Gli attori non europei nei Balcani: l’Arabia Saudita

L’area dei Balcani occidentali è un complesso mosaico di nazionalità, etnie e credi religiosi. In ragione di tale frammentazione, come raccontato in altri articoli, diverse potenze extraeuropee hanno dimostrato crescente interesse per la regione. L’Arabia Saudita, sin dal crollo della Federazione Jugoslava, si è posizionata a pieno titolo tra queste, come emerge guardando al caso della Bosnia.

Influenza religiosa, scambi economici e posizionamento strategico

L’azione di Riyad nei Balcani si è sviluppata in tre connesse aree d’interesse: una crescente influenza religiosa supportata da floridi scambi economici, con il fine di migliorare il proprio posizionamento strategico.

Prima degli anni Novanta, nei Paesi con una forte presenza musulmana, come la Bosnia, l’Albania e il Kosovol’interpretazione del messaggio religioso si era distinta per secolarizzazione e moderazione. Tali caratteristiche si ponevano in continuità con l’impostazione religiosa dell’Impero ottomano, le cui massime espressioni religiose erano state il misticismo sufi e la tradizione derviscia. In seguito alla dissoluzione della Jugoslavia e alle persecuzioni subite da parte di serbi e croati, però, all’interno delle comunità musulmane sono emerse istanze più estremiste, che l’Arabia Saudita ha sfruttato incoraggiando l’affermarsi della propria versione di Islam conservatore: il wahhabismo.

Dalla metà degli anni Novanta, questa dottrina religiosa, nonostante fosse già presente nella regione in forma minore, si è gradualmente integrata alla già variegata composizione del mosaico islamico locale. Visto il favorevole contesto sociopolitico, i  sauditi sono riusciti nel proprio intento attraverso l’azione di numerose ONG e associazioni religiose, direttamente o indirettamente finanziate da Riyad. Tali associazioni hanno operato in diversi campi, dalla costruzione di numerose moschee, come ad esempio la moschea di Re Fahd a Sarajevo, al sostegno economico a scuole, aziende e associazioni presenti sul territorio.

Obiettivo principale di questo impegno è stato insidiare l’influenza nella regione dell’altro gigante del mondo islamico: la Turchia. I Paesi del Golfo, infatti, mirano a bilanciare la presenza turca nei Balcani. Ankara è da sempre legata a queste popolazioni da motivazioni storiche. Negli ultimi anni, in ragione dell’accentramento operato da Erdoğan e della riscoperta del mito ottomano, la Turchia ha accresciuto la propria influenza sulle minoranze musulmane presenti nei Balcani. L’Arabia Saudita si trova contrapposta alla Turchia su tutti i fronti aperti: dalla Libia alla Siria, passando per il blocco del Qatar, l’omicidio Khashoggi e i rapporti con l’Iran e con la Fratellanza Musulmana; non è quindi intenzionata a cedere una zona strategicamente cruciale come quella dei Balcani.

Centro di Sarajevo
Centro di Sarajevo. Fonte: Flickr

Il modello saudita in Bosnia

Il coinvolgimento diretto dei sauditi in Bosnia iniziò nel 1993, con la fondazione dell’Alta Commissione saudita per il soccorso della Bosnia e dell’Erzegovina, sotto la guida dell’attuale re, allora principe, Salman bin Abdul Aziz al Saud. I sauditi, però, già dall’anno prima avevano facilitato l’installarsi di numerosi combattenti provenienti da Afganistan e Nord Africa, con l’obiettivo di combattere serbi e croati. Questi foreign fighters’, circa 1.800 secondo alcune stime, andarono a costituire la brigata El-Muszahid, una forza militare parallela che gettò le basi per la penetrazione del wahhabismo nel Paese. Alla fine della guerra, molti dei combattenti hanno sposato ragazze delle comunità locali e si sono stabiliti in alcuni centri come Zenica, Gornja Maoca e Bočinja, nonostante gli Accordi di Dayton del 1995 li obbligassero ad abbandonare il Paese. Da questi centri, come recentemente dimostrato dall’Europol, un numero consistente di combattenti si è unito allo Stato Islamico negli scorsi anni.

Come detto, l’influenza saudita si è sviluppata soprattutto grazie alla costituzione di numerose organizzazioni non governative e associazioni che si sono inserite nel tessuto economico e sociale del Paese balcanico. Bulgaria Analytica, nel 2016, ne contava ben 245. Queste associazioni si sono occupate di fornire aiuti economici e sostegno alla ricostruzione del Paese dopo la guerra, soprattutto nel campo della lotta alla povertà, del miglioramento del sistema sanitario, scolastico e culturale. Tali investimenti, però, come sottolineato dal rapporto del 2017 dell’Istituto UE per gli studi sulla sicurezza, hanno parallelamente facilitato la diffusione della dottrina del wahhabismo, andando quindi a irrobustire la rete di combattenti presenti nel Paese. È il caso, ad esempio, della fondazione sudanese ‘Third World Relief Agency’ (TWRA) guidata da El Fatih Husanein, noto per essere molto vicino al presidente bosniaco Izetbegovic, finanziatore di Al Qaeda. Secondo fonti occidentali, tra il 1992 e il 1995, la TWRA avrebbe fornito alla Bosnia armi e forniture per un valore di 2,5 miliardi di dollari.

Oggi, tuttavia, la situazione è notevolmente cambiata. L’Arabia Saudita non vuole più essere associata ai gruppi estremisti dei quali ha facilitato l’affermazione. La ricerca di una nuova immagine internazionale è infatti diventata la priorità del principe ereditario Mohammad bin Salman. Nel contesto bosniaco, ad esempio, al Centro Culturale King Fahd di Sarajevo gli studenti, uomini e donne, possono frequentare la stessa classe, oltre a godere di assoluta libertà nel vestiario. Inoltre, in una recente intervista, Fikret Mehovic, portavoce del King Fahd Centre, ha voluto ribadire lo slogan “No all’estremismo e sì alla diversità”, a riprova della volontà saudita di promuovere all’estero un profilo più moderato.

Riguardo gli scambi economici tra i due Paesi, va sottolineato come essi si siano intensificati negli ultimi anni. Nel 2017, ad esempio, Sarajevo e Riyad, insieme alla Serbia, hanno costituito una commissione trilaterale per la gestione degli investimenti sauditi nella regione. L’iniziativa è stata seguita da una serie di finanziamenti nel settore civile e in quello delle forniture militari da parte della monarchia del Golfo. Riguardo il primo campo, l’esempio più appariscente e controverso è la costruzione del Sarajevo City Center, il più grande centro commerciale del Paese, sovvenzionato esclusivamente dai 50 milioni di euro di imprenditori sauditi. Inoltre, il Regno, attraverso la costruzione di strutture ricettive di lusso, ha economicamente incoraggiato la nascita di un turismo saudita verso il Paese balcanico, tanto che la compagnia di bandiera bosniaca FlyBosnia nel 2019 ha inaugurato un volo diretto tra Sarajevo e Riyad. Nel settore militare, gli scambi economici sono altrettanto ingenti; a tal proposito, il Regno saudita si è confermato il maggiore importatore di armi dalla Bosnia, con quasi 37 milioni di euro investiti nel 2019.

Conclusioni: la guerra fredda medio-orientale nei Balcani

Nei prossimi anni sarà chiaro se Riyad riuscirà nel suo intento di imporsi come riferimento per le minoranze musulmane presenti nella regione. A ostacolare tale obiettivo è certamente la nuova assertività di Ankara, che può contare su legami storici saldi e ben radicati. A rendere ulteriormente complicata la scommessa saudita è la difficoltà di rinnovare la propria immagine, che, soprattutto nella regione, ha avuto il volto del wahhabismo integralista. Solo con un cambio di percezione, qualche risultato sugli altri fronti della contrapposizione con Ankara e numerosi investimenti economici lo Stato del Golfo potrà pensare di mantenere la propria posizione nel complicato quadro regionale.

 

 

Fonti ed approfondimenti:

Von der Brelie, Hans, “Foreign influence taking over Bosnia and Herzegovina?”, EuroNews, 27/04/2018.

Kalan, Dariusz, “Is This Saudi Arabia’s Laboratory for Religious Influence in Europe?”, OZY, 26/08/2019.

European Parliament, “Saudi Arabia in the Western Balkans”, European Parliament Think Tank, 17/11/2017.

Rispondi