La politica interna dietro alla mossa di Erdogan

Non bisogna guardare alla dimensione globale per capire la decisione del presidente turco Recep Tayyip Erdogan di lanciare l’operazione siriana, ma è necessario concentrarsi sulla politica interna della Turchia attuale.

Partiamo da tre fattori che hanno caratterizzato l’ultimo anno del presidente e che hanno inflitto duri colpi al suo consenso: la crisi economica, la crisi migratoria e la neonata opposizione interna.

Se infatti la modifica della Costituzione e l’elezione plebiscitaria del 2017 avevano lasciato pensare a Erdogan che ormai la Turchia fosse il suo giardino, dove poter fare qualsiasi cosa, le vicende dell’ultimo anno hanno riportato il presidente con i piedi per terra.

La Turchia, fin dai tempi dell’Impero Ottomano, rispetto alle altre potenze è un gigante con i “piedi di argilla“. La potenza del Paese alterna periodi di ascesa vertiginosa a violente cadute che mostrano le crepe strutturali che lo attraversano da est a ovest.

Il crollo della lira e la sofferenza delle cosiddette Tigri dell’Anatolia, piccole e medie aziende che hanno fatto la fortuna economica della Turchia negli ultimi due decenni, sono state un colpo durissimo per Erdogan.

A questo si è venuta ad aggiungere la crisi migratoria. Il Paese ha infatti accolto 4 milioni di profughi ma non ha mai costruito un vero piano di integrazione, fondamentalmente per due motivi. Il primo è quello che i profughi sono, agli occhi di Erdogan, la perfetta minaccia da tenere puntata alla tempia dell’Europa in cambio di qualsiasi cosa egli abbia bisogno. Il secondo motivo è invece legato all’impossibilità e all’incapacità delle autorità turche di integrare un così alto numero di profughi.

Il terzo e ultimo fattore è invece legato all’opposizione interna. Le elezioni municipali di Istanbul e di Ankara hanno detto chiaramente che la Turchia non è, ancora, il giardino di Erdogan. Se il Sultano pensava di aver raggiunto il livello di stabilità di Vladimir Putin in Russia si sbagliava di grosso. La società civile e le opposizioni, nonostante le repressioni e le violenze, sono ancora vive e vegete e sembrano voler dare battaglia fino alla fine.

A cosa serve quindi l’operazione militare?

Proprio in questa complicata situazione di politica interna l’operazione militare contro i Curdi sembra essere agli occhi del presidente un’occasione da non farsi scappare. Per questo motivo, negli ultimi mesi Erdogan ha accettato ciecamente tutte le condizioni americane affinché questi abbandonassero i miliziani degli YPG per mettere in pratica il piano che, a suo parere, salverà e rilancerà il suo potere.

Partiamo dal problema dei migranti. Le forze armate turche e le milizie siriane filo Erdogan, farcite di ex-jihadisti, stanno conquistando territori che dovranno essere riempiti successivamente dai profughi siriani. Il piano è già scritto: una volta messi in sicurezza i territori, inizierà il censimento dei profughi e la deportazione – un termine crudo ma efficace – verso questi territori.

Il presidente vuole svuotare dai profughi le grandi zone urbane e dell’Anatolia che sono state in passato il bacino elettorale preferito di Erdogan e dell’AKP, ma in cui adesso il consenso traballa. Il 73% dei profughi siriani attualmente registrati in Turchia vive, infatti, in distretti guidati dall’AKP e in quegli stessi territori il favore verso Erdogan è sceso negli ultimi anni di quasi 10 punti percentuali. L’equazione nella mente del presidente è facilmente comprensibile: tolti i profughi tornerà il consenso.

La missione è però anche un modo per fermare le opposizioni sia esterne all’AKP sia interne all’AKP. Dopo aver eliminato dal Paese i seguaci del Fetullah Gulen, Erdogan deve ora affrontare un nuovo avversario, Ali Babacan. Un uomo che qualche anno fa aveva fatto la fortuna dell’AKP, essendo stato il principale ideatore della politica economia che ha lanciato la crescita del PIL turco.

Babacan ha abbandonato il partito di Erdogan due mesi fa e sta lanciando un nuova piattaforma molto simile all’AKP, ma che non prevede il culto della personalità del presidente e che strizza l’occhio alle minoranze. Alla notizia dell’abbandono di Babacan, al palazzo presidenziale sono arrivate molte lettere di dimissioni di personaggi illustri dell’era Erdogan. Tra queste ha spiccato quella di Ahmet Davutoglu, ex-Primo ministro di Erdogan defenestrato nel 2017 dato che la sua immagine iniziava a brillare eccessivamente e ad attirare troppi consensi. L’operazione fermerà l’emorragia di personalità dall’AKP visto che la politica interna sarà paralizzata per molti mesi; si sa infatti che in tempo di guerra parlare di sfiducia verso il presidente è quasi un atto di tradimento.

Se quindi l’operazione serve a mettere in ombra il dissenso interno al partito, allo stesso tempo vuole anche mettere in condizioni difficili l’opposizione repubblicana. Il CHP, che ha riportato i successi nelle elezioni locali, sarà costretto a schierarsi contro i Curdi e quindi a privarsi di un larga fetta di consenso nella parte orientale del Paese. Erdogan sa che l’AKP ormai non ha più alcuna attrazione elettorale verso i curdi, ma deve riuscire ad alienare il supporto anche verso l’opposizione repubblicana altrimenti alle prossime elezioni non perderà solo Istanbul, ma anche il suo posto.

Per stroncare l’opposizione democratica e filo-curda il presidente non ha bisogno di questi sotterfugi, gli basta il pugno di ferro datogli dalla legge marziale. All’indomani dell’operazione sono stati almeno dieci gli arresti per tradimento tra i giornalisti, poi tutti rilasciati in giornata, perché avevano criticato l’operazione militare. Nel frattempo, le violenze contro i membri del partito filocurdo HDP continuano senza sosta.

L’unico problema che sembra non risolvere l’operazione militare è quello economico, ma anche in questo frangente esso gioca un ruolo fondamentale. È infatti vero che l’offensiva servirà a creare una nuova lettura della depressione economica turca.

Fino al giorno prima dell’operazione, la crisi della lira e dell’economia turca era solamente imputabile alle scelte governative, tanto è vero che i media filo-Erdogan negavano l’esistenza di una crisi che era sotto gli occhi di tutti. All’indomani dell’operazione però la crisi è miracolosamente ricomparsa perché vi era una spiegazione perfetta per essa: la colpa per l’andamento dell’economia viene dal mondo esterno . La comunità internazionale non vuole che la Turchia combatta i terroristi curdi e si prenda il suo posto tra le super potenze e quindi la colpisce dove può, nell’economia.

Le minacce di Trump sulle sanzioni in caso di eccessi dell’offensiva sono state trasmesse dai media turchi con questa lettura. È facile dunque immaginarsi che gli eccessi ci saranno, siccome Erdogan dovrà dare delle prove fattuali a questo complotto internazionale volto a distruggere l’economia del suo Paese. I colpi di mortaio sparati a pochi passi dalle unità americane a Kobane sembrano essere proprio uno di questi eccessi.

La scelta di Erdogan, nonostante possa essere motivata dalla politica interna, comporta allo stesso modo dei rischi enormi. Se l’economia dovesse veramente essere distrutta da delle drastiche sanzioni europee e americane, il presidente potrebbe trovarsi davanti a massicce rivolte interne. Se i migranti non fossero così disponibili a farsi deportare nella sottile striscia siriana, il Paese potrebbe incorrere in un problema enorme di ordine pubblico.

Tutti questi scenari e tutti i piani dell’amministrazione Erdogan si basano poi sull’idea che lo scontro con i Curdi sarà vinto in tempi brevi e senza eccessive perdite. Se questo non dovesse essere vero, se i caduti turchi dovessero superare un limite sopportabile e se l’esercito turco si dovesse insabbiare in una sanguinosa guerra di posizione tra i villaggi del nord della Siria, Erdogan si potrebbe trovare in una situazione ancora peggiore di quella di partenza.

Fonti e approfondimenti:

Al Monitor, Kadri Gursel, Domestic politics, Idlib sway timing of Turkey’s Syrian operation, 12 Ottobre 2019.

Jadaliyya, Aron Lund, What You Need to Know About Trump’s Syria Decision, 10 Ottobre 2019.

Jadaliyya, Helen Mackreath, Racism and Syrians in Turkey: The Political Economy of Discrimination, 3 Settembre 2019.

 

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