Gli attori non europei nei Balcani: Stati Uniti

Dopo aver trattato il ruolo di Russia, Ungheria, Turchia e Cina, passiamo ad analizzare la presenza degli Stati Uniti nei Balcani. Gli interessi americani non sono più sicuramente quelli che orientarono il coinvolgimento degli USA nei conflitto degli anni ’90, ma non per questo sono meno rilevanti al giorno d’oggi.

Cenni storici: dalla Guerra fredda al conflitto degli anni ’90

Storicamente, le radici degli interessi americani nella penisola balcanica sono da ricondurre alle dinamiche della Guerra fredda. Negli anni immediatamente successivi alla Seconda guerra mondiale, dopo aver sostenuto le forze di Tito nella lotta all’invasore nazista, gli Stati Uniti irrigidirono la loro posizione nei confronti della neonata Jugoslavia, in quanto Tito era visto come una pedina nelle mani di Stalin per espandersi ulteriormente in Europa sudorientale. Eppure, il Maresciallo dimostrò già dal 1948, anno in cui si consumò la rottura con l’URSS, di voler intraprendere un proprio percorso in politica interna e in politica estera, senza farsi condizionare eccessivamente dall’andamento bipolare.

Nonostante l’allontanamento dal colosso sovietico, Tito continuava a proclamarsi comunista e questo fondamento marcatamente ideologico impedì agli Stati Uniti di includere la Jugoslavia nella propria orbita. Inoltre, la Jugoslavia era un attore difficilmente controllabile, che avrebbe potuto giocare un ruolo fondamentale in un’Europa segnata dalla cortina di ferro. Infatti, se da un lato gli USA provarono all’inizio degli anni ’50 a guadagnarsi il favore di Tito sostenendo la sua posizione nel Consiglio di Sicurezza ONU e fornendo fondi di aiuto economico e militare, dall’altro il Maresciallo acconsentì tacitamente all’invasione sovietica in Ungheria nel 1956.

Anche se i rapporti tra Tito e gli Stati Uniti migliorarono leggermente quando la Jugoslavia condannò fermamente la repressione delle proteste di Praga nel 1968, la situazione tornò a raffreddarsi quando il Maresciallo si fece promotore del movimento dei non allineati e si schierò con l’URSS nel conflitto arabo-israeliano nel 1973. Gli Stati Uniti capirono, quindi, che si trovavano davanti a un attore le cui mosse erano difficili da prevedere e su cui sarebbe stato difficile fare pieno affidamento.

Il maresciallo Tito e il presidente americano Kennedy durante una visita ufficiale (fonte: YouTube)

Una volta avviato il processo di dissoluzione della Jugoslavia nel 1991, gli USA furono riluttanti nell’assumere un ruolo di primo piano nel conflitto, lasciando inizialmente presumere che si trattasse di una questione prettamente europea. Solo nel 1994, dopo l’ennesimo bombardamento di Sarajevo, il presidente Clinton dichiarò che gli Stati Uniti avevano “chiari interessi a rischio nel conflitto”.

Gli interessi americani in gioco erano molteplici. Oltre a volersi allontanare dall’iniziale convinzione che la guerra in corso in Bosnia fosse un affare unicamente europeo, l’interesse primario ed esplicito era evitare che il conflitto finisse col contaminare e destabilizzare l’Europa intera. Inoltre, il presidente Clinton intendeva consolidare l’Alleanza atlantica come forza stabile e credibile nell’era post-Guerra fredda, oltre che tamponare i flussi di profughi in fuga dalle atrocità della guerra e offrire aiuto umanitario a una Sarajevo assediata ormai da molti mesi.

Ovviamente, negli Stati Uniti non tutti erano convinti dell’intervento americano in una regione del mondo piuttosto lontana, anche culturalmente, dal Paese, e proprio per questo motivo Clinton non mancò di specificare che “il nostro contributo nel risolvere il conflitto bosniaco sarà proporzionato ai nostri interessi, niente di più e niente di meno“. Infatti, inizialmente le misure previste furono principalmente attacchi aerei, cercando di evitare il dispiegamento di forze armate sul territorio.

Gli Stati Uniti, da quel momento, legarono la propria presenza nella regione a quella della NATO. Non fu, infatti, un intervento unilaterale degli USA nel conflitto, ma si trattò di un coinvolgimento “indiretto”, svolto in qualità di attore cruciale dell’Alleanza atlantica, agendo attraverso operazioni militari e di peacekeeping. Il coinvolgimento americano nel conflitto nei Balcani, però, non fu solo militare. Anche dal punto di vista diplomatico, il raggiungimento di un accordo tra le parti in guerra fu in gran parte dovuto alla direzione americana del tavolo di negoziazione. Gli Accordi di Dayton del 1995 furono firmati in una base militare in Ohio, in cui il diplomatico Richard Holbrooke impose un nuovo disegno istituzionale della Bosnia post-conflitto che mettesse d’accordo le tre fazioni protagoniste della guerra civile.

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Slobodan Milosevicć e Bill Clinton (Fonte: Wikimedia Commons)

Una volta conclusa la guerra in Bosnia, gli Stati Uniti (e quindi la NATO) non abbandonarono i Balcani. Fortemente intenzionate a porre fine al regime di Milošević, le forze atlantiche intervennero con massicci bombardamenti nella guerra in Kosovo nel 1999, una delle operazioni militari più contestate della storia recente. Conclusi i conflitti, gli USA si adoperarono per la ricostruzione della regione, promuovendo progetti di cooperazione e stabilità a lungo termine, attraverso l’integrazione delle nuove repubbliche indipendenti nella compagine euro-atlantica e ponendosi come attore in grado di garantirne la sicurezza interna ed esterna.

Situazione attuale: i Balcani nell’era Trump

L’avvento della nuova amministrazione americana ha fatto sorgere molti dubbi sul futuro del ruolo degli USA nei Balcani, affrontati sia dal Consiglio Atlantico sia dal Fondo Europeo per i Balcani in due summit del 2017. La politica di “America first” ha infatti suscitato molte perplessità, in quanto ritirarsi dai Balcani significherebbe lasciare spazio ad altri attori interessati a imporre la propria presenza (come già ampiamente spiegato negli articoli precedenti). Inoltre, un ridimensionamento dell’impegno americano rischierebbe di far riemergere con forza gli animi etno-nazionalisti che, per ora, sono sotto controllo. Non a caso alcune classi politiche, in particolare serbe, hanno ben visto l’elezione di Trump.

Attualmente, l’amministrazione Trump ha cercato di rassicurare i Paesi della regione e gli alleati europei riguardo alle proprie intenzioni con visite ufficiali come quella del vicepresidente Pence in Montenegro nel 2017, andando a disattendere le aspettative dei politici nazionalisti. La nuova amministrazione americana non ha riportato il Kosovo alla Serbia, anzi ha cercato di sostenere tentativi di dialogo tra le parti, al fine di sbloccare il percorso verso l’adesione della Serbia all’UE.

Le dichiarazioni politiche dei pubblici ufficiali che hanno avuto modo di visitare la regione hanno sempre toccato gli stessi temi: proteggere i Paesi balcanici da tendenze antidemocratiche e nazionaliste, contrastare la corruzione, realizzare un’Europa libera, democratica e in cui regna la pace. Quindi, l’ideale dell’America promotrice di valori liberali che si contrappone a Paesi con regimi illiberali quali Russia, Cina e Turchia, pare rinforzarsi in modo particolare nei Balcani.

Gli USA, quindi, sono un attore non europeo che ha tutto l’interesse di vedere i Paesi dei Balcani occidentali integrati nell’Unione Europea. Infatti, è percepito come un forte alleato dell’UE nel portare avanti il percorso di integrazione europea, sostenendo le riforme economiche, sociali e istituzionali necessarie a raggiungere gli standard richiesti. La strategia americana per mettere al sicuro la regione dai potenziali contendenti russi, cinesi e turchi non si articola solamente attraverso l’integrazione nell’UE, ma anche con l’allargamento dell’Alleanza Atlantica. È recente, infatti, l’ingresso del Montenegro, mentre è attualmente in corso il processo di adesione della Macedonia del Nord dopo la risoluzione della disputa sul nome.

Conclusioni: cosa c’è in gioco per gli Stati Uniti?

Ha ancora senso per gli Stati Uniti rimanere nei Balcani? Abbiamo già ribadito più volte il carattere strategico della regione balcanica e gli USA sanno bene che avere i paesi dell’Europa sudorientale dalla propria parte è fondamentale. Dal punto di vista geopolitico, avere accesso ai Balcani significa poter usufruire di un ponte verso aree cruciali per la politica estera americana, in quanto la regione si affaccia non solo sulle già menzionate Russia e Turchia, ma anche sul Medio Oriente.

Il vicepresidente Mike Pence e l’Alto rappresentante Federica Mogherini (fonte: Europa.ba)

Abbandonare la regione potrebbe avere conseguenze non trascurabili, quali instabilità e polarizzazione politica, difficoltà economiche, tendenze autoritarie, tensioni etniche e separatiste. Mantenere costante, anche se eventualmente ridotta, la propria presenza significherebbe controllare alcune dinamiche cruciali per gli altri teatri di interesse americano, non per ultimo il traffico illegale di armi e la radicalizzazione islamica nei Balcani di gruppi che vanno a combattere in Siria o Afghanistan.

Pertanto, gli Stati Uniti sono ben consapevoli di cosa sia in gioco nei Balcani e che eclissarsi dallo scenario balcanico non è negli interessi americani. Come ha detto Pence nella visita in Montenegro, “America first doesn’t mean America alone.

Fonti e Approfondimenti:

Atlantic Council, “Here’s Why US Commitment to the Western Balkans Matters”, 30/11/2017, https://www.atlanticcouncil.org/blogs/new-atlanticist/here-s-why-us-commitment-to-the-western-balkans-matters

Balkan Insight, “Atlantic Council Report Does Not Take Balkans ‘Forward’”, 26/02/2018, https://balkaninsight.com/2018/02/26/atlantic-council-report-does-not-take-balkans-forward-02-22-2018/

Balkan Insight, “‘Balkans Forward’ is Intended to Start a Conversation”, 27/02/2018, https://balkaninsight.com/2018/02/27/balkans-forward-is-intended-to-start-a-conversation-02-22-2018/

Balkan Insight, “AWOL: US Leadership in The Balkans”, 06/06/2018, https://balkaninsight.com/2018/06/06/awol-us-leadership-in-the-balkans-06-05-2018/

Daalder, Ivo H. and Michael E. O’Hanlon, “The United States in the Balkans: There to Stay” The Washington Quarterly (autunno 2000), https://www.brookings.edu/wp-content/uploads/2016/06/2000autumn_TWQ.pdf

European Parliament Research Service (EPRS), “The United States and the Western Balkans”, Novembre 2017, http://www.europarl.europa.eu/RegData/etudes/ATAG/2017/614581/EPRS_ATA(2017)614581_EN.pdf

Foreign Policy News, “Balkans in the era of ‘America first'”, 22/02/2018, http://foreignpolicynews.org/2018/02/22/balkans-era-america-first/

History Editors, “United States gives military and economic aid to communist Yugoslavia”, 13/12/2018, https://www.history.com/this-day-in-history/united-states-gives-military-and-economic-aid-to-communist-yugoslavia

The New York Times, “Conflict in the Balkans: Clinton outlines US interests in Bosnia air strikes”, 10/02/1994, https://www.nytimes.com/1994/02/10/world/conflict-in-the-balkans-clinton-outlines-us-interest-in-bosnia-air-strikes.html

The New York Times, “Mike Pence, in Montenegro, Assures Balkans of U.S. Support“, 02/09/2017, https://www.nytimes.com/2017/08/02/world/europe/pence-montenegro-markovic-nato.html?_r=0

US Department of State – Balkan Region, https://www.state.gov/p/eur/rt/balkans/

La Comunità internazionale nei Balcani e l’illusione del controllo

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