Ricorda 2011: Primavera araba in Siria

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Riccardo Barelli - Remix Lo Spiegone - @Eoghan OLionnain - Flickr - CC BY-SA 2.0

La crisi in Siria è ormai giunta al suo decimo anno e, in molte zone, i bisogni umanitari sono ancora elevatissimi. Il conflitto ha causato oltre 387.000 morti (di cui 118.000 civili) e ha costretto 12 milioni di persone a lasciare le loro case: di questi, la metà ha abbandonato il Paese per cercare rifugio all’estero, in particolare nei Paesi limitrofi come Libano, Giordania, Turchia e Iraq.

Le prime mobilitazioni iniziarono nel febbraio del 2011, sull’onda di quei movimenti denominati “Primavere arabe”, ossia le proteste anti-governative iniziate qualche mese prima in Tunisia e che si erano poi diffuse in diversi Paesi del Nord Africa e del Medio Oriente. 

Alcuni casi portarono alla destituzione di capi di governi autoritari al potere da decenni, come in Tunisia ed Egitto; in altri, crearono le condizioni per l’inizio di guerre civili che non si sono ancora risolte, come in Yemen, Libia e, appunto, la Siria.

Alle origini delle rivolte

Tutto ebbe inizio a febbraio del 2011, quando migliaia di persone manifestarono pacificamente nelle principali città del Paese chiedendo le dimissioni del presidente Bashar al-Assad, in carica dal 2000, e l’eliminazione della struttura istituzionale monopartitica del Ba’ath. 

Le prime mobilitazioni contro il regime, promosse dal gruppo Facebook “Intifada siriana 15 marzo”, si svolsero appunto il 15 marzo. Mentre le proteste videro una scarsa partecipazione a Damasco, dove si svolse un sit-in davanti al ministero dell’Interno con circa 150 partecipanti, si assistette a una partecipazione massiccia nelle città di Der‘a (capoluogo della regione agricola e tribale dell’Hawran) e a Dayr az Zor, città sull’Eufrate e capoluogo della remota regione orientale al confine con l’Iraq.

Sebbene i media statali fossero strettamente controllati, la proliferazione della TV satellitare, dei telefoni cellulari e di Internet, avvenuta dopo il 2000, fece sì che qualsiasi tentativo del governo di isolare i manifestanti dal mondo esterno fosse destinato a fallire.

In questo contesto, siti come YouTube sono stati il principale mezzo di condivisione di ciò che avvenne nei vari villaggi del Paese e, anche, un mezzo di informazione per l’esterno. Tramite video registrati con il telefonino, i manifestanti cercarono di testimoniare le proteste e le violenze subite dalle forze di sicurezza del regime. 

Il 18 marzo, in quello che gli attivisti ribattezzarono poi come il “venerdì della dignità”, scoppiarono proteste su larga scala in diverse altre città, tra cui Banyas, Damasco, al-Hasakah e Hama. Due giorni dopo, a Der‘a venne incendiata la sede del Ba’ath, e assaltati e dati alle fiamme il palazzo di giustizia e gli uffici di una delle compagnie telefoniche di proprietà di un influente cugino del presidente. In questa cittadina, le proteste riuscirono a coinvolgere le principali tribù locali, capaci di mobilitare in poco tempo tutti i loro membri. 

Der‘a e la regione dell’Hawran, nota ai più come il “granaio della Siria”, vivevano da anni un clima di crescente malcontento popolare causato dalla mancata assistenza da parte dello Stato, reo di non avere sostenuto economicamente la regione. La zona era storicamente afflitta dalla siccità e da una massiccia immigrazione interna, proveniente dalle province orientali dell’Eufrate, dove i raccolti sono i più colpiti dall’assenza di precipitazioni. 

Uno studio pubblicato a marzo 2020 sui Proceedings of the National Academy of Sciences afferma che la scarsità idrica che ha afflitto la Siria acuì i disordini sociali, aggravando la preesistente instabilità politica e portando la regione a divenire la roccaforte dell’opposizione al regime governativo siriano

In questo contesto fortemente instabile, il 24 marzo, il Consigliere del presidente al-Assad Bhutayana Shaaban annunciò l’avvio di un processo di riforme attraverso la convocazione di un “Alto comitato di studio”. Questo, fu incaricato di predisporre l’abrogazione dello stato di emergenza, in vigore ininterrottamente dal 1963, e di elaborare una legge sui partiti per superare il monopolio del Ba’ath. La legge di emergenza era stata utilizzata per giustificare arresti e detenzioni arbitrarie e per vietare qualsiasi forma di opposizione politica interna al Paese

Da marzo 2011, nonostante le promesse di riforma da parte di al-Assad e la designazione di un nuovo governo, le proteste continuarono soprattutto nelle città di Der‘a, Banyas (sulla costa) e Homs, ma vennero represse sistematicamente con l’intervento dell’esercito e l’uso di armi pesanti. Il 30 marzo, nel suo primo discorso dopo l’inizio delle manifestazioni anti-regime, Bashar al-Assad attribuì le violenze a una cospirazione straniera, tuttavia riconobbe la fondatezza di alcune richieste di riforma proposte dalla popolazione. 

In poche settimane, il Paese venne completamente militarizzato e l’opposizione cominciò ad armarsi. Lo scontro ben presto si polarizzò: da una parte il regime alawita di al-Assad e le forze militari a lui fedeli e, dall’altra, la maggioranza sunnita. 

Tuttavia, dopo le tensioni accumulate dalla popolazione e dalla società della provincia e della città di Der‘a, il 25 aprile Damasco inviò l’esercito regolare, che circondò la città e intervenne lì dove alcuni gruppi di manifestanti avevano installato i propri quartier generali. L’operazione e gli scontri durarono circa una settimana. Da quel momento, la città rimase in stato di assedio per diversi mesi, priva di elettricità, acqua corrente e telecomunicazioni, con penuria di generi alimentari e numerosi episodi di saccheggio di negozi e abitazioni.

Contestualmente a questi avvenimenti, nella seconda metà del 2011, si formarono sempre più gruppi di opposizione armata e iniziarono le defezioni di numerosi soldati regolari siriani che si unirono ai ribelli raggruppandosi nellEsercito siriano libero (ESL)

Il Paese entrò in una guerra civile, le repressioni e i bombardamenti delle forze governative siriane si moltiplicarono e, all’inizio del 2012, i combattimenti raggiunsero la capitale Damasco, oltre che la seconda città maggiore del Paese, Aleppo. 

L’inizio della guerra civile e l’intervento della Comunità internazionale

La violenza con cui il regime di al-Assad represse l’opposizione mobilitò, in breve tempo, anche la comunità internazionale. Il 27 aprile, con un’azione coordinata vi fu la convocazione degli ambasciatori di Damasco a Parigi, Roma, Londra, Madrid e Berlino, per esprimere loro una forte condanna delle violenze e delle repressioni in atto nel Paese. 

Il regime, dal canto suo, proseguì nella strategia di minimizzazione delle proteste e di sostanziale negazione della repressione, parlando invece di martiri delle forze di sicurezza uccisi da terroristi nel corso delle manifestazioni. 

Nel maggio 2011, gli USA e l’Unione europea imposero una prima serie di sanzioni economiche contro il regime siriano, mentre nel Paese si susseguivano manifestazioni pro e anti-regime. 

A settembre, venne fondato a Istanbul il Consiglio nazionale siriano (CNS) per rappresentare l’opposizione; il 27 settembre, aveva luogo il primo scontro su larga scala tra l’esercito e l’opposizione armata, riunita nell’Esercito siriano libero. Nell’ottobre 2011, il CNS chiese alla comunità internazionale di intervenire per proteggere i manifestanti in Siria, ma Russia e Cina posero il veto alla risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’ONU.

Nel dicembre 2011, la Lega araba adottò perciò un suo piano, che prevedeva l’invio di osservatori in Siria e una mediazione politica. Rivelatasi inconcludente, la missione della Lega araba in Siria venne annullata già nel gennaio 2012, mentre cresceva il livello di militarizzazione dello scontro, divenuto ormai una vera e propria guerra civile tra le forze del regime e quelle sempre più armate dell’opposizione. 

Dal punto di vista della comunità internazionale, la prima cosa da fare era trattare con gli oppositori del regime, pronti a rafforzarsi in assenza di sforzi esterni per armare e riunire l’opposizione nazionalista. 

Altrettanto importante, e infine disastrosa, fu la decisione di consentire agli alleati regionali degli Stati Uniti di armare l’opposizione. Soldi da diversi Paesi del Golfo Arabo sono confluiti negli anni in Siria, sollecitando divisioni tra le forze che combattevano contro il regime di al-Assad, e rendendo le formazioni salafite e jihadiste i gruppi più forti presenti sul campo di battaglia.

La situazione nel Paese si deteriorò ulteriormente anche per la rapida penetrazione dell’ISIS, che in breve tempo riuscì a occupare porzioni significative del territorio, proclamando il sedicente Stato islamico di Siria e del Levante (ISIL). Queste circostanze rafforzarono la determinazione di al-Assad – grazie all’internalizzazione del conflitto che si ebbe negli anni a venire – a portare avanti una repressione spietata, rivolta allo stesso modo contro gli oppositori interni e i gruppi terroristici, con ricadute ancora oggi devastanti sulla popolazione civile

 

 

Fonti e approfondimenti

Dareen Khalifa, “After Ten Years of War, Conflict Still Paralyses Syria”, International Crisis Group”, 15/03/2021. 

Lorenzo Trombetta, “Verso altri dieci anni di guerra in Siria”, Limes, 15/03/2021. 

Lorenzo Trombetta, Dalla rivolta contro Assad al confronto tra potenze: nove anni di guerra in Siria”, Limes, 13/03/2020. 

Mario Giro, Cronaca pensosa sulla guerra di Siria: l’inizio, le armi chimiche, l’Occidente assente (2011-2013)”, Limes, 28/05/2018. 

Massimiliano Fiore, “Se in Siria crolla il regime”, Istituto Affari Internazionali, 5/04/2011. 

Matteo Colombo & Silvia Carenzi, “La Siria a dieci anni dalle rivolte”, ISPI, 19/05/2021. 

Michael Slackman, “Syrian Troops Open Fire on Protesters in Several Cities”, New York Times, 25/03/2011.

 

 

Editing a cura di Carolina Venco

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