Tunisia al voto, tra frammentazione politica e crisi economica

La Tunisia è in pieno fermento elettorale e l’attenzione internazionale è puntata sullo stato di salute dell’unico esperimento democratico nella regione. Lo scorso 25 luglio è morto Beji Caid Essebsi, presidente dal 2014 e leader del partito di ispirazione secolare Nidaa Tounes, determinando lo svolgimento anticipato delle presidenziali. Al primo turno, lo scorso 15 settembre, si sono qualificati due outsider della scena politica, Kaïs Saïed e Nabil Karoui. I due si fronteggeranno nel ballottaggio finale del 13 ottobre. Prima però, il 6 ottobre, vi è la tappa intermedia delle legislative in cui il Paese sarà chiamato a eleggere i 217 membri dell’Assemblea dei rappresentanti del popolo (Arp).

Stando alla costituzione del 2014, l‘Arp gode di ampi poteri. Il partito o la coalizione che raggiunge la maggioranza dei 109 deputati avrà il compito di nominare il prossimo primo ministro. Tuttavia, come emerso durante le presidenziali, l’orizzonte politico è frammentato e deve fare i conti con un elettorato frustrato e disilluso dallo status quo. In lizza per le poltrone del palazzo del Bardo, sede dell’Arp, ci sono 15.737 candidati, divisi in 1.503 liste, di cui un terzo indipendenti. Nel solo governatorato di Sidi Bouzid, da cui era partita la rivoluzione del 2011, sono candidate ben 75 liste.

Dal 2014 a oggi: un panorama politico sempre più frammentato

Dopo le elezioni del 2014, la Tunisia è stata governata dalla coalizione formata da Nidaa Tounes e dal partito islamista Ennahda, guidato da Rachid Ghannouchi. Questo improbabile duopolio ha garantito una certa stabilità politica ma ha frenato il processo di riforma, soprattutto su quei temi che andavano a scalfire gli interessi di una delle due fazioni. Per citare due esempi: l’accesso dibattito sulla proposta di dare pari diritti di eredità a uomini e donne  è stata fortemente osteggiata dai deputati di Ennahda. O ancora, la necessaria formazione della Corte Costituzionale Suprema si è incagliata nella battaglia sulle nomine dei giudici.

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Risultati elezioni legislative 2014. Fonte: WikimediaCommons

La coalizione tra i due partiti si è sfaldata apertamente tra fine 2018 e inizio 2019, quando Essebsi ha annunciato la rottura con Ghannouchi. Il motivo del divorzio tra ‘i due sheikhs’ è stato il confronto tra il figlio del presidente, Hafedh Essebsi, e il primo ministro ed ex membro di Nidaa Tounes, Youssef Chahed. Ennahda aveva infatti rinnovato il supporto a Chahed, nonostante le chiare mire alla presidenza di quest’ultimo, e si era rifiutata di sostenere la mozione di sfiducia avanzata dai membri di Nidaa. Chahed, che si è effettivamente candidato alla presidenza, ha poi creato un proprio partito, Tahya Tounes, lo scorso gennaio.

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Youssef Chahed si è qualificato quinto alle presidenziali con poco più del 7%. Fonte: WikimediaCommons

Le sfide del prossimo governo: economia e sicurezza

L’affluenza di metà settembre si è aggirata attorno al 39% e ha premiato Kais Saied, professore ultraconservatore di diritto costituzionale, e Nabil Karoui, magnate della TV tunisina Nessma, che ha diretto un’aggressiva campagna populista e anti-establishment incentrata sul riscatto dei poveri. Allo stesso tempo, Karoui, che per una parte della stampa è diventato il “Berlusconi tunisino”, è detenuto da agosto per riciclaggio. Il risultato delle urne rispecchia i due temi caldi nella Tunisia odierna: sicurezza ed economia.

Sul versante economico, molti tunisini hanno visto peggiorare le proprie condizioni di vita dopo la caduta di Ben Ali. Nonostante la riduzione del deficit di bilancio dal 6,1% del PIL nel 2017 al 4,8% dell’anno scorso, il tasso di disoccupazione è fisso al 15% e l’inflazione al 7% secondo i dati del 2018, con gravi ripercussioni sul potere d’acquisto dei singoli tunisini. Il dinaro ha perso il 40% del suo valore rispetto all’euro negli ultimi due anni e anche settori un tempo fiorenti, come la produzione di fosfati e fertilizzanti, sono in crisi. Il turismo, oggi in ripresa, ha patito il contraccolpo degli attacchi terroristici del 2015 e, in molti casi, la cattiva gestione di hotel e resort.

Inoltre, la concentrazione di investimenti pubblici e privati nelle aree costiere di Tunisi e Sousse continua a penalizzare le zone interne. I giovani sotto i 24 anni, spesso diplomati e laureati, sono i più colpiti dall’assenza di lavoro (36%), andando a ingrossare le fila di quanti sfidano il Mediterraneo in cerca di opportunità in Europa. I dati pubblicati dal Tunisian Forum for Economic and Social Rights parlano di 3.811 tunisini giunti illegalmente in Italia nel mese di agosto 2018 e di almeno 1.600 morti in mare. Erano state 1.721 invece le morti registrate nello stesso periodo del 2017.

Il governo intanto ha continuato a ottenere prestiti: 2,9 miliardi di dollari dal FMI nel 2016, 800 milioni di euro dall’Unione Europea dal 2011 e, più di recente, un prestito a tasso agevolato di 500 milioni di dollari dall’Arabia Saudita. All’arrivo di fondi non è però corrisposto un programma di riforme efficaci e a lungo termine. L’attuazione di una strategia economica coerente si è scontrata non solo con un fronte politico diviso, ma anche con la preponderanza di attori come la classe imprenditoriale e il grande sindacato UGTT. Inoltre la corruzione rimane endemica e, se prima ne beneficiava una ristretta cerchia, ciò cui si assiste oggi è la “democratizzazione” del fenomeno: è molto più diffuso e semplice ricorrere a scorciatoie per aggirare i tempi gravosi della burocrazia o tentare di aggiudicarsi uno stipendio ora di quanto lo fosse sotto Ben Ali.

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A destra Ben Ali. L’ex dittatore della Tunisia, spodestato nel 2011, è morto lo scorso 19 settembre a Gedda. Fonte: WikimediaCommons

Strettamente connesso all’instabilità economica e alla marginalizzazione di alcuni settori della società è il rischio di nuovi attacchi estremisti. Nonostante non si siano verificati altri episodi su larga scala come l’attentato al museo del Bardo o al resort di Sousse del 2015, non sono mancati incidenti minori, complice anche il ritorno dei foreign fighters da Siria e Iraq dopo la sconfitta dell’ISIS. Il panorama estremista tunisino comprende un numero di cellule diverse che operano separatamente, soprattutto nei grandi centri urbani e al confine con Algeria e Libia. L’anarchia che ancora governa il territorio libico, in particolare, ha permesso il traffico di armi e il passaggio di militanti e rimane un nervo sensibile nella messa in sicurezza del Paese.

Dopo gli attacchi terroristici del 2013 e soprattutto del 2015, gli sforzi domestici e internazionali per migliorare le forze dell’ordine nazionali si sono moltiplicati e nel Paese è tuttora attivo lo stato di emergenza. Tuttavia, l’estensione dei poteri delle forze di sicurezza senza riforme che ne rendano l’operato più trasparente rischia di esacerbare le tensioni sociali. Le numerose violazioni commesse della polizia, inclusi omicidi extragiudiziali, tortura e uso spropositato della violenza, rimangono ancora largamente impunite.

Oltre al malcontento popolare, le faglie interne ai due partiti hanno contribuito alla dispersione dei voti nel corso delle presidenziali: Ennahda si è presentata con due candidati, Nidaa con sette e il Fronte popolare, una coalizione di partiti di sinistra, con tre. Tuttavia, il partito islamista continua a godere di un diffuso appoggio, soprattutto nelle zone interne del Paese e ha sofferto meno delle scissioni che affliggono la controparte secolare. In questo contesto è difficile fare pronostici e saranno da guardare le liste indipendenti che potrebbero beneficiare dell’insofferenza generale e divenire l’ago della bilancia per la formazione della prossima legislatura. 

Fonti e Approfondimenti

F. Ghilès et al., “Tunisia is Economically Adrift“, CIDOB, 06/2019

F. Ghilès, “A Long Overdue Debate on the Tunisian Economy“, CIDOB, 03/2018

M. Gallien, “As Tunisia’s political consensus cracks, IMF austerity may hit the rocks“, Middle East Eye, 18/01/2019

A. Walsh,  “Restarting Police Reform in Tunisia: The Importance of Talking About Everyday Security“, MEI, 26/03/2019

S.M.Torelli, “Internal Threats to Tunisian Security—From the Borders to the Cities“, The Jamestown Foundation, 1/03/2019

H. Yousfi, “Retour d’une conflictualité radicale en Tunisie“, Les blogs du <<Diplo>>, 3/10/2019

D. Brumberg, “Tunisia’s Fragile Democracy After Essebsi“, Lobeblog, 10/08/2019

Y. Cherif, “Bringing the Economy Back Into Tunisian Politics“, Carnegie, 12/02/2019

S. Yerkes, “A Close-Up View of Tunisia’s Unorthodox Presidential Election“, Carnegie, 27/09/2019

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