L’abbandono americano della Siria

Questione che ha attirato fortemente su di sè l’attenzione nelle ultime settimane è il ritiro degli effettivi americani della Siria. Dall’inizio del conflitto nel 2011 gli americani si sono, infatti, impegnati al fianco dei ribelli contro l’Isis. In nome della pace, della guerra al terrorismo contro l’Isis e della stabilità della zona, gli Stati Uniti hanno fornito armi, sostegno logistico sul campo e rifornimenti ai curdi. Tuttavia, improvvisamente, l’amministrazione Trump ha deciso di ritirare le truppe sul campo lasciando via libera all’avanzata turca, da sempre ostile ai combattenti dello YPG e del PKK – il quale è considerato da Ankara e dagli USA un’organizzazione terroristica. La decisione ha fatto e sta facendo discutere molto, sia in patria che all’estero date le sue ripercussioni sullo scenario internazionale.

Motivazioni e quadro generale

Una volta dato l’annuncio ed esploso il caso, il presidente Donald Trump ha sin da subito difeso la scelta di ritirare le truppe dal nord della Siria adducendo motivi economici. Il mantenimento delle truppe sul campo è infatti per l’inquilino della Casa Bianca un impegno troppo oneroso per il bilancio federale. Inoltre, il presidente non vuole più mettere a rischio le vite dei soldati americani. La questione resta tuttavia in parte squisitamente politica, con l’intenzione mai nascosta nelle azioni e nelle parole da Trump di condurre una politica estera maggiormente isolazionista. Inoltre, i precedenti accordi economici fra il governo di Ankara e Washington sono di grande importanza per l’amministrazione americana. Per quanto riguarda i curdi, il presidente ha affermato, in una serie di tweet, che è vero che “hanno combattuto con noi, ma hanno ricevuto ingenti somme di denaro e attrezzatura per farlo” e che, in fondo, avevano “combattuto la Turchia per decenni”.

Ha, poi, proseguito sottolineando che “Turchia, Europa, Siria, Iran, Iraq e Russia dovranno capire la situazione”. Agire come il “poliziotto del mondo” è troppo costoso e inutile per la Casa Bianca. Ovviamente le forze curde non hanno fatto mancare di esprimere il loro disappunto accusando Washington di non portare a termine i suoi impegni e affermando che, facendo in questo modo, avrebbe lasciato aperta la strada ai turchi per l’assalto alla loro popolazione. Cosa che poi è effettivamente avvenuta. Il gruppo curdo ha definito la mossa come “a stab in the back”, una coltellata alle spalle dopo aver combattuto e versato il sangue anche per l’occidente.

L’opinione interna, l’amministrazione e il GOP

Nonostante tutto ciò sono cresciute alcune perplessità all’interno dell’amministrazione. In tal senso, specialmente l’influenza iraniana non è un tema da sottovalutare. L’ex consigliere per la sicurezza John Bolton e il segretario di Stato Pompeo, in passato avevano sostenuto che bisognava eliminare qualsiasi possibilità di influenza iraniana nella zona.  In che modo ovviare al problema? Proponendo un’ulteriore presenza americana sul territorio, anche se i timori di Ankara nei confronti dei curdi e gli accordi commerciali raggiunti tra Trump ed Erdogan sembrano aver indirizzato la decisione politica del presidente.

Allo stesso tempo, al dipartimento di Stato sembra che qualcuno si sia chiesto, nonostante la preoccupazione degli alti vertici per l’abbandono, a cosa avrebbe portato il mantenimento dell’alleanza con i curdi nelle relazioni con la Turchia. La Turchia è, infatti, un alleato prezioso per gli Stati Uniti in quella porzione di Medio Oriente, specie se si tiene in considerazione il gioco di potere a tre che include Ankara, le monarchie del Golfo e l’Iran. Turchia e Iran tuttavia temono l’effetto destabilizzatore dei curdi, avendo ambedue al proprio interno una forte minoranza curda. L’allontanamento di Bolton da parte di Trump, il quale a differenza del presidente è molto più interventista che isolazionista in materia di interventi militari all’estero, è un importante background in questa situazione e aiuta a leggere l’evento.

L’ex Consigliere per la Sicurezza John Bolton. Fonte: Wikimedia

Nemmeno nel Partito Repubblicano, però, la scelta di Trump sembra aver trovato supporter. Anzi, non sono state poche le critiche. Per i vertici del partito tale ritiro lascerebbe campo ai nemici del Paese e inciderebbe duramente sulla credibilità degli Stati Uniti. Mitch McConnell, leader della maggioranza al Senato e influente senatore repubblicano del Kentucky, ha messo infatti in guardia il presidente da “un precipitoso ritiro” a beneficio di attori considerati dal GOP “nemici”, come la Russia, l’Iran, Assad e varie organizzazioni terroristiche, tra cui l’Isis. McConnel ha esortato Trump ad “esercitare la leadership americana”. Il senatore repubblicano del South Carolina Lindsey Graham, dopo aver dichiarato che questa mossa rappresenta una “grande vittoria per l’Iran, Assad e l’Isis”, ha, poi, aggiunto che il fatto che per la Casa Bianca lo Stato Islamico fosse “ormai sconfitto” sia stata “la più grande bugia detta dall’amministrazione”. Anche Liz Cheney, deputata repubblicana per il Wyoming e figlia dell’ex vicepresidente Dick Cheney, ha classificato la mossa come “un catastrofico errore”, mentre per l’ex candidato alla presidenza Mitt Romney “la decisione di abbandonare i curdi alleati è un tradimento”.

Il presidente Trump sta, di fatto, perseguendo una strategia militare anche contro i propri consiglieri. L’improvvisa decisione di Trump rappresenta, quindi, l’ennesimo esempio di decisione in materia di politica estera totalmente parallela e indipendente. Molti descrivono l’inquilino della Casa Bianca come sospettoso del personale e dei funzionari del dipartimento di Stato e della CIA, cosa che spesso lo porta ad annunciare le sue decisioni prima e a far adeguare i suoi collaboratori in seguito. Ne è un esempio l’episodio dello scorso inverno, in cui aveva pre-annunciato la sua intenzione di abbandonare la Siria il prima possibile. La cosa ha portato alle dimissioni del segretario della Difesa, il generale James Mattis, il quale ha accusato Trump di provare disprezzo nei confronti degli alleati e delle alleanze. Per Mattis il rischio era, infatti, quello che anche gli altri membri del partito repubblicano oggi sottolineano: danneggiare la reputazione degli Stati Uniti.

Per Mattis, la presenza in Siria era a basso rischio strategico, visto il numero relativamente basso di casualties, e ad alto rendimento per la sicurezza americana. Nonostante la fiducia iniziale, il presidente sembra essersi accorto in un secondo momento della pericolosità della situazione e si è mosso, di conseguenza, in due direzioni. Se, infatti, dopo l’annuncio dell’avanzata turca contro i curdi Trump ha  minacciato la Turchia ed Erdogan di “distruggere l’economia del Paese”, in caso questa oltrepassasse una linea che tuttavia non è stata tracciata, ha anche, con la missione per eliminare il leader dello Stato Islamico, Al Baghdadi, ha voluto ribadire al mondo che gli Stati Uniti sono ancora i garanti della sicurezza mondiale.

Donald Trump e il Presidente turco Erdogan. Fonte: Wikimedia

Il Congresso

Dopo lo scoppio del caso anche il Congresso è passato all’azione. Rimproverando l’operato presidenziale, i senatori Graham e Van Hollen hanno dato avvio ad un processo di legislazione bipartisan fra Democratici e Repubblicani, con l’obiettivo di imporre sanzioni e punizioni alla Turchia. Il Presidente Trump si è dimostrato favorevole, nonostante la legislazione non sia stata redatta con la Casa Bianca. Una posizione un po’ confusa, considerando che la decisione di ritirare le truppe ha dato il via libera all’operazione turca. La legislazione aveva l’obiettivo di colpire i vertici stessi del governo di Ankara, il settore energetico e quello militare, con le sanzioni che sarebbero state valide anche per chi avrebbe venduto le proprie armi alla Turchia.

Tuttavia, in seguito alla momentanea tregua raggiunta anche con il benestare della Casa Bianca, le sanzioni sono state cancellate su annuncio di Trump stesso. I Democratici hanno fatto sentire la loro voce accusando il presidente di aver compiuto una mossa strategica completamente sbagliata che avrebbe rafforzato solo gli attori ostili agli Stati Uniti. Alla Camera una risoluzione di rimprovero verso Trump partita dai Democratici ha avuto anche l’appoggio Repubblicano, con 354 voti favorevoli e 60 contrari. La rappresaglia democratica è arrivata in punta di fioretto nelle ultime 24 ore con il riconoscimento da parte della Camera del “genocidio armeno, un fatto storico che la Turchia ancora oggi non riconosce e che ritiene un insulto.

In ottica 2020?

Il tema siriano ha trovato terreno fertile anche durante l’ultimo dibattito delle primarie democratiche in Ohio. Joe Biden ha dichiarato che questa “è stata la peggior cosa mai fatta da qualsiasi presidente nella storia moderna, in termini di politica estera”. Anche Elizabeth Warren si è espressa in merito, dichiarando che come comandante in capo lei avrebbe ascoltato con più attenzioni i pareri dei consiglieri militari prima di azzardare una mossa del genere. Un chiaro riferimento al fatto che al Pentagono molte figure di spicco sono rimaste sorprese. La senatrice ha comunque sposato la sua tendenza pacifista ribadendo che gli USA non dovrebbero avere “truppe in Medio Oriente, e in ogni caso la situazione dovrebbe essere gestita in modo più giusto e intelligente”.

Bernie Sanders ha dichiarato che “ciò che ha fatto il presidente Trump sta rovinando la nostra capacità nel fare politica estera e militare, poiché nessuno crederà a un bugiardo patologico”. Il ritiro delle truppe americane rientra completamente all’interno della strategia di politica estera di Trump, in una continua oscillazione tra isolazionismo e interventismo spudorato. L’elemento che però sembra preoccupare di più tutti gli addetti ai lavori e i candidati democratici risiede nella domanda: cosa resterà della credibilità americana dopo Trump?

Fonti e approfondimenti:

US troops start pullout in Syria as Turkey prepares operation, Al Jazeera, 07/10/2019

Peter Baker, Lara Jakes, Trump Throws Middle East Policy Into Turmoil Over Syria, The New York Times, 14/10/2019

David E. Sanger, When ‘Get Out’ Is a President’s National Security Strategy, The New York Times, 07/10/2019

Catie Edmonson, In Bipartisan Rebuke, House Majority Condemns Trump for Syria Withdrawal, The New York Times, 16/10/2019

Peter Baker, Catie Edmonson, Trump Lashes Out on Syria as Republicans Rebuke Him in House Vote, The New York Times, 16/10/2019

Alex Ward, Lindsey Graham is leading a Senate bill to punish Turkey with crushing sanctions, Vox, 10/10/2019

Leo Shane III, Trump’s troop withdrawal from Syria draws criticism at latest Democratic debate, MilitaryTimes, 15/10/2019

Aaron Steins, The Scramble for Northeast Syria, Foreign Affairs, 22/01/ 2019

 

 

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