Il Kosovo sarà mai davvero indipendente?

Fin dalla sua formale dichiarazione di indipendenza nel 2008, il Kosovo ha incontrato l’opposizione di molti, al punto da essere riconosciuto solo da una parte della comunità internazionale. La normalizzazione dei rapporti diplomatici con la Serbia è il passo principale da compiere in vista di un’eventuale ingresso nell’Unione Europea, ma probabilmente non sarebbe abbastanza.

Lo status del Kosovo

Che l’allargamento dell’Unione Europea nei Balcani Occidentali non sia un processo semplice, è cosa evidente a qualunque osservatore. Le condizioni e i requisiti che i sei paesi devono ottenere per poter finalmente entrare nel blocco economico più grande del mondo sono numerosi e legati a tematiche spesso complesse: le riforme necessarie sono di natura economica, politico-istituzionali, giudiziaria. Ma, se possibile, il caso del Kosovo è ancora più complicato del normale. Questo è dovuto alla peculiare situazione che caratterizza la piccola repubblica, composta da una maggioranza di etnia albanese e da una importante minoranza serba nel nord del suo territorio. Resasi de facto indipendente dalla Serbia nel corso delle varie guerre jugoslave degli anni 90, soprattutto a causa dell’azione militare portata avanti dalla NATO per abbattere il regime di Milosevic dal 1995 in poi, la Repubblica del Kosovo ha proclamato la sua indipendenza formale nel 2008.

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La scultura newborn inaugurata il giorno dell’indipendenza dalla Serbia

Questo status di nazione indipendente è riconosciuto da oltre cento paesi, ma vi sono diversi assenti illustri. Il primo tra questi è la Serbia stessa, che si rifiuta di permettere alla propria ex provincia autonoma di staccarsi completamente dal controllo di Belgrado. Se questo atteggiamento da parte serba era ed è tuttora considerabile come prevedibile, quello che colpisce di più è la posizione dell’Europa e dei suoi stati membri. Questi, infatti, non sono unanimi nel condannare o approvare l’azione di Priština nel 2008, né tantomeno hanno adottato una posizione comune al riguardo. La maggior parte dei membri dell’Unione ha infatti riconosciuto l’indipendenza del Kosovo dalla Serbia, probabilmente a causa dello schieramento in tal senso di alcuni attori chiave come gli Stati Uniti, la Francia e il Regno Unito; ma cinque tra loro hanno invece preso la decisione opposta. Questi sono Spagna, Slovacchia, Romania, Cipro e Grecia; tutti e cinque mossi da questioni interne analoghe a quella kosovara, esitano a riconoscere la legalità di quanto avvenuto per paura di creare pericolosi precedenti. Altrettanto importanti le assenze di Russia e Cina, che si sono fermamente opposte all’idea del riconoscimento.

Le conseguenze sull’allargamento

Al di là delle ovvie tensioni diplomatiche e del clima negativo che questa situazione porta con sé, una diretta conseguenza è da tenere a mente: l’Unione ha in più occasioni ribadito che tanto il Kosovo quanto la Serbia stessa dovranno risolvere la questione se vorranno essere ammesse. Se la cosa risultava ovvia per il Kosovo – considerato attualmente soltanto un potenziale candidato – in quanto non riconosciuto da alcuni stati membri, non lo era nel caso della Serbia. Quest’ultima è, insieme alla sua costola montenegrina, il paese balcanico più vicino all’ingresso nell’Unione, dato il numero di capitoli chiusi con la Commissione Europea. Inoltre, in un rinnovato sforzo nei confronti di un allargamento da molti considerato come sempre più distante, la Commissione stessa ha indicato il 2025 come potenziale data di accesso di Serbia e Montenegro. Il problema, per Belgrado, è il netto rifiuto dell’Unione, come dichiarato dal Commissario per l’Allargamento Johannes Hahn, di importare la questione kosovara all’interno del blocco. Ciò vuol dire che la Serbia dovrà necessariamente normalizzare le proprie relazione con Priština, pena l’impossibilità di diventare Stato membro dell’Unione. Bruxelles ha il chiaro obbiettivo di non ripetere l’errore commesso con Cipro, a cui venne concessa la possibilità di entrare nell’Unione Europea prima che la divisione con Cipro del Nord fosse risolta.

EU Commissioner Johannes Hahn speaks during an interview with Reuters in Brussels

Entrambe le parti hanno preso atto della cosa negli ultimi anni, e specialmente la Serbia ha progressivamente cominciato a cambiare il proprio atteggiamento in modo da renderlo più costruttivo. Il suo presidente Aleksandar Vučić è passato, nell’ultimo decennio, dall’essere un convinto nazionalista serbo a supportare posizioni filoeuropeiste, ed ha in più occasioni ribadito come il dialogo con Priština sia un punto fermo della strategia serba. Poco dopo la propria rielezione, egli ha promesso il proseguo di un dialogo interno sulla questione – in gran parte infrantosi contro forti opposizioni – e ha sottolineato come la Serbia, se desidera veramente entrare a far parte del blocco europeo, debba essere disposta a compiere questo sacrificio. D’altronde, né Hahn né altri prima di lui hanno parlato del formale riconoscimento del Kosovo da parte di Belgrado, quanto piuttosto di un trattato vincolante che risolva la disputa: differenza sottile ma che potrebbe essere la chiave a lungo cercata.

Prospettive e problematiche

A livello formale, un dialogo tra i due paesi è a tutt’oggi in corso, facilitato dal ruolo dell’Unione Europea in qualità di mediatore. Il passo più importante raggiunto risale all’accordo di Bruxelles, siglato nel 2013. Questo gettava le basi per una seria normalizzazione dei rapporti tra Belgrado e Priština, unito alla promessa di non ostacolare in alcun modo gli sforzi dell’altro per ottenere la membership europea. Il circolo virtuoso che diversi esperti si aspettavano a seguito di tale storico accordo non si è presentato del tutto, anche se diversi altri passi avanti sono stati fatti – in ultimo il recente accordo riguardo l’integrazione di funzionari giudiziari serbi nel nord del paese all’interno del sistema kosovaro.

Diversi episodi hanno infatti aumentato il livello di tensione nell’area, rischiando di compromettere il proseguo dei negoziati. Almeno due risaltano tra gli altri: uno è quello che ha visto un treno fermato al confine tra i due paesi, sulla cui fiancata capeggiava, in varie lingue, il messaggio “Il Kosovo è Serbia”. In quell’occasione l’allora Presidente serbo Nikolić aveva osservato come le due nazioni fossero state per un momento sull’orlo del conflitto. L’altro momento in cui la situazione ha rischiato di precipitare è recentissimo, e risale al 16 gennaio quando l’influente e moderato politico serbo-kosovaro Oliver Ivanović è stato assassinato nel nord del paese – a maggioranza serba.

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Nonostante i continui timori che i conflitti etnici nel paese possano riaccendersi, Belgrado e Priština non hanno abbandonato il dialogo reciproco, e continuano la difficile strada verso la definitiva pacificazione e normalizzazione dei rapporti diplomatici. L’ostacolo strutturale e strategico più importante, per quanto riguarda il Kosovo, è il mancato riconoscimento da parte dei cinque paesi europei citati. Non è infatti scontato che questi adottino la stessa posizione di Belgrado, se quest’ultima dovesse finalmente decidere di abbandonare ogni forma di ingerenza sulla sua ex provincia. L’ultima prova di tale atteggiamento è stata la reazione del governo spagnolo alla nuova strategia nei WB6 – il termine usato in gergo per indicare la regione dei Balcani Occidentali – presentata dalla Commissione. Madrid ha dichiarato che darà il proprio appoggio all’ingresso del Kosovo nell’Unione soltanto in qualità di provincia autonoma della Serbia, e non come stato indipendente. Le autorità europee hanno replicato sostenendo come i casi catalani e kosovari siano molto diversi, dato che la Spagna è stato membro dell’UE, mentre la Serbia non lo è. Ma, a seguito della richiesta spagnola, hanno anche ridimensionato lo status di Priština, modificando, nelle bozze preparatorie, qualunque termine che facesse sembrare il Kosovo e gli altri aspiranti membri dei WB6 sullo stesso livello.

Sembra dunque che, da un lato, l’accesso della Serbia nell’Unione possa essere in qualche modo più realistico che in passato: in questa direzione le recenti dichiarazioni della Commissione e dell’Alto Rappresentante Mogherini, nonché l’atteggiamento di Belgrado verso la firma dell’accordo vincolante richiesto dal Commissario Hahn. Dall’altro lato, le speranze di Priština sembrano invece farsi ancora più deboli, sebbene considerate irrealistiche già da molti. Le critiche e le motivazioni politiche che spingono ben cinque membri dell’Unione a porre il veto su qualunque proposta al riguardo saranno insuperabili, a meno che le rispettive situazioni interne non giungano anch’esse ad una soluzione. Eventualità che, per quanto possibile, pare altamente improbabile.

 

 

Fonti e approfondimenti:

https://www.reuters.com/article/us-eu-balkans/eu-opens-door-to-balkans-with-2025-target-for-membership-idUSKBN1FQ1XE

https://www.b92.net/eng/news/politics.php?yyyy=2018&mm=02&dd=01&nav_id=103395

http://www.independent.co.uk/news/world/europe/eu-enlargement-serbia-montenegro-macedonia-albania-kosovo-brexit-juncker-2025-a8197201.html

https://euobserver.com/enlargement/140771

https://www.reuters.com/article/us-serbia-eu-enlargement/serbia-must-reach-agreement-with-kosovo-to-join-eu-by-2025-idUSKBN1FR2JP

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