Turchia, la crisi di una fragile economia

La Turchia vive ormai da dieci mesi una situazione economica complicata: da marzo ad aprile la lira turca ha perso il 10% del suo valore rispetto al dollaro. Tutto è reso ancora più difficile dalla crisi del Covid-19 e dalle scelte del governo Erdoğan, mosse dalla paura di perdere consenso.

La situazione economica attuale

Il Paese negli ultimi tre trimestri ha assistito a un forte deprezzamento della propria moneta, ma i problemi dell’economia turca hanno radici più profonde. A partire dalla crisi del 2008 la FED, la banca centrale statunitense, ha deciso di tenere i tassi di interessi bassi, invogliando tutti i Paesi in difficoltà a chiedere credito vantaggioso in dollari. Anche le banche turche hanno deciso di approfittare dell’occasione, per assicurarsi grandi somme di dollari. La valuta estera, in questo modo, è diventata il propellente dell’economia e le banche hanno iniziato a prestare dollari a varie branche dell’economia: dal mondo del turismo all’energia, passando per le infrastrutture, fino all’edilizia.

È seguito un breve periodo di espansione, in cui si è assistito a una grande crescita economica, con resort che sorgevano all’improvviso, come nel caso del lussuosissimo Hotel Aqua di Marmaris, città nella provincia di Muğla. A Istanbul e Ankara, negli ultimi anni, sono comparsi interi quartieri, tanto da creare due piccole bolle immobiliari. Le città, infatti, si sono allargate vistosamente, ma anche il numero delle infrastrutture è enormemente cresciuto: dal 2018 un nuovo ponte solca le acque del Bosforo. 

Tuttavia, una contraddizione è lentamente salita a galla. Mentre questi settori dell’economia vendevano principalmente ai turchi, ricevendo in cambio valuta nazionale, infatti, i loro debiti venivano accumulati in dollari. Dunque con il crollo della lira è diventato estremamente difficile ripagare i debiti, dal momento che serve sempre più lira per comprare i dollari, innestando il rischio di una crisi bancaria a tutti gli effetti.

Inoltre, le banche turche non hanno prestato denaro, in dollari, solo a imprese e attività, ma hanno anche aperto ampie linee di credito, in valuta turca, per i singoli in cerca di prestiti da spendere in beni durevoli e immobili. Per soddisfare la crescente domanda di credito le banche, a partire dal 2008, hanno deciso di iniziare a convertire cospicue somme di dollari in lira. Questo ha creato un secondo rischio all’interno del sistema bancario: nel caso in cui gli interessi sulla lira dovessero lievitare, il prezzo del credito salirebbe tagliando i profitti che le banche ricevono da tali linee di credito.

Il bilancio tra domanda di credito in dollari e domanda di credito in lira ha sempre funzionato alla luce della decisione informale del governo di tenere la lira collegata al dollaro. Un microclima economico remunerativo nel breve periodo, ma fragile e ad alto rischio, che non ha tenuto conto di possibili shock esterni o delle implicazioni di un improvviso calo nella domanda di credito.

L’emergenza Covid-19 e l’impatto sulla situazione

In questa situazione si è poi inserita l’emergenza del Covid-19. Il delicato equilibrio tra diverse domande di credito è stato messo in crisi dal crollo della domanda interna, principalmente dovuto alle misure restrittive prese per contenere la pandemia, aprendo la strada alla svalutazione della lira turca tra marzo e aprile. Il crollo della lira ha comportato un’impennata nei costi dei beni di importazione, mentre lo stile di vita dei turchi è peggiorato drasticamente.

Considerata la minaccia per le banche precedentemente esposta, il governo ha deciso di frenare il deprezzamento della lira per evitare una crisi del debito. Per fare questo ha venduto dollari sul mercato secondario delle valute, quello dove circolano titoli nazionali già emessi e non di prima emissione, facendo così risalire il valore della lira. Per larga parte dell’estate la Turchia è così riuscita a limitare i danni, intaccando però le proprie riserve di dollari, che sono calate del 10%, complicando la posizione turca dinnanzi ai mercati esteri.

La risposta del governo è stata comprare dollari dalle banche turche, le quali, da dopo il 2008, hanno grandi riserve di valuta estera. Le stime di Goldman Sachs, banca d’investimento di riferimento a Wall Street, avvertono però che il governo avrebbe già usato più delle riserve attualmente presenti nell’economia turca (65 miliardi a fronte dei circa 45 disponibili) e, a oggi, la Banca Centrale turca avrebbe un buco di circa 20 miliardi di dollari da colmare.

La risposta di Erdoğan e le scelte possibili 

Una profonda assenza di realismo ha caratterizzato la condotta di Ankara in materia economica negli ultimi mesi. Il presidente Erdoğan e il suo ministro delle Finanze, nonché cognato, Berat Albayrak hanno scommesso sul fatto che la debolezza non fosse strutturale, ma temporanea e legata al Covid. Questa valutazione è scaturita da due convinzioni. La prima è che la pandemia sarebbe stata breve e con un rimbalzo già in agosto e settembre nel settore del turismo e, di conseguenza, nel flusso di valuta estera all’interno del Paese. La seconda era che il crollo del prezzo dell’energia, uno dei principali costi di importazione dell’economia turca, potesse bilanciare i mancati guadagni durante i mesi di aprile e giugno. Entrambe queste supposizioni si sono rivelate errate. Tuttora i resort turchi sono chiusi: un’assenza che pesa su circa il 2% del PIL turco. E quando il supposto risparmio sull’import di energia non si è concretizzato, il governo è corso ai ripari accettando di immettere grandissime quantità di lira nel mercato, nonostante ciò abbia creato un deficit di circa il 4%.

Erdoğan ha davanti a sé poche vie per uscire dalla crisi e tutte con un altissimo livello di rischio. Se il governo dovesse far crollare la lira, le compagnie turche, in questo momento, farebbero grandissima fatica a ripagare i loro debiti in dollari, creando le premesse per un collasso del sistema bancario. Nel caso opposto, se il cambio della lira fosse staccato da quello del dollaro e i tassi di interesse lasciati crescere, la valuta potrebbe essere stabilizzata, ma l’assenza di credito getterebbe l’economia in una profonda recessione, come nel caso della crisi europea del 2010. Terza via: quella di non fare niente, sperando che la crisi rientri, attirando nel frattempo l’attenzione dell’elettorato verso un nuovo obiettivo.

Molti sostengono, infatti, che la campagna militare turca nel Mediterraneo sia principalmente una distrazione dalla situazione economica. Una distrazione che, però, sarebbe costata circa 5 miliardi di dollari, garantiti dal Qatar, che conta sulla protezione delle truppe turche dalle scimitarre saudite ed emiratine. La scommessa è che gli accordi sul gas mediterraneo fatti firmare da Erdoğan ai libici si rivelino proficui. In caso contrario, se la situazione economica dovesse peggiorare ancora e il Qatar decidesse di scendere a patti con Abu Dhabi e Ryad, Ankara potrebbe trovarsi vulnerabile e isolata. L’inazione attuale, però, potrebbe costare cara al leader dell’AKP anche con il supporto qatariota, perché la moneta crollerebbe comunque una volta finite le riserve di dollari e questo potrebbe distruggere le aziende che negli anni hanno sostenuto Erdoğan. Imprese, queste ultime, che sono state trasformate in cosiddetti “zombie”, nutrite da un continuo e incontrollato flusso di credito governativo in dollari, nonostante la loro competitività non fosse così elevata.

La situazione economica influenzerà profondamente il sistema di potere di Erdoğan, soprattutto se la pandemia dovesse peggiorare, visti i casi in grande crescita in Turchia. La medicina è dolorosa e adesso è necessario chiedersi se il popolo turco sarà disposto, in caso di fallimento del progetto economico di Erdoğan, a farsi somministrare da lui la cura, oppure se cercherà risposte altrove. 

 

Fonti e approfondimenti

Laura Pitel, Erdogan gambles on fast recovery as Turkey burns through reservesFinancial Times, 3 Agosto 2020.

Chris Miller, Erdogan Has Hidden an Economic Disaster Deep in Turkish Banks, Foreign Policy, 11 Agosto 2020.

Srinivasan Sivabalan, Netty Idayu Ismail, Turkey Stands Alone in Emerging Markets as Economic Woes Deepen, Bloomberg, 17 Agosto 2020.

Diego Cupolo, Opting for backdoor measures, Turkey’s Central Bank holds interest rate steady, Al Monitor, 20 Agosto 2020.

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Lo Spiegone è una testata registrata presso il Tribunale di Roma, 38 del 24 marzo 2020
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