Turchia al bivio?

di Alice Santori

Il 23 giugno Istanbul torna alle urne per rieleggere il proprio sindaco. Il Supremo Consiglio Elettorale della Repubblica turca, l’YSK, ha infatti annullato il risultato delle elezioni locali del 31 marzo scorso, vinte con lieve margine dal partito di opposizione CHP, accogliendo i ricorsi presentati dal partito al governo AKP per sospette irregolarità in sede di votazione.

Recep Tayyip Erdoğan, presidente della Turchia, fondatore e capo dell’AKP, leader ininterrotto del Paese da sedici anni, ha dichiarato che la replica del voto rappresenta un importante passo verso il rafforzamento della democrazia. Il neosindaco destituito Ekrem İmamoğlu ha invece fermamente condannato la decisione dell’YSK, definendo il sistema turco una “dittatura pura”, e ha dichiarato di essere pronto a vincere una seconda volta.

Il voto del 31 marzo

Il 31 marzo si sono tenute le elezioni locali per eleggere sindaci e consiglieri nelle 80 province (l’unità amministrativa più ampia nell’ordinamento turco) e nei 960 distretti del Paese, con la partecipazione di 48 milioni di cittadini, l’84% dell’elettorato attivo.

Il risultato del voto ha rappresentato il primo grande tracollo del partito del presidente Erdoğan dai tempi del successo elettorale nel 2002, quando dopo solo un anno dalla fondazione ottenne quasi i due terzi dei seggi in Parlamento. L’AKP, il Partito della Giustizia e della Libertà, islamista e conservatore, unito nell’Alleanza del Popolo al MHP, Partito del Movimento Nazionalista – braccio politico del gruppo paramilitare estremista dei Lupi grigi – ha sì ottenuto la maggioranza relativa con il 50,9% di preferenze su scala nazionale, ma ha perso nelle principali città: la capitale Ankara, Istanbul, Izmir, e la gran parte delle province sulla costa egea e mediterranea. Nei casi di Ankara e Istanbul, è la prima volta in 25 anni che le forze di opposizione riescono a vincere le elezioni locali.

Ankara ha infatti eletto con il 51% dei voti Mansur Yavaş, il candidato dell’Alleanza Nazionale formata dal CHP, il Partito Popolare Repubblicano, storica forza laica e socialdemocratica erede della tradizione kemalista di Mustafa Kemal “Atatürk” – “Padre dei Turchi, fondatore della Turchia moderna – e dall’IYIP, il Buon Partito, giovane movimento centrista guidato da Meral Akşener che fuoriuscita nel 2017 dal MHP aspira a rovesciare Erdoğan nella prossima corsa alla presidenza.
Tacito sostegno all’Alleanza Nazionale l’ha fornito il quinto partito del Paese, l’HDP, il Partito Democratico dei Popoli, filo-curdo e di sinistra, con la sua decisione di non presentare nessun candidato nelle città occidentali al fine di compattare l’opposizione all’AKP. Lo scopo dell’HDP, dominante nel sud-est del Paese a maggioranza curda, era principalmente quello di riprendere il controllo delle città commissariate dal governo per il legame con il PKK, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan, organizzazione di lotta per la liberazione del popolo curdo considerata dallo Stato una mera associazione terroristica.

Ekrem İmamoğlu. (Fonte: Wikicommons)

Ma se complice della vittoria di Yavaş ad Ankara è stata la sua passata militanza nel MHP, elemento che ha attratto i voti dei sostenitori dell’AKP e dello stesso MHP, l’elezione a Istanbul di Ekrem İmamoğlu, sconosciutissimo minisindaco di una piccola municipalità, contro il fedelissimo di Erdoğan Binali Yıldırım – ex primo ministro e attuale presidente della Grande Assemblea Nazionale – ha del clamoroso.

Chi perde Istanbul, perde la Turchia

La Nuova Roma sul Bosforo, con i suoi 15 milioni di abitanti, porta d’accesso al mastodontico continente asiatico, città dall’immenso valore culturale e cuore economico e finanziario della Turchia, è stata il trampolino di lancio della carriera politica di Recep Tayyip Erdoğan. Ne divenne sorprendentemente sindaco nel 1994, primo politico islamista (al tempo del Partito del Benessere RF) a ricoprire tale ruolo, e sulla città, partendo dalla risoluzione di problemi cronici come lo smaltimento dei rifiuti e il trasporto pubblico, ha fondato la sua popolarità e ha costruito il suo successo politico e il suo sistema affaristico. Istanbul ha a disposizione un budget di 7,5 miliardi di dollari e gestisce un giro di affari enorme, compresi numerosi contratti milionari nel settore delle costruzioni, motore trainante dell’economia turca.

Per tutte queste ragioni perdere Istanbul significa perdere la Turchia, e il presidente l’ha più volte ripetuto negli ultimi mesi in cui ha girato in lungo e in largo per il Paese, partecipando a più di cento comizi, colonizzando le città con la sua immagine e monopolizzando le reti TV al motto di “Önce millet önce memleket” (“Prima la nostra nazione, prima la nostra patria”).

Istanbul ha eletto con uno scarto di 20.000 voti su un totale di 9 milioni il candidato dell’opposizione Ekrem İmamoğlu, come ha confermato l’YSK il 17 aprile, diciassette giorni dopo il voto. Le operazioni di scrutinio sono state infatti lunghe e travagliate.

Pubblicità del comizio ad Antalya, gennaio 2019 (©Alice Santori)

Già la notte del 31 marzo, a spoglio non ancora completato, il candidato dell’AKP Binali Yıldırım cantava vittoria ricoprendo la città di manifesti di ringraziamento, mentre Erdoğan nel tradizionale discorso dal balcone di fine tornata elettorale non accennava minimamente alla presunta vittoria di Istanbul. Intanto l’agenzia statale di stampa Anadolu interrompeva l’aggiornamento dei dati sulla città lasciando entrambi i candidati al 48% e le principali reti televisive, ad eccezione della FOX TV turca di proprietà statunitense, ignoravano le dichiarazioni del CHP che rivendicava la vittoria.
Sono seguite settimane di riconteggi, a fronte del ricorso dell’AKP causa il lieve margine tra i due contendenti, fino alla conferma del 17 aprile, quando il nuovo sindaco di Istanbul İmamoğlu dal balcone del Municipio Metropolitano chiudeva 25 anni di islamismo istanbuliota promettendo alla folla acclamante di lavorare per tutti, “Turchi, Curdi, Armeni e Greci”, senza alcuna distinzione di colore o di culto. L’AKP ha però presentato nuovamente ricorso, e così si è giunti al 6 maggio con la decisione dell’YSK di annullare le elezioni e ripeterle il 23 giugno. Ma unicamente quelle per il sindaco; il consiglio provinciale a maggioranza AKP rimane in carica. Ad interim sulla poltrona della città siede il prefetto (di nomina governativa) Ali Yerlikaya.

E ora?

Le elezioni del 31 marzo hanno concluso il ciclo iniziato nel 2017 con il referendum costituzionale che ha cambiato il volto della Turchia così come era nata nel 1923, trasformandola da repubblica parlamentare in repubblica presidenziale esecutiva.

La riforma costituzionale presentata dall’AKP, approvata con il 51% dei voti, ha cancellato la figura del primo ministro e rafforzato quella del presidente, che eletto direttamente dal popolo già dal 2014, è ora capo dello Stato e insieme capo del governo, con poteri legislativi ed esecutivi molto ampi. Non è previsto nessun “mid-term”: Parlamento e presidente vengono eletti in un’unica tornata elettorale.  Alle elezioni generali del 2018 ha vinto ancora con il 52% Recep Tayyip Erdoğan, divenendo primo presidente della “Nuova Turchia”.

Le elezioni locali hanno però incrinato il mito dell’invincibilità di Erdoğan, donando speranza, ma non troppa, al 49% di turchi che desidera voltare pagina dopo anni di autoritarismo e repressione contro giornalisti, accademici, pubblici funzionari, in reazione al tentativo di colpo di stato del 2016. Inoltre, da dicembre dello scorso anno il Paese è entrato in recessione, frenando anni di impetuosa crescita e sviluppo da dove è sorta la nuova classe media, zoccolo duro dell’elettorato dell’AKP. La disoccupazione è salita al 25%, la lira turca è crollata arrivando a valere sei volte meno l’euro e l’inflazione ha quintuplicato il prezzo di un bene essenziale come la cipolla, divenuta simbolo della crisi economica.

Tuttavia il partito del presidente continua ad avere consenso, soprattutto in regioni conservatrici e religiose come l’Anatolia Centrale e parte del Sud-Est. Nonostante la perdita di città chiave, 16 delle 30 province metropolitane rimangono nelle mani dell’AKP. Il partito rimarrà al potere senza impedimenti per almeno altri cinque anni fino alle prossime elezioni, nel 2023, centenario della nascita della Repubblica Turca. Alla metà del Paese che si oppone a Erdoğan non resta che stringersi attorno a İmamoğlu, guardando con ottimismo al ballottaggio del 23 giugno, allo slogan di #HerSeyÇokGuzelOlacak: andrà tutto bene.

Fonti e approfondimenti

Daily Sabah, Local Elections 2019, Turkey Local Election Results

Talbot V., “Why Turkey’s Local Elections Matter“, ISPI – Commentary, 30 March 2019

Kaleydoskop, Le lunghe amministrative di Istanbul, 26 aprile 2019

Soylu R., “‘The heart of the country’: Why losing Istanbul is about more than politics for Erdogan“, Middle East Eye, 8 April 2019

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