Balcani in pillole: Bosnia-Erzegovina

La storia della Bosnia-Erzegovina è complessa e affascinante ed essa ha in sé molte delle delicate questioni che attraversano i Balcani. Crocevia di culture, popoli e religioni, la Bosnia ha visto il proprio territorio essere smembrato e riassegnato non solo dagli Imperi che l’hanno dominata, ma anche dagli Stati vicini come la Serbia e la Croazia, che volevano assicurarsi il controllo delle aree in cui vivevano comunità di loro cittadini. Al termine di un conflitto doloroso, le ferite faticano a guarire e la ripresa verso la stabilità è ancora lunga.

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Popolazione: 3,856,181 abitanti
Superficie: 51,197 kmq
Densità di popolazione: 68.7 ab./kmq
Capitale: Sarajevo
Forma di governo: Rappresentativo delle due entità costitutive dello Stato (FBiH e Rs)
Gruppi nazionali: bosgnacchi 50.1%; serbi 30.8%; croati 15,4%; altri 2.7%; non specificato 1%
Religioni diffuse: musulmani 50.7%; ortodossi 30.7%; cattolici 15.2%; altri 1.2%; non specificato 1.1%
Lingua ufficiale: bosniaco 52.9%; serbo 30.8%; croato 14.6%
Posizione rispetto all’UE: potenziale candidato dal 2016

Storia politica

Le due province di Bosnia ed Erzegovina, con il Trattato di Berlino del 1878, passarono sotto l’amministrazione austro-ungarica dopo essere state dominate per più di quattro secoli dai turchi. L’annessione completa e unilaterale all’Impero asburgico avvenne nel 1908 e destò una crescente tensione fra gli slavi meridionali, fino a sfociare nell’attentato all’erede al trono Francesco Ferdinando, assassinato a Sarajevo il 28 giugno 1914 dal giovane irredentista serbo Gavrilo Princip.

La sconfitta dell’Austria-Ungheria nel primo conflitto mondiale provocò l’incorporazione della Bosnia-Erzegovina nel primo Stato degli slavi del sud (o jugoslavi): il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni (Regno SHS), che abbiamo precedentemente menzionato. Con la riforma amministrativa del 1929, il territorio fu smembrato e diviso in quattro province, mentre nel 1939 alcuni territori furono assegnati alla Croazia. Con l’occupazione nazista del 1941, le province bosniache entrano a far parte dello Stato fantoccio croato del dittatore fascista Ante Pavelić.

Fu proprio nelle montagne bosniache che si organizzò la resistenza jugoslava e in una cruenta guerra civile si fronteggiarono le bande croate degli ustaša, quelle serbe dei četnici e i partigiani comunisti jugoslavi di Tito. Con la vittoria dei partigiani nel 1943, nacque la Jugoslavia federale e la Bosnia-Erzegovina, con capoluogo Sarajevo, diventò una delle sei repubbliche della Federazione. Dal 1968 i musulmani diventarono una nazionalità riconosciuta dalla costituzione bosniaca.

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La profonda crisi economica successiva alla morte del Maresciallo Tito nel 1980 e le crescenti tensioni tra serbi e sloveni misero in discussione l’esistenza stessa del Paese. L’inizio della dissoluzione della Jugoslavia nel 1991, con i referendum sloveno e croato, spinse anche i bosniaci ad esprimersi sull’indipendenza nel 1992. I serbo-bosniaci boicottarono il referendum, determinati a rimanere nella “nuova Jugoslavia”, ormai limitata solo a Serbia e Montenegro.

La dichiarazione d’indipendenza, il 6 aprile 1992, coincise con il coinvolgimento della Bosnia nel conflitto militare che consumò i Balcani negli anni ’90. Con l’aiuto delle forze militari jugoslave, i serbo-bosniaci occuparono rapidamente due terzi del territorio, autoproclamando la nascita della Repubblica serba di Bosnia (Rs) e cominciarono un sanguinoso assedio delle città rimaste sotto il controllo croato e musulmano, inclusa la capitale Sarajevo.

Un primo progetto di mediazione, che proponeva la divisione del territorio in dieci cantoni autonomi, venne presentato nel 1993 ma dopo lunghe discussioni venne rifiutato dai serbi di Bosnia. Le ambiguità di tale progetto e il suo fallimento portarono a una spaccatura sul fronte croato-musulmano e alla guerra fra il governo centrale bosniaco, a guida musulmana, e l’Herceg-Bosna, la piccola repubblica autoproclamata dai croati nell’Erzegovina, segnando l’inizio del momento più difficile della guerra. Infatti, le tre parti si combattevano in una guerra fratricida, in cui i massacri di civili si susseguivano e non si riusciva a trovare una soluzione diplomatica che facesse cessare le ostilità.

© Crown copyright. IWM (BOS 33)
La comunità internazionale, in crescente difficoltà, propose prima un secondo piano di pace che prevedeva la divisione del paese in tre mini-stati, che però fallì nuovamente. Si decise allora di istituire delle “zone protette” dall’ONU, tra cui Sarajevo e Srebrenica, ma non furono comunque in grado di proteggerle dagli assalti serbi.

La pressione diplomatica sulla Croazia portò nel 1994 alla fine della guerra croato-musulmana, con la nascita della Federazione della Bosnia-Erzegovina (FBiH), confederata con Zagabria. In luglio venne creato un Gruppo di contatto internazionale che elaborò un’ultima proposta di pace: la divisione del territorio bosniaco per il 49% alla Rs e per il 51% alla FBiH, collegata da un corridoio a tre enclave protette dall’ONU in Rs.

Anche questa proposta fu rifiutata dai serbo-bosniaci, che occuparono due delle sei zone di sicurezza: Zepa e Srebrenica, compiendo ulteriori massacri di civili. Essi furono costretti a capitolare di fronte ai primi attacchi da parte della NATO, che nel frattempo aveva assunto la guida della missione militare in Bosnia.

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Nel novembre del 1995, le parti coinvolte nel conflitto dovettero accettare gli accordi siglati a Dayton, che sancirono la fine della guerra. In tale occasione venne anche scritta la nuova Costituzione della Bosnia-Erzegovina, che riconosceva ufficialmente tre popoli costituenti: musulmani (o “bosgnacchi”, per evitare di confondere appartenenza etnica e quella religiosa), croati, serbi. Oltre alle tre comunità, veniva anche individuata una categoria residuale chiamata “Altri” (Others), che includeva tutti coloro che appartenevano alle minoranze etniche come Rom, Ebrei, chi proveniva da famiglie etnicamente miste e chi non desiderava dichiarare la propria appartenenza etnica.

L’assetto post-bellico fu segnato da molte incertezze politiche, da ricorrenti tensioni interetniche e da una difficile transizione economica, resa sempre più delicata e complessa da una endemica condizione di corruzione e abuso di potere delle vecchie retrovie comuniste, rimaste sempre al potere anche durante il conflitto.

La stabilità del paese è ancora lontana dall’essere raggiunta, ma tra alti e bassi ci sono stati lievi segni di ripresa. Nel 2008, dopo una delicata intesa sulla questione della riforma della polizia, la Bosnia-Erzegovina ha firmato l’Accordo di Stabilizzazione e Associazione con l’Unione Europea, ma solo nel febbraio del 2016 si riuscirà a guadagnare lo status di Paese potenziale candidato.

Il processo di integrazione europea, che potrebbe portare a una definitiva stabilizzazione del paese, è complicata dagli assetti politici-istituzionali previsti da Dayton, che rendono molto lenti e fragili i processi decisionali. I popoli costituenti hanno infatti forti autonomie e un potere di veto che possono esercitare ogniqualvolta si discuta di questioni contro gli interessi vitali della propria comunità. Questo si traduce in una grande difficoltà nell’approvare le riforme politiche e sociali di cui il paese avrebbe bisogno per uscire da una crisi economica e sociale strisciante.

Prospetto economico

La Bosnia-Erzegovina ha ancora una economia di transizione che fatica ad affermarsi nel libero mercato. L’economia si regge principalmente sull’esportazione di metalli, energia, tessile e sui finanziamenti esteri. Purtroppo, il governo fortemente decentralizzato rallenta il processo di riforma dell’economia e la coordinazione nelle politiche da attuare tra le entità che costituiscono il paese.

Inoltre, l’eccessiva burocrazia e un mercato così frammentato scoraggiano gli investimenti stranieri, che sono drasticamente calati dal 2007. Il settore privato cresce lentamente, ma l’alto tasso di  disoccupazione rimane l’indicatore macroeconomico più difficile da contrastare.

Il settore bancario è principalmente controllato dalle banche austriache e italiane (Unicredit e Intesa Sanpaolo), nonostante la più grande banca della Rs sia interamente privata.

Nel 2016, la Bosnia-Erzegovina ha iniziato un programma che prevede un finanziamento per tre anni da parte del Fondo Monetario Internazionale, vincolato a riforme economiche necessarie ad avere ulteriori futuri finanziamenti.

Le principali priorità economiche del paese sono: una maggiore integrazione europea, un rafforzamento del sistema fiscale, una riforma della pubblica amministrazione, entrare a far parte dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, assicurare la crescita economica attraverso un settore privato dinamico e competitivo.

Componente etnico-religiosa

La storia della Bosnia-Erzegovina è attraversata da due importanti confini: quello che ha diviso i cristiani cattolici dagli ortodossi e quello tra l’Impero Asburgico e l’Impero Ottomano, che ha fermato l’espansione turca in Europa limitandola ai Balcani dal XV al XX secolo.

Per queste due ragioni, la Bosnia-Erzegovina è stata il punto di contatto tra le tre comunità slave distinte dalla religione d’appartenenza: la croata-cattolica; la serba-ortodossa; quella dei bogomili, cristiani eretici divenuti musulmani con la dominazione ottomana.

Prima del conflitto, le diverse etnie e religioni erano distribuite in modo estremamente eterogeneo ed è solo con le operazioni di pulizia etnica e con gli imponenti flussi di profughi che si è arrivata ad una distribuzione più o meno omogenea.

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Gli accordi di Dayton e la conseguente divisione territoriale si basavano sul censimento della popolazione del 1991, l’ultimo prima della guerra. Nel 2013, a quasi dieci anni dalla fine del conflitto, è stato fatto un altro censimento, i cui risultati sono stati diffusi solo recentemente.

I risultati confermano la distribuzione etnica tra Federazione della Bosnia-Erzegovina (a maggioranza musulmana e croata) e della Repubblica serba (a maggioranza serba), eppure complessivamente il numero di musulmani è aumentato, così come quelli della categoria “Altri”, mentre il numero di serbi e croati sarebbe sensibilmente diminuito.

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Il cambiamento della distribuzione etnica della popolazione potrebbe andare al alterare un delicato sistema politico che si regge su un complesso sistema di rappresentanza del potere su base etnica, per questo motivo i risultati non sono stati riconosciuti dalla Rs ed essi non hanno portato (ancora) ad alcuna discussione di un eventuale riforma politico-istituzionale.

Bandiera

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La bandiera della Bosnia-Erzegovina è altamente simbolica.

Innanzitutto, i tre colori, blu, bianco e giallo, intendono rappresentare pace e neutralità. In particolare, il bianco indica la pace, il blu il continente europeo e il giallo la diversità etnica. Questi tre colori, inoltre, sono tradizionalmente legati al Regno di Bosnia della dinastia Kotromanić.

Il triangolo riprende la forma geografica della Bosnia-Erzegovina (da alcuni anche chiamata la “nazione a forma di cuore”, in quanto simile al cuore anatomico). I tre vertici del triangolo rappresentano i tre popoli costituenti: bosniacchi, serbi, croati.

Infine, le stelle richiamano l’Europa ed essendo state concepite come infinite esse continuano dall’inizio alla fine della bandiera.

 

 

Fonti e approfondimenti:

http://databank.worldbank.org/data/Views/Reports/ReportWidgetCustom.aspx?Report_Name=CountryProfile&Id=b450fd57&tbar=y&dd=y&inf=n&zm=n&country=BIH

https://www.cia.gov/library/publications/the-world-factbook/geos/bk.html

http://www.balkaninsight.com/en/article/new-demographic-picture-of-bosnia-finally-revealed-06-30-2016

https://ec.europa.eu/neighbourhood-enlargement/countries/detailed-country-information/bosnia-herzegovina_en

Privitera, Francesco (a cura di). Guida ai paesi dell’Europa centrale orientale e balcanica. Annuario politico-economico 2010. Bologna: Il Mulino (2011).

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