Tante ragioni per partire, poche per restare: i migranti curdi tra Varsavia e Minsk (seconda parte)

migranti curdi_Lo Spiegone
Foto di @Woman_Life_Freedom

Di Enrico La Forgia e Woman_Life_Freedom

Con l’attenzione mediatica concentrata quasi interamente sullo scontro diplomatico tra Polonia e Bielorussia, poco è stato scritto e raccontato dell’esperienza dei migranti, presentati come “armi” o numeri piuttosto che esseri umani.

Tramite una collaborazione con la redazione di “Woman_Life_Freedom” – blog indipendente attivo da diversi anni in Siria e Iraq e focalizzato su questioni sociali – siamo riusciti a intervistare alcuni cittadini siriani di Qamishli, città sul confine siro-turco, intenzionati a migrare verso l’Europa. 

Nonostante tutto, molti siriani darebbero qualsiasi cosa per essere al posto dei migranti in Bielorussia: interviste a Qamishli

«Per abbandonare la Siria e raggiungere la Bielorussia, servono almeno 14 mila dollari [più di 12 mila euro, ndr.]. In famiglia stiamo raccogliendo i soldi per pagare il viaggio a mio fratello», ha confidato Solin, ventisettenne curda laureata in ingegneria e impiegata in una ONG locale. Solin ha già un’esperienza di migrazione alle spalle che l’ha portata, insieme alla famiglia, a trasferirsi nel Kurdistan iracheno allo scoppio del conflitto civile che dal 2011 attanaglia la Siria e la sua popolazione, salvo poi ritornare a Qamishli anni dopo. 

«È inutile andare in Sud Kurdistan [come i curdi si riferiscono al Kurdistan iracheno, ndr.] al momento: lì la situazione è appena migliore di quella che viviamo qui… quelli che vanno, non vanno solo per la crisi economica. Temono la guerra e l’inizio di un’altra offensiva turca, così come il mancato riconoscimento delle amministrazioni autonome del Nord-Est della Siria [il Rojava, ndr.], che rallenta la stabilizzazione della situazione».

La storia di Solin mostra uno spaccato sociale particolarmente comune in Siria e Iraq, ma anche quelle che sono le difficoltà per una donna intenzionata a lasciare il proprio Paese. Intenzioni che non sempre vengono accolte positivamente in un contesto socio-culturale conservatore. 

«I miei genitori dicono che è una vergogna per la famiglia che una donna vada a vivere così lontano da casa. Però ormai anche loro dicono che potrei essere costretta ad andarmene a breve: vorrebbero mandare comunque mio fratello per primo, ma io proverò ad andarmene con lui», ha detto all’intervistatrice di “Woman_Life_Freddom”, confessando poi che la situazione delle donne migranti curdo-siriane è particolarmente complicata. Spesso, infatti, non hanno nemmeno un passaporto valido e, anche se riuscissero a rimediarne uno, i parenti spesso si oppongono all’idea di veder partire figlie e sorelle. L’unica eccezione (o condizione) è la promessa di un matrimonio con un uomo musulmano residente in Europa.

Anche i ragazzi e i giovani uomini incontrano ostacoli al sogno di migrare a causa dei documenti. Lo spiega lo stesso fratello di Solin: «Sono in molti, qui in Siria, a non avere documenti validi. E anche se ce li avessero non è detto che riuscirebbero a partire: i maschi in Siria hanno il servizio militare obbligatorio, a meno che non siano gli unici figli maschi della famiglia (come nel suo caso, anche se, per forza di cose, i residenti delle regioni de facto indipendenti della Siria nord-orientale ne sono esenti). Se il viaggio verso l’Europa (la Bielorussia) costa quasi 14 mila dollari, le mazzette per corrompere i militari e i funzionari governativi sono almeno altri 5-6 mila dollari». Si tratta di pezzi esorbitanti per il Paese, come ci ha poi spiegato la nostra collega sul posto: «Arrivare a mettere insieme una cifra vicina ai 20 mila dollari è quasi impossibile, soprattutto visti gli stipendi medi», ci ha raccontato, «per esempio, un insegnante siriano guadagna in media 40 mila lire siriane al mese (15 euro), che è lo stipendio medio nel settore pubblico gestito dal regime di Damasco… ai lavoratori delle amministrazioni autonome dei curdi va meglio, ma solo per gli standard siriani, visto che difficilmente superano i 90 euro». Uomini e donne intenzionati a migrare solitamente chiedono aiuto ad amici e parenti e vendono tutto ciò che hanno pur di «acquistare un biglietto per la Bielorussia». È quello che stanno facendo, ad esempio, gli amici di Solin: «Vendono tutto e provano a raggiungere la Bielorussia perché è un’occasione troppo grande per lasciarsela sfuggire», sostiene Solin, sottolineando che «non hanno più niente, hanno venduto tutto, e forse al momento si trovano bloccati sul confine con la Polonia».

Le modalità per partire, nel caso della tratta che conduce all’Europa attraverso la Bielorussia, sono tante, così come le persone a cui rivolgersi, anche se non sempre va tutto secondo i piani. Avo, un ragazzo siro-armeno di 21 anni, ha raccontato durante l’intervista le difficoltà che ha incontrato nella speranza di validare il suo passaporto. Infatti, se i consolati bielorussi in Iraq forniscono visti, in Siria la situazione è ben diversa: l’unico aeroporto internazionale (Damasco) è controllato dalle forze governative e i residenti nelle zone sotto il controllo dell’opposizione incontrano svariati ostacoli. Le alternative disponibili sono i viaggi clandestini che portano dalla Siria al Libano o all’Iraq, dove le persone non fanno domande se si è in possesso di soldi. «Ho dato il mio passaporto e 2000 dollari a una persona fidata», ha detto Avo, «l’idea era quello di mandarlo (la persona fidata) a Damasco, fargli mettere un visto bielorusso al consolato e riportarmelo. Poi avrei pagato altri 2000 dollari». È un procedimento che Avo conosce bene, visto che «due mesi fa alcuni miei parenti hanno fatto la stessa cosa, solo che hanno ottenuto il visto e sono riusciti a partire per la Bielorussia. Da lì hanno raggiunto la Svezia e fatto domanda d’asilo. Alcuni miei parenti vivono in Svezia da diversi anni, li avranno accolti loro». Tuttavia, Avo non ha avuto la stessa fortuna: «Non ha funzionato, mi hanno detto… la persona di fiducia ha promesso di ridarmi i soldi piano piano, gli credo perché non posso arrendermi», spiega Avo, sottolineando il fatto che ci sono altri “modi” per raggiungere l’Europa: «Alcuni miei amici proveranno a ottenere un visto bielorusso in Libano, dove è più facile e dove possiamo pagare dopo averlo ottenuto. Ora che la situazione in Bielorussia è diventata più chiara agli occhi del mondo, in molti proveranno a rimediare il visto direttamente in Libano o in Iraq». Se anche la strada che porta al Libano dovesse fallire, Avo avrebbe ancora una carta da giocarsi: «La mia famiglia vive nella speranza che almeno io riesca a raggiungere la Bielorussia e da lì la Svezia… se non dovessi riuscirci, mia zia ha già trovato una cittadina svedese che si è offerta di sposarmi per 18 mila euro».

Schiacciati tra la fortezza Europa e gli Stati autoritari di transito: i migranti come arma politica del XXI secolo

«Abbiamo aperto il dibattito sul finanziamento da parte dell’UE di infrastrutture fisiche alle frontiere. Questa questione deve essere risolta rapidamente. I confini polacchi e baltici sono i confini dell’UE. Uno per tutti e tutti per uno». Queste le parole di Charles Michel, presidente del Consiglio dell’Unione europea, durante il suo discorso del 9 novembre, tenutosi, ironicamente, nell’anniversario del crollo del muro di Berlino. Poche settimane prima, Manfred Weber, presidente del Partito popolare europeo, gruppo euro-parlamentare di centrodestra, aveva dichiarato di non capire il perché l’UE non potesse «finanziare la costruzione di un muro lungo il confine con la Bielorussia», riferendosi alle risposte negative della presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, alla richiesta di fondi europei per “proteggere” i confini dell’Unione. Nel frattempo, però, mentre nega i fondi per i muri, Bruxelles evita di prendere posizioni dure nei confronti di Varsavia e delle repubbliche baltiche, che da tempo esercitano respingimenti illegali alle proprie frontiere, in aperta violazione della legge internazionale e del diritto europeo, esattamente come fa la Grecia nel contesto del Mediterraneo orientale. Strategie intraprese con la benedizione di parte degli Stati membri dell’Unione: «I polacchi hanno risposto alla crisi correttamente», ha detto il ministro dell’Interno della Germania, Horst Seehofer, commentando l’operato di Varsavia, al momento l’ultimo “ostacolo” tra Berlino e ondate di migranti. «Non possiamo criticare la Polonia per mettere in sicurezza i confini esterni dell’UE. Bruxelles deve aiutare il governo polacco mentre rende un servigio all’Europa intera», ha poi proseguito il ministro tedesco. 

La questione della “fortezza Europa” non è solo un elemento da campagna elettorale, è anche la prova del fallimento del tentativo di creare politiche comunitarie condivise in una materia in cui la retorica del “noi o loro” fa ancora da padrona. A sua volta, questo fallimento, rappresenta anche il tallone d’Achille di Bruxelles. Se i suoi cosiddetti nemici strumentalizzano i migranti per condurre attacchi ibridi all’Unione e ottenere un maggiore potere negoziale, è perché Bruxelles, in fin dei conti, considera i migranti come armi. Solo negli ultimi dieci anni, lo spauracchio dello straniero ha portato gli Stati membri della comunità ad accesi dibattiti o a trovare presunte soluzioni in solitaria. Come nel caso dell’ex ministro dell’Interno italiano Minniti, che nel 2016 si è accordato con le milizie libiche (tutto meno che controparti affidabili) nella speranza che “gestissero” (poco importa se tramite la detenzione coatta o la violenza fisica e psicologica) i flussi diretti verso l’Italia. Ma soprattutto, la spaccatura in seno all’UE, ha consegnato nelle mani dei Paesi di transito – spesso regimi ibridi con rapporti turbolenti con l’UE, come nel caso della Bielorussia – un’arma facile da gestire e da utilizzare.

È il caso del re del Marocco, Mohammed VI, che apre e chiude a suo piacimento la frontiera con gli enclavi spagnoli di Ceuta e Mellila al minimo dissapore con Madrid; o del presidente della Turchia, Recep Tayyip Erdoğan, capace di incassare tre miliardi di euro dall’UE per accogliere milioni di rifugiati siriani, gli stessi poi usati come arma puntata contro Atene, il vicino-nemico di sempre, e Bruxelles. Proprio nella strategia di Erdoğan, lo scontro con l’UE è anche di natura ideologica: da anni ormai, il presidente turco ripete (a ragione) che è l’UE stessa a negare i propri “ipocriti” e “orientalisti” valori, attuando politiche illegali nei confronti dei migranti, tra cui i già citati respingimenti, per poi rimproverare Ankara nelle sue strategie di controllo dei flussi. 

Secondo diversi analisti, alla base della potente strumentalizzazione esercitata dai Paesi di transito, tra quelli che più soffrono la pressione sui propri confini e all’interno delle proprie società, ci sarebbe appunto un mancato approccio comunitario e regionale alla questione. Gli Stati membri dell’UE stipulano trattati bilaterali con i Paesi di transito, vista la mancanza di una linea guida efficiente in materia da parte di Bruxelles; mentre l’UE non è riuscita a stringere accordi integrati con gli Stati ai propri confini. L’impressione è quella di un continuo sub-appalto della questione migratoria ai Paesi che vengono attraversati dai flussi prima dei Paesi dell’Unione. Una politica deficitaria che rimanda il problema per Bruxelles e fornisce un’arma non da poco ai Paesi a ridosso dell’Unione, vista anche la criminalizzazione e clandestinizzazione dell’atto di migrare e della persona migrante, linfa vitale per il ricatto e la criminalità organizzata.

 

Fonti e approfondimenti

Priyanka S., “Poland-Belarus migrant crisis: Where does the Ue stands?”, Al Jazeera, 17 novembre 2021.

Bejan R. & Nabi S., “The EU is the real villain in the Poland-Belarus migrant crisis”, The Conversation, 1 dicembre 2021.

Indelicato M., “Il 2021 è l’anno dei muri”, Inside Over, 21 novembre 2021.

Mauro A., Ora l’Europa dice sì ai muri anti-migranti. L’importante è non pagarli, Huffington Post, 8 ottobre 2010.

 

 

Editing a cura di Carolina Venco

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