Siria: l’evoluzione del Ba’th dalla nascita ad oggi

Foto di Absalao777 - Wikimedia - CC BY-SA 3.0

Il partito Ba‘th fu fondato nel 1943 a Damasco da Misil ‘Aflaq e Salah al-Bitar. Il partito si presentò come panarabista, socialista e rivoluzionario e richiamò il popolo arabo alla rinascita e all’unità, sulla base della messa in valore delle comuni radici arabe. 

In Siria, il Ba’th assunse il potere con un primo colpo di stato nel 1963, ma si affermò definitivamente con l’ascesa di Ḥāfiz al-Asad alla presidenza della Repubblica siriana, nel 1970. Per capire meglio cosa succede nella Siria di oggi è necessario anche ricostruire le vicende del Partito Ba’th e il suo ruolo in Medio Oriente, specialmente nella Siria degli Asad, padre e figlio.

Nascita e ideologia del Ba’th

La nascita del Ba’th risale al 1943, per mano del cristiano ortodosso Michel ʽAflaq e del musulmano sunnita Salah al-Bitar. Le parole d’ordine del Baʿth furono essenzialmente tre, riflesse fedelmente nel motto: unità araba, libertà e socialismo/socialità, dove l’espressione “unità araba” indicava il collegamento fra le varie realtà politiche presenti nei Paesi arabi. 

Secondo i due fondatori, la nazione araba avrebbe dovuto liberarsi da ogni forma di oppressione contrastando l’imperialismo colonialista dell’Occidente. Infatti, solo affrancandosi dalle potenze coloniali il popolo arabo avrebbe potuto giungere a una rinascita (in arabo, “ba’th”). Partendo da questa visione, si costituì l’ultimo passaggio dottrinale del movimento, quello del panarabismo. Questa ideologia, dagli anni Cinquanta e per circa i vent’anni successivi, dominò il mondo arabo, predicando un’unione di tipo nazionalista volta a promuovere una solidarietà politica e culturale fra tutti i popoli di lingua e civiltà araba. 

L’ascesa al potere di Ḥāfiz al-Asad

In Siria, il Ba’th si diffuse soprattutto tra i giovani delle minoranze musulmane (alawiti, drusi, ismailiti), in virtù dei valori di uguaglianza e di laicità predicati. I partiti di ispirazione laica, come il Ba’th, si contrapponevano ai movimenti come la Fratellanza Musulmana, che in quegli anni costituiva la formazione di riferimento dei giovani borghesi sunniti. Questi ultimi facevano parte di quella maggioranza che aveva da sempre detenuto il potere politico ed economico nel Paese. 

In quegli anni, due processi modificarono il panorama della politica siriana: il primo fu una prolungata lotta per il controllo nel nuovo regime tra l’ala “civile” del Ba’th (prettamente politica), rappresentata dal partito, e l’ala militare, rappresentata dal “Comitato militare”; il secondo fu il passaggio del potere dalle élite sunnite alla minoranza alawita

Di fatto, la particolarità siriana ereditata dal periodo coloniale fu la preminenza nell’esercito delle minoranze musulmane (come gli alawiti), i cui ufficiali riuscirono a imporsi nelle lotte di potere interne al “Comitato Militare”. Sotto il mandato coloniale francese, gli ufficiali europei, per tenere a bada la maggioranza sunnita, riempirono l’esercito siriano di ufficiali e soldati appartenenti alle minoranze, soprattutto alawiti. Inoltre, la carriera militare costituiva un importante mezzo di promozione sociale per queste minoranze, poiché molti settori (come il commercio o le libere professioni) erano tradizionalmente appannaggio della borghesia cristiana e sunnita. 

Il Ba’th assunse il potere l’8 marzo del 1963, con un colpo di stato. In questa caotica fase politica emerse la figura del generale Amin al-Hafiz. Tra il 1964 e il 1966, al-Bitar e al-Hafiz si alternarono alla guida del Paese. Tuttavia, altri due generali spiccarono tra le fila del potere: Salah al-Jadid e Ḥāfiz al-Asad

Con il colpo di stato del 23 febbraio 1966, il colonnello Salah al-Jadid prese il potere e Ḥāfiz al-Asad ricoprì l’incarico di ministro della Difesa. Dopo il golpe del 1966, l’ala “civile” del movimento fu epurata dal partito e i suoi dirigenti storici, al-Bitar e ‘Aflaq, furono prima imprigionati e poi scelsero l’esilio in Iraq. Gli equilibri interni al Ba’ath cominciarono a vacillare a seguito della sconfitta delle truppe siriane ed egiziane contro Israele nella Guerra dei Sei giorni del 1967.   

Nell’autunno del 1968, lo scontro tra le due anime del movimento si riaccese e vide confrontarsi la fazione militare del regime, incarnata questa volta da al-Asad, e quella civile di al-Jadid. Nel settembre dello stesso anno, la Giordania attaccò i campi profughi palestinesi controllati dall’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp), episodio noto come “Settembre nero”. Il governo siriano decise di intervenire in soccorso dei palestinesi, ma al-Asad negò la copertura aerea alla missione perché contrario all’intervento militare. 

Durante il decimo congresso del Ba’th, svoltosi a Damasco il 12 novembre 1970, la fazione di al-Jadid censurò il comportamento di al-Asad accusandolo di esercitare una impropria influenza militare negli affari di governo. La reazione di al-Asad alle accuse non si fece attendere e il 13 novembre 1970 le unità dell’esercito procedettero all’arresto di al-Jadid, attuando il colpo di stato che avrebbe dato inizio al trentennale governo della famiglia al-Asad.

Il regime di Ḥāfiz al-Asad

Durante i suoi trent’anni di governo (1970-2000), al-Asad strutturò in Siria un regime autoritario, populista e neo-patrimoniale, accentrato sui suoi poteri di presidente-dittatore. Al-Asad creò una struttura organizzativa in grado di supportare il governo, composta principalmente da esponenti del Ba’th a lui fedeli.

La struttura si fondava su tre istituzioni fondamentali: la polizia segreta (in arabo, “muḵābarāt”), l’esercito e l’apparato del partito. Al-Asad controllava il potere esecutivo, giudiziario e legislativo, attraverso la supremazia del Ba’th nel Parlamento e nell’Alta Corte di Giustizia. Tuttavia, erano le personalità a capo dei servizi di intelligence e dell’esercito che costituivano il vero nucleo di potere su cui poggiava il regime di al-Asad. 

Nel 1973, al-Asad, per frenare l’ascesa di formazioni partitiche diverse dal Ba’th, istituì il Fronte Nazionale progressista (FNP), una coalizione di partiti che forniva una facciata di pluralismo politico in un sistema partitico dominato dal Ba’th, dove qualsiasi forma di opposizione veniva silenziata. Ancora oggi, l’FNP costituisce un’alleanza di partiti che sostiene l’orientamento socialista e nazionalista del governo e accetta il “ruolo guida” del Ba’th nella società siriana.

La presidenza di Bashar al-Asad 

Alla morte di al-Asad, nel giugno del 2000, gli succedette alla presidenza il figlio minore, Bashar. I primi otto mesi del suo governo furono caratterizzati da un alleggerimento della repressione, che fece parlare i media di una “primavera di Damasco”. Allo stesso tempo, però, le privatizzazioni in campo economico avvantaggiarono personalità affiliate al Ba’th, creando una nuova generazione di proxy del regime e marginalizzando alcuni gruppi sociali, come i sunniti, che erano stati cooptati da Asad padre.   

Nell’ottobre del 2005, le forze di opposizione tornarono a far sentire la loro voce, sottoscrivendo la “Dichiarazione di Damasco per il cambiamento nazionale democratico”. Tra il 2005 e il 2008 alcuni dei firmatari del documento vennero incarcerati. Ciò non fermò le richieste di un ricambio generazionale nelle élite dirigenti. 

Tre anni dopo, nel marzo del 2011, il successo delle proteste nella cosiddetta “Primavera araba” in Tunisia e Egitto spinse anche la popolazione siriana a scendere in piazza contro il regime. Le manifestazioni ebbero inizio il 15 marzo 2011, nella città meridionale di Der‘a, dopo che la polizia aveva arrestato alcuni minorenni per delle scritte anti-regime. Dall’aprile 2011, nonostante le promesse di riforma da parte di Bashar e la designazione di un nuovo governo, le agitazioni continuarono e la guerra siriana assunse i contorni del conflitto senza fine come lo conosciamo oggi. 

In questo contesto, il 26 febbraio 2012 si svolse un referendum costituzionale che ebbe importanti ripercussioni sulla politica siriana, poiché permise l’introduzione di un sistema multipartitico, dando corso alla soppressione del monopolio politico del Ba’th. Tuttavia, la nuova Costituzione approvata il 27 febbraio vietò tanto i partiti costituiti su base religiosa, quanto quelli su base regionale: in tal modo vennero esclusi dall’agone politico sia la Fratellanza musulmana che i partiti curdi (i principali gruppi di opposizione del regime). Venne poi abolito qualsiasi riferimento al socialismo nell’organizzazione socio-economica del Paese.

Il Ba’th alla prova delle ultime elezioni legislative

La mancanza di trasparenza delle elezioni parlamentari tenutesi lo scorso 19 luglio, l’assenza di osservatori indipendenti, le diffuse irregolarità nelle fasi elettorali e l’esclusione dei rifugiati siriani dalle elezioni hanno portato molti a liquidare l’intero processo come una farsa. 

Tuttavia, mentre il Parlamento rimane incapace di adempiere alle sue funzioni legislative e costituzionali chiave, la sua elezione fornisce preziose informazioni sulle novità della strategia messa in atto dal Ba’th per mantenere il controllo sul Paese

Il regime ha infatti introdotto un sistema elettorale diviso in due turni e le primarie. In passato, il Ba’th e gli altri partiti nominavano una rosa di candidati da cui il comando centrale del Ba’th avrebbe selezionato i nomi per la “lista di unità nazionale”, da candidare alle elezioni generali. Stavolta il regime ha utilizzato le primarie per “mappare” la popolarità e l’appartenenza politica di ogni singolo candidato all’interno del Ba’th. 

Numerosi partecipanti sono stati poi sostituiti arbitrariamente in diverse province distrettuali e al loro posto sono stati designati uomini d’affari e imprenditori slegati dal Ba’th, ma nominati in segno di apprezzamento per i loro servizi al regime durante il conflitto

Inoltre, per quanto riguarda l’FNP, il numero di seggi assegnato alla coalizione è salito da sei nel 2016 a otto nel 2020. Aumentando il numero dei partiti politici in Parlamento, infatti, il regime continua a voler dare l’apparenza di un pluralismo politico, benché sembra vi si nasconda anche la volontà di cooptare il maggiore numero di elettori possibili, allargando la propria base di potere

Tuttavia, risulta evidente come la lealtà al regime rimanga ciò che davvero determina quali parlamentari possano essere (ri)ammessi in Parlamento. 

La diffusa frode elettorale evidenzia la mancanza di preoccupazione del regime nel legittimare le proprie azioni. Tuttavia, l’attuale composizione parlamentare è riuscita a raggiungere il proprio obiettivo primario: forgiare un gruppo di deputati lealisti legati al Ba’th e la cui sopravvivenza personale dipende esclusivamente dal mantenimento di Bashar al-Asad al potere

 

 

Fonti e approfondimenti

Devlin, John. 1991. “The Baath Party: Rise and Metamorphosis”. The American Historical Review. 96(5): 1396-1407. 

Rahaf Aldoughli, “Five decades of Baathism survived because of nationalism”, Atlantic Council, 23/12/20. 

Galvani, John. 1974. “Syria and the Baath Party”. MERIP Reports. (25): 3-16. 

Karam Shaar, Samy Akil, “Inside Syria’s Clapping Chamber: Dynamics of the 2020 Parliamentary Elections”, Middle East Institute, 28/02/21. 

Scott Morrison, “Islam, Socialism and Arabism: the origins of the Ba’ath ideology in Syria”Asfar, 13/02/19. 

Carl Yonker, Christopher Solomon, “The Banality of Authoritarian Control: Syria’s Ba’ath Party Marches On”, Carnegie Endowment for International Peace, 19/02/21. 

 

 

Editing a cura di Niki Figus 

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