader del movimento illiberale europeo, sfruttando la questione migratoria sin dall’attacco terroristico contro Charlie Hebdo del gennaio 2015.

Grazie alla sua posizione estrema è riuscito ad effettuare modifiche legislative e costituzionali, per permettere al suo partito Fidesz di vincere le elezioni ed attuare un’agenda politica lungi dall’essere democratica. Inizialmente isolato, Orbàn ha trovato il suo più grande alleato nel 2015, quando in Polonia il partito Diritto e Giustizia (PiS) di Jarosław Kaczyński ha vinto le elezioni, ponendosi saldamente alla guida di un paese che fino a quel momento era stato più timido di altri nell’opporsi alle richieste di Bruxelles.

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La reazione dell’Europa

Questa frattura tra Est e Ovest del continente potrebbe essere ulteriormente allargata dalle recenti azioni legali intraprese dalla Commissione Europea. Il 13 giugno 2017 quest’ultima ha annunciato, a causa dei continui rifiuti dei governi polacco, ceco e ungherese di accogliere la quota pattuita di migranti, l’inizio della procedura di infrazione (infringement procedure). Questa potrebbe portare a sanzioni economiche piuttosto elevate, se giungesse a termine.

Le reazioni sono state tutt’altro che unanimi: da un lato coloro che ritengono giusto punire coloro che si rifiutano di garantire il rispetto dei diritti umani; dall’altra chi invece sostiene che la procedura legale porterà ad un ulteriore allontanamento di questi paesi dalle linee democratiche europee, creando due blocchi contrapposti.

La separazione non è netta come si potrebbe credere, con diversi paesi europei che mostrano una sorta di reticente benevolenza nei confronti delle posizioni anti-migranti del V4. Quasi nessuno in Europa ha rispettato lo schema di riallocazione del 2015, e le richieste di Orbàn riguardo controlli più severi ai confini sono condivise da molte, anche da alti ufficiali dell’Unione. A ciò si aggiunge un per ora abbozzato piano alternativo, proposto dal presidente slovacco Robert Fico, basato sulla “solidarietà effettiva”.

 

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Questa si propone di superare il concetto di quote obbligatorie e di dare a ciascuno stato la possibilità aiutare gli altri come meglio crede
, magari solo attraverso contributi finanziari, a seconda della gravità della situazione. L’idea di solidarietà effettiva, per quanto poco articolata, piace a molti e potrebbe influenzare il futuro della politica migratoria comunitaria.

L’Unione si trova dunque di fronte a un bivio. Una strada impone di punire il gruppo Visegrad per il mancato rispetto degli accordi presi e per il disinteresse nei confronti del destino di migliaia di vite, mostrando allo stesso tempo che l’Unione può essere in grado di agire in modo convincente. L’altra suggerisce di usare un approccio più diplomatico, per impedire un ulteriore allontanamento della regione dal resto d’Europa e per non mandare a monte diverse trattative in corso.

Una strada si propone di passare per la modifica dell’accordo di Dublino, mentre l’obiettivo dell’altra è quello rinnovare il programma di riallocazione, scaduto il 26 settembre. Quello che è certo è il bisogno di un seria svolta nel modo in cui la crisi migratoria è gestita, nonché di una maggiore attenzione generale nei confronti di quella che dovrebbe essere il cuore pulsante dell’Unione Europea: la solidarietà.

 

Fonti e Approfondimenti:

http://europa.eu/rapid/press-release_IP-15-5596_en.htm

https://www.theguardian.com/world/2016/mar/04/eu-refugee-relocation-scheme-inadequate-will-continue-to-fail

http://www.politico.eu/article/robert-fico-slovakia-outlines-alternative-migration-plan-dublin-regulation/

https://www.economist.com/news/europe/21689629-migration-crisis-has-given-unsettling-new-direction-old-alliance-big-bad-visegrad

https://www.foreignaffairs.com/articles/hungary/2015-07-30/scaling-wall

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