Lavoro, libertà, dignità: la Tunisia torna in piazza

Nel 2011, dalla Tunisia partì un domino di proteste ribattezzate poi dai media “Primavere arabe”. Da quel momento il Paese è stato in grado di avviare un processo di apertura politica e istituzionale in cui la società civile ha rivestito un ruolo chiave. Tuttavia il mese scorso, proprio nell’anniversario degli eventi del 2011, una serie di proteste hanno agitato diverse città del Paese con oltre 800 manifestanti arrestati dalla polizia. Ci si chiede dunque se anche la Tunisia sia destinata a cadere nella spirale di caos che ha investito Siria, Yemen, Egitto e Libia all’indomani dei moti popolari di sette anni fa.

Stagnazione economica

A riaccendere la miccia dei disordini è stata la nuova legge finanziaria approvata il mese scorso con lo scopo di riportare il livello del deficit al di sotto del 5% del PIL: sono state, infatti, imposte nuove misure di austerity, come aumento delle tasse –  in particolar modo dell’IVA – e blocco delle assunzioni nel settore pubblico. Il risultato è stato un ulteriore aumento dei prezzi, già cresciuti di circa un terzo nel periodo 2011 – 2017, con una crescita del 50% sui beni alimentari. La fase di stagnazione in cui si è ritrovata l’economia del Paese nel post-rivoluzione prosegue il trend già delineatosi negli anni precedenti: dal 5% dei primi anni 2000, il PIL era crollato fino al 1.9% nel 2011.

La nuova stretta sull’economia del Paese è stata in parte giustificata dalle pressioni del Fondo Monetario Internazionale (FMI) che, nel 2016, concesse alla Tunisia un prestito di 2,9 milioni di dollari a patto che il governo si impegnasse a ridurre il deficit. Inoltre l’FMI ha spinto per una svalutazione del dinaro al fine di stimolare le esportazioni. Infatti, due settori vitali per l’economia del Paese come il turismo e l’estrazione di gas e petrolio sono entrati in crisi a causa, rispettivamente, degli attentati terroristici del 2015 e dei ripetuti disordini nelle regioni meridionali dove si concentrano le risorse minerarie. Tuttavia, al contrario, la svalutazione della moneta tunisina ha contribuito all’inflazione e ad attirare più import che export.

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Sit- in fuori la stazione petrolifera di el- Kamus nello stato meridionale di Tatouine in maggio 2017

Gli scontri hanno dunque evidenziato la crescente frustrazione della popolazione nei confronti di una situazione economica sempre più insostenibile, che vede aumentare la disoccupazione giovanile, ora al 35%, e le disparità regionali: il benessere continua a concentrarsi nelle zone costiere a discapito delle regioni nord-occidentali, interne e meridionali.

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Una transizione a metà

Sebbene il dilemma socio-economico non sia di facile soluzione, è anche vero che l’elaborazione di un programma efficiente di riforme continua ad essere bloccato dalle tensioni e dai persistenti sospetti all’interno del governo di coalizione emerso dalle elezioni del 2014.

Le urne hanno assegnato la maggioranza al partito “liberale” Nidaa Tounes, costituito nel 2012 per contenere il successo del partito  islamista  An- Nahda, che aveva dominato la transizione del primo triennio post- rivoluzione. Quest’ultimo è comunque rimasto all’interno del governo come partito di minoranza. La storica rivalità tra l’anima secolare e liberale della Tunisia rende questo compromesso di per sé instabile, ma le spaccature interne da ambo le parti peggiorano una situazione giù precaria.

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Nidaa Tounes, appena arrivato al potere, si è spaccato tra l’ala più intransigente e contraria alla coalizione guidata da Marzouq e un’ala più moderata sotto la guida del figlio del Presidente Essebsi. A sua volta, il partito islamista ha risentito della campagna denigratoria dell’opposizione alla vigilia degli attacchi jihadisti nel 2013 e nel 2015 e del clima di ostilità alla Fratellanza Musulmana scaturito dagli eventi regionali e internazionali: la vittoria di al-Sisi in Egitto, gli sviluppi in Libia a favore di Haftar e l’elezione di Trump. Inoltre, alcuni esponenti del gruppo si sono sentiti traditi dalla secolarizzazione del partito che, nel congresso del 2016, ha annunciato la separazione tra la parte religiosa e politica del movimento.

L’attenzione a mantenere gli equilibri di potere ha determinato il ritardo nella nomina di una Corte Costituzionale, nonostante l’approvazione della Costituzione nel 2014 e il continuo rinvio delle elezioni municipali, che nel 2016 sono state infine programmate per il maggio di quest’anno. 

Inoltre, il Presidente Caid Essebsi e il leader di An- Nahda Rachid Gannouchi, hanno spesso preferito una risoluzione “a porte chiuse” delle crisi di governo. Anche se ha contribuito ad attutire l’opposizione ideologica in seno alla coalizione, questo atteggiamento rischia di minare l’autorità e la trasparenza degli organi parlamentari. A ciò si sommano poi i dissapori tra lo stesso Presidente e il Primo Ministro Youssef Chahed, che minacciano di aggiungere un ulteriore fronte di tensione all’interno del partito Nidaa.

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Corruzione e sicurezza

Il governo ha risposto agli scontri criminalizzando i manifestanti e accusando l’opposizione di fomentare il dissenso. Il video, diffuso dal Ministero dell’Interno, cerca appunto di esasperare gli aspetti violenti delle manifestazioni. Dal 2012- 2013, il consenso popolare nei confronti del governo continua a diminuire. Parte della disaffezione popolare è dovuta proprio al timore che la nuova élite al potere abbia imparato presto a sfruttare il vecchio mix di corruzione e repressione a proprio vantaggio.

E’ interessante notare come la popolazione tunisina percepisca che ci sia più corruzione adesso, rispetto a prima del 2011. Ciò è dovuto sia ad una maggiore consapevolezza del fenomeno e alla possibilità di parlarne liberamente, che alla diffusione incontrollata di nepotismo, clientelismo, mazzette etc. Infatti, durante l’era Ben Ali, la corruzione era sicuramente radicata in ogni aspetto della vita pubblica, ma limitata al nucleo più vicino al dittatore. Adesso, chiunque è libero di parteciparvi e lo fa per aggirare una macchina burocratica complessa e inefficiente.

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In secondo luogo, governo e popolazione leggono la corruzione in modo differente, con i primi concentrati a contrastare gli sviluppi più recenti e i secondi che spingono per chiudere i conti anche con i corrotti del passato. A tal proposito, l’approvazione lo scorso settembre della Legge di riconciliazione amministrativa che garantisce impunità agli accusati di corruzione sotto il regime se questi si impegnano a consegnare i fondi ottenuti illegalmente al governo, ha suscitato l’ennesima ondata di proteste di piazza. Iniziative come queste sono avvertite come imposte dall’alto e in contrasto con il carattere inclusivo delle riforme nate dal primo post- rivoluzione.

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Il movimento popolare Manish Msemah (Non perdonerò) è stato in prima linea nelle proteste contro la Legge di riconciliazione amministrativa

Infine, uno dei risvolti più drammatici della nuova ondata di corruzione è il contrabbando indiscriminato lungo il confine con la Libia. Senza dubbio lo smercio di beni illegali e l’espansione dell’economia informale sono nodi che vanno affrontati per garantire il benessere economico del Paese. Ma la recente “guerra alla corruzione” annunciata da Chahed rischia di minare quello che è il principale canale di sopravvivenza per le regioni emarginate senza offrire un’alternativa. Il peggioramento delle condizioni di vita, che colpisce soprattutto i giovani, rischia a sua volta di alimentare la deriva estremista, che ha visto negli ultimi anni la Tunisia in cima alla lista dei Paesi esportatori di foreign fighters per l’ISIS.

Verso una svolta autoritaria?

Ogni inciampo nel processo di transizione della Tunisia è stato seguito da un coro di voci che paventavano il ritorno di un regime autoritario nel Paese. Tuttavia è importante non dimenticare i punti di forza che hanno reso la Tunisia l’eccezione alla regola di disfacimento delle Primavere arabe: il livello di diffusione e qualità dell’educazione che ha formato una società civile sempre più politicizzata e decisa a premere sulle istituzioni per ottenere i diritti che le spettano, controllarne il funzionamento e informare il pubblico a riguardo.

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Nel 2015, il Premio Nobel viene assegnato al “National Dialogue Quartet”, un gruppo di associazioni sociali e organizzazioni umanitarie tunisine che hanno contribuito alla formazione di una democrazia pluralistica nel Paese

 

Al contempo, è di vitale importanza che attori come gli Stati Uniti e soprattutto l’Europa continuino a sostenere economicamente e diplomaticamente il processo di transizione democratica in Tunisia, evitando che il confronto con le altre realtà della regione porti a sottostimare il rischio di una ricaduta autoritaria.

 

 

Fonti e Approfondimenti:

https://www.foreignaffairs.com/articles/tunisia/2017-10-02/democracy-derailed-0

http://carnegie-mec.org/diwan/75257

http://www.middleeasteye.net/news/keeping-tunisia-s-unrest-leaderless-768773214

http://carnegie-mec.org/2018/01/09/tunisia-arab-anomaly-event-5779

http://www.middleeasteye.net/columns/austerity-protests-winter-tunisia-631878127

https://d2071andvip0wj.cloudfront.net/177-la-transition-bloquee-corruption-et-regionalisme-en-tunisie.pdf

https://www.crisisgroup.org/middle-east-north-africa/north-africa/tunisia/180-endiguer-la-derive-autoritaire-en-tunisie

http://carnegieendowment.org/2017/10/25/tunisia-s-corruption-contagion-transition-at-risk-pub-73522

 

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