La situazione politica in Tunisia e le relazioni con l’Ue: intervista a Federica Zoja

con la collaborazione di Stefania Sgarra

 

Nell’ambito del progetto sulla politica europea di vicinato che Lo Spiegone ha appena iniziato, abbiamo avuto l’opportunità di parlare con Federica Zoja, giornalista che scrive soprattutto di Medio Oriente e Nord Africa. Collabora con Avvenire e ISPI, e ha lavorato per Le Soir, Il Sole 24 Ore e Radio 24. Con lei, abbiamo parlato dell’attuale stagione elettorale in Tunisia e dei rapporti tra questo Paese e l’Unione europea.

Partiamo dalle attuali elezioni in Tunisia. A qualificarsi al primo turno delle presidenziali sono stati due outsider della scena politica, Kais Saied e Nabil Karoui. Cosa ci dice, questo, sulla relazione tra Stato e società nel post-rivoluzione? Quali scenari apre per il Paese questo voto?

L’appuntamento presidenziale ha appassionato di più l’elettorato rispetto a quello legislativo. Il primo turno delle presidenziali ha generato un risultato un po’ inatteso. Anche gli stessi candidati al ballottaggio – Nabil Karoui, magnate dei media, e Kais Saied, giurista dal profilo conservatore – sono rimasti sorpresi di aver superato il primo turno, ottenendo rispettivamente il 15% e il 18%. La partecipazione al voto è stata, comunque,  bassissima al primo turno delle presidenziali, e ancora più bassa al voto legislativo.

Saied ha un profilo da conservatore, ma è stato votato moltissimo dai giovani. Ha fatto una campagna elettorale con elementi di economia sociale e ristrutturazione in senso conservatore della società. Si è mostrato contrario all’equiparazione di uomo e donna nel diritto successorio.

C’è una riforma di legge rispetto all’equiparazione di uomini e donne, in fase di eredità, che sta avendo un iter molto faticoso e si è bloccata in piena estate. Il diritto islamico prevede che l’erede donna riceva la metà di ciò che è dato a un erede uomo. Così, è stata avanzata una legge che riformi in senso paritario questa diseguaglianza  in Tunisia. Saied si è mostrato contrario a questo cambiamento: unire questo elemento al fatto che il suo elettorato è molto giovane ci lascia perplessi. C’è chi dice che non è così contraddittorio, poiché ciò che viene imputato alle forze politiche tradizionali – gli islamisti di Ennahda e i liberali laici di Nidaa Tounes – che hanno governato in coalizione la Tunisia nel post-rivoluzione, è che non hanno cambiato nulla e il Paese è impantanato in una crisi economica molto grave. Non ci sono segnali di un calo della corruzione, del clientelismo e del nepotismo, anzi. Qualsiasi cosa arrivi dall’esterno – forze populiste e anti-sistema, che siano conservatici o progressiste – va bene. 

Karoui e Saied, nella loro diversità, sono entrambi espressione di un malessere e sono figure che non fanno parte dell’establishment in senso tradizionale. In realtà, nel 2014, Karoui ha sostenuto Nidaa Townes, ma non si è mai candidato e non ha preso parte all’area politica. Quindi, non si è mai compromesso in questa prima fase post-rivoluzione. È percepito come un uomo nuovo, un self-made man, un uomo dei media con delle relazioni privilegiate con l’Occidente, è un socio di Berlusconi, ed è molto chiacchierato. Invece, Saied è un esperto di Costituzione, un avvocato, un giurista e un professore universitario, qualificatosi come indipendente.

A pochi giorni dalla data prevista per il secondo turno, Karoui è stato scarcerato. Si tratta di una decisione momentanea oppure la vicenda può essere considerata conclusa? Se venisse eletto, questo potrebbe creargli problemi?

È positivo il fatto che Karoui sia stato scarcerato, perché sarebbe stata un’irregolarità che avrebbe potuto generare scompiglio e agitazioni sociali. Infatti, l’unico dubbio che rimaneva sulla trasparenza del voto era il fatto che Karoui fosse stato arrestato, in estate, con l’accusa di riciclaggio di denaro sporco e frode fiscale. Su di lui c’era un’indagine in corso dal 2016, ed è un personaggio dal passato e dal presente opaco. L’opinione pubblica ha contestato che fosse scattata una misura di carcerazione preventiva in piena campagna elettorale.

Il dubbio è stato sollevato da alcuni giuristi che hanno chiesto di risolvere la questione prima del primo turno presidenziale, o almeno prima del secondo turno, altrimenti l’intero processo elettorale – compreso quello legislativo – sarebbe stato inficiato da una gravissima irregolaritaà.

Qualche difficoltà potrebbe esserci comunque, perché il processo non c’è stato. C’è stata una carcerazione preventiva con delle accuse, ma non è partito un iter processuale. La carcerazione preventiva è stata valutata dalla Corte Suprema come eccessiva e non giustificata. È stato deciso che fosse un diritto di Karoui, come cittadino non ancora condannato, presentarsi alle elezioni e fare campagna al pari del suo sfidante. 

Non era previsto che le elezioni legislative e quelle presidenziali cadessero così vicine. Cosa significa questo per gli equilibri costituzionali tunisini? 

C’è stata questa coincidenza particolare per cui – dato che il presidente Essebsi è morto a luglio – invece di esserci prima il voto parlamentare e poi quello presidenziale, il voto parlamentare è caduto in mezzo ai due turni presidenziali. Nella pratica, non dovrebbero esserci ripercussioni tecniche. Però il fatto che la popolazione abbia dovuto esprimersi prima sul presidente e poi sulla maggioranza del Parlamento ha confuso le idee. I cittadini hanno dovuto scegliere i candidati alla presidenza senza sapere bene quali forze politiche li avrebbero appoggiati. È stata capovolta la logica. Normalmente, avrebbero tirato fuori il governo dal voto legislativo e, da lì, i candidati presidenziali.

È diventato uno scontro tra personalità e ha penalizzato figure molto esposte, con un passato politico compromesso, perché si è dato per scontato che venissero appoggiate dai rispettivi partiti. C’è stato un rigetto del “vecchio” da parte dell’opinione pubblica. 

L’economia tunisina è cresciuta di circa il 2,5% negli ultimi quattro o cinque anni. Si tratta, però, di un dato troppo limitato perché la popolazione senta un vero miglioramento. C’è un disagio profondo nella pancia del Paese, con una disoccupazione giovanile molto alta, che arriva al 50% nelle aree rurali e centrali. La capitale e le zone turistiche non fanno testo. Ci vorrebbero investimenti significativi e riforme strutturali per far crescere il Paese a un ritmo sostenuto.

Il fattore economico è strettamente connesso a quello delle disparità regionali, della marginalizzazione di alcune fasce della società e del rischio di radicalizzazione. È legata alla sicurezza anche la questione dei foreign fighters. Come viene (o verrà) affrontata la situazione?

Le cifre sono significative. Si parla di almeno 5.000 persone che sono partite, uomini e donne, alcuni dei quali hanno ricoperto ruoli apicali nel Daesh sia in Siria che in Iraq. Molti hanno messo a disposizione le loro competenze. Non sempre provenivano già da percorsi scontati di radicalizzazione: il fatto che alcune promesse della rivoluzione non siano state mantenute ha fatto scattare in alcuni questa molla. Ora, per la Tunisia, non è semplice fare fronte al ritorno di molte di queste persone. Ci sono momenti in cui c’è grande allarme per la cifra elevata di coloro che stanno tornando, e per il fatto che fra essi ci siano anche bambini. In altri momenti, questo allarme è minore. È difficile, per un Paese, ammettere di avere al proprio interno dei cittadini pronti a far saltare in aria l’intero sistema.

Parliamo dei rapporti tra l’Unione europea e la Tunisia. Come si inseriscono nell’ambito del fenomeno migratorio?

Per quanto riguarda la migrazione, la Tunisia va analizzata da due punti di vista diversi. Da un lato, come luogo di partenza dei tunisini che vogliono partire. In questo momento non è un dato sostenuto, ma le ricerche condotte nell’ultimo biennio dicono che i tunisini sono tra le prime cinque nazionalità nel continente africano che hanno intenzione di partire nel prossimo quinquennio.

C’è una percentuale altissima di giovani tra i 20 e i 30 anni che dice di volere partire entro i prossimi cinque anni, se le cose continuano così. C’è una scarsa fiducia nei confronti del proprio Paese. Risulta difficile per i giovani credere che possa cambiare qualcosa in modo significativo. Le speranze del 2011 sono state disattese. Vedendo che chi vive fuori dalla capitale è più svantaggiato, che non ci sono grandi cambiamenti e che la vecchia dirigenza si ripresenta sotto varie forme, il tunisino più giovane si scoraggia facilmente e progetta di migrare verso l’Unione europea – che si trova a due passi.

Ma, dall’altro lato, la Tunisia è anche un punto di approdo. La maggior parte dei barconi che partono dalla Libia fanno uno scalo sulle coste tunisine.  I tunisini si trovano a gestire, nei loro centri di accoglienza, i cittadini dell’Africa sub-sahariana – con o senza l’aiuto delle Nazioni Unite.

La Tunisia fa parte dei 16 Paesi coinvolti nella politica europea di vicinato, che è stata notevolmente riformata dopo le primavere arabe del 2011. Come vengono attualmente sviluppati i rapporti bilaterali? La Tunisia è stata spesso portata come esempio di esperimento democratico post-rivoluzione: quanto conta (e ha contato), questo, nelle relazioni con Bruxelles?

L’inizio dei negoziati di natura commerciale e doganale dell’Ue con la Tunisia risale al 1995. All’epoca, si giunse a un accordo di libero scambio, entrato in vigore nel gennaio 2008. La concessione del partenariato privilegiato alla Tunisia si è verificata proprio nel 2011, e ha rappresentato un “premio” per lo sforzo democratico della Tunisia. È, tuttavia, ancora in corso il tavolo negoziale, composto da vari round, di trattative dell’ALECA (Accordo di libero scambio globale e completo). Questo tipo di accordo è stato riaperto, con alti e bassi, dal 2015: ci sono state discussioni fino alla fine del 2018. Col fatto che in Tunisia, quest’anno, ci sono tutti questi appuntamenti elettorali, alcuni tavoli di negoziato sono stati sospesi – anche in campo economico.

Dalla primavera del 2020, avrà inizio la quarta e ultima fase dei negoziati per la riorganizzazione di tutto lo scambio economico e commerciale tra l’Ue e la Tunisia. La presidenza che entrerà in carica in Tunisia dovrebbe essere la più solida possibile, per poter dialogare con l’Ue alla pari. Infatti, i tunisini hanno lamentato di essersi sentiti trattati finora con una certa “sufficienza” al tavolo negoziale.

È stata prestata grande attenzione al processo democratico tunisino e – quando c’è stato qualche focolaio di incostituzionalità o di involuzione del processo – si sono fermati anche alcuni meccanismi di partenariato. L’Ue sta aspettando di capire cosa succede. I fondi stanziati per i Paesi del Nord Africa vengono elargiti con regolarità e hanno scadenza pluriennale. La Tunisia ha avuto una certa stabilità di governo, ma per far sì che la democrazia sia sostenibile deve esserci sviluppo economico e sociale.

Pochi mesi fa la Truth and Dignity Commission ha presentato il report finale di più di cinque anni di indagini che hanno portato alla luce migliaia di casi di violazioni dei diritti umani durante i regimi di Bourguiba e Ben Ali. Questo passato non ancora risolto che effetto può avere sul processo di transizione della Tunisia verso la democrazia?

Nell’opinione pubblica non c’è benevolenza verso il regime passato, ma bensì un grande astio verso Ben Ali. Parte del partito Rassemblement National Démocratique si trova fuori dalla Tunisia, e in alcuni Paesi amici il partito ha visto i propri fondi sbloccati. Alcuni esponenti si sono riciclati in altri partiti. Questo è un elemento di forte tensione, che potrebbe esplodere di nuovo se non verrà risolta la questione tramite, ad esempio, un tavolo di conciliazione nazionale. Otto anni sono pochissimi, e c’è ancora tanto di irrisolto.

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