La Siria e gli Assad, genealogia del regime.

Per millenni la Siria è stata il perno del Medio Oriente per ragioni relative al commercio e al transito verso la Persia e l’Egitto. Passando sotto diverse dominazioni ha visto accrescere durante l’epoca contemporanea sempre più anche la sua valenza politica, legandosi, dopo lo sfaldamento ottomano successivo alla prima guerra mondiale, alle dinamiche Anglo-Francesi che hanno coinvolto tutta la zona mediorientale. Una volta guadagnata l’indipendenza è arrivata l’instabilità. Tra guerre, unioni e dissoluzioni di progetti politici e ideologici si è arrivato nel 1970 all’insediamento di una dinastia al potere che ha governato fino ad oggi, gli Al-Assad.

Proprio la Siria, appena dopo l’indipendenza dal mandato francese si rese protagonista delle dinamiche mediorientali, assumendo un ruolo di primo piano nella costruzione delle alleanze e dei legami tra paesi arabi. Intervenendo nella guerra arabo-israeliana del ’48 e procedendo all’unione con l’Egitto di Nasser nella Repubblica Araba Unita. Entrambe le esperienze furono traumatiche, mentre da un lato la guerra contro Israele si risolse in un fallimento che comportò gravi crisi di stabilità nel paese, l’altro, la costituzione di un’unica entità fra Siria ed Egitto naufragò nel corso di 4 anni.

Intanto nel 1963 il partito Ba’th prendeva il potere con un colpo di stato. Sarà proprio tra le fila di Ba’th a formarsi il padre di Bashar al-Assad, ovvero il generale Hafiz al-Assad.

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Ancora una volta le dinamiche della politica estera portarono a stravolgimenti nella politica nazionale siriana. Il partito, guidato dalla fazione di sinistra, si spingeva nell’energica  politica estera anti-israeliana (in ossequio all’ancora sentito sentimento panarabo). Con la bruciante sconfitta nella “guerra dei sei giorni” si fece largo l’insoddisfazione verso la guida del partito. La fazione di destra, guidata da militari, arrivò al potere nel 1970 con una “rivoluzione correttiva” rispetto a quella scoppiata nel 1963 e il partito portò al potere il generale Hafiz al-Assad.

Potendo contare su investimenti massicci da parte dell’URSS e sul controllo della classe militare, Hafiz al-Assad garantì alla Siria la tanto aspirata stabilità. La stabilità del regime si consolidava tuttavia anche attraverso vie dispotiche, prima fra tutte l’eliminazione degli altri partiti e il forte culto della personalità rimodellato sul canone arabo. La politica del governo era dunque salvaguardata anche dall’Unione Sovietica, che proprio in quegli anni si guadagnava un alleato decennale, in cambio di armamenti e finanziamenti alle grandi imprese del regime di Assad.

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I gruppi religiosi minoritari siriani, ovvero Sciiti Alawiti, Drusi e i Cristiani appoggiarono il governo, intimoriti dalla stragrande maggioranza della popolazione Sunnita di una supremazia di questi sulle scelte del governo. Se da un lato il governo alawita di Assad poteva contare (non come oggi) su una assenza di conflitti religiosi, dall’altro temeva le divisioni etniche, e da subito diede inizio a una campagna di persecuzioni contro i Curdi, in quanto non appartenenti alla famiglia araba, sulla quale  la Siria, Ba’th e lo stesso Assad poggiavano le loro basi.

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Assad successivamente scelse comunque di affidare i settori più importanti della politica, dell’esercito e dell’economia a esponenti della minoranza alawita, ovvero a una ristretta élite di fedelissimi, rappresentanti di una religione che racchiude il 10% della popolazione siriana. Affianco ai suoi correligionari Assad affidò molti incarichi ai suoi familiari, soprattutto nell’esercito. La famiglia Makhlouf, ovvero la famiglia della moglie di Hafiz, Anisa Makhlouf, è divenuta una delle famiglie più importanti della Siria, garantendosi ruoli chiave nei settori bancario e delle comunicazioni.

Sotto la guida di Assad padre, la Siria ha visto un innalzamento del tenore di vita, garantito dalle grandi imprese, dal clima di stabilità e dal ruolo dirigista dello Stato, che si è speso, soprattutto in settori chiave come quello della distribuzione energetica e dell’irrigazione nel garantire il benessere a una società che soprattutto nell’entroterra aveva precedentemente accesso a pochi servizi. Ulteriore ruolo decisivo dello Stato (connesso alla politica di arabizzazione e nazionalizzazione delle masse) è stato il finanziamento all’istruzione pubblica. Parallelamente, il regime di Assad è stato artefice di violenze inaudite contro ogni tipo di dissenso e l’élite militare ha portato a una commistione letale tra organi militari e politici, tra repressione e vera e propria legge marziale.

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La violenza, sia quella ufficiale perpetrata dai reparti militari e dalla polizia segreta che quella sociale, instaurata ed inculcata nei bassi ranghi dei militanti di Ba’th, ha retto in piedi il regime fino allo scoppio della odierna guerra civile. La forza di Ba’th non è solo da imputare all’amministrazione del Paese da parte di Assad padre, la repressione del dissenso, il monopartitismo, le torture e la guerra dichiarata alle minoranze sono state parte fondamentale del regime.

Basti ricordare il massacro di Hama. Gli occhi della popolazione erano puntati verso il Libano, in cui era in corso una guerra che vedeva la Siria schierata a favore del paese, invaso da Israele. Intanto nella città di Hama la popolazione, guidata e fomentata dai Fratelli Mussulmani insorse, riuscendo in un primo momento a sconfiggere le squadre di paracadutisti del regime atterrati in città. Capendo di non poter risolvere sul campo la questione, Hafiz al-Assad affidò a suo fratello, generale Rifaʿat al-Asad il compito di risolvere la situazione. Dopo 27 giornate di bombardamenti e successive atrocità sui superstiti, un bilancio di circa 40’000 morti pose fine alla rivolta di Hama nel febbraio 1982.

 

Il passaggio dello scettro nelle mani di Bashar al-Assad avviene nel 2000, dopo la morte nel 1994 dell’erede di Hafiz, Basil. Non essendo l’erede designato, e non sembrando all’epoca della nomina particolarmente entusiasta di assumere tale ruolo. In molti pensano che la sua figura sia quella di garante del regime, creatura politica costruita dai vecchi collaboratori del padre, difensori degli interessi dell’élite militare alawita. Qualsiasi ragione abbia spinto il partito a nominarlo capo del regime, nel corso degli anni Bashar al-Assad ha dimostrato di essere molto più che un burattino. 

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Molte linee guida della politica paterna sono state mantenute, altre sono state rivisitate e addirittura stravolte dal raìs. Innanzitutto la cerchia di privilegiati all’interno della società siriana si è stretta concentrandosi intorno ai soli alawiti, rendendo di fatto insopportabile ed enorme la differenza tra questi e il resto della popolazione, povera e sunnita.

Hafez al-Assad poteva vantare una gestione economica del paese tale da garantire benessere a buona parte della popolazione, almeno quella araba, tamponando il dissenso. Il patto di Assad padre con i cittadini, che aveva garantito relativa pace, è stato infranto da Assad figlio, comportando conseguenze gravissime.

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La gestione di Bashar ha dimostrato l’intenzione di rompere con il supporto alla piccola borghesia urbana e alla popolazione contadina, concentrandosi da una parte nella politica di privilegi elargiti alle élite militari e a membri della sua famiglia, dall’altro in un selvaggio capitalismo di stato, privatizzando molti settori, e riformando l’agricoltura in senso intensivo, strappando ai contadini (sunniti per la maggior parte) i piccoli appezzamenti di terra destinati all’autoconsumo e dandoli nelle mani di grandi latifondisti. Questa politica di aggressione delle popolazioni contadine ha favorito inoltre, l’inurbamento di questi, fattore che si rivelerà cruciale nello scoppio della primavera araba siriana, poi sfociata in guerra civile.

Nel 2012 la Siria ha una nuova costituzione che elimina l’art 8 della precedente, nel quale si stabiliva che Ba’th era l’unico partito. Si chiude dopo circa mezzo secolo la fase del monopartitismo, ma non si passa a quella del multipartitismo, bensì al monopartitismo di facciata. Alle elezioni del 2012, le prime “libere” si presentano molti candidati, ma il risultato è scontato: la coalizione di Ba’th raggiunge il 90%, donando al primo partito d’opposizione un solo deputato.

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Quanto accaduto dopo il 2012 rappresenta l’intransigenza di un regime che in mezzo secolo non ha avuto problemi ad utilizzare armi chimiche contro i propri cittadini, a torturare e a far scomparire ogni dissidente. L’aggravarsi della crisi siriana, il radicalismo che si introduce nel caos affianco ai ribelli rappresenta un miscuglio mortale, che i leader del regime non riescono più a gestire, che è ormai terreno di scontro tra potenze e interessi che vanno ben oltre la Siria. Assad, burattino o despota rappresenta il perno della politica del regime, il presidente cerca qualsiasi spazio, soprattutto mediatico, per dimostrare la forza del regime che non crollerà, ma a deciderlo siamo sicuri che sia ancora lui?

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