Rojava: il confederalismo democratico tra sogno e realtà

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di Francesco Nasi

Nel precedente articolo abbiamo analizzato la teoria politica che sta alla base dell’organizzazione del Rojava, la regione a nord della Siria a maggioranza curda recentemente oggetto dell’offensiva turca nell’operazione Peace Spring. Questa teoria è stata elaborata dal leader del PKK (Partito dei lavoratori curdo) Abdullah Ocalan e prende il nome di confederalismo democratico.

Una domanda sorge però spontanea: quanto questo modello teorico ha trovato riscontro nella prassi quotidiana? Al fine di comprendere le discrepanze tra realtà e teoria, il Rojava verrà analizzato in base ai tre principi cardine del suo sistema politico: democrazia diretta, femminismo ed ecologia.

Tra democrazia diretta e struttura para-statale

La democrazia diretta prevista dal modello confederalista di Ocalan può essere esercitata solo attraverso il superamento dell’istituzione statale. Nel pensiero di Ocalan, lo Stato deve essere sostituito da una confederazione di assemblee locali aperte a tutti i cittadini, sul modello delle comuni. Queste sono unite per quanto riguarda le scelte di interesse collettivo in assemblee federali, i cui membri vengono eletti dalle singole comuni. Sono però le assemblee popolari quelle a cui rimane, almeno nella teoria, il primato decisionale.

Per capire però quanto contano le assemblee popolari nel Rojava bisogna fare un passo indietro.
Il partito PYD – gemello siriano del PKK – è stato negli ultimi anni il principale attore politico e rappresentante del popolo curdo nella Siria del nord. Sin dal 2007, il PYD ha iniziato a creare delle commissioni di pace sul modello delle assemblee popolari, agendo però nella clandestinità. Nel 2011, allo scoppio della guerra civile siriana e nel vuoto di potere lasciato dal conflitto, il PYD riuscì a ottenere maggiore libertà e, assieme ad altre forze politiche, a costruire una propria regione autonoma. Essa ha trovato formalizzazione organizzativa e amministrativa nella Carta del Contratto Sociale del Rojava, firmata nel 2014, la quale ha dato vita al NES (Autonomous Administration of North and East Syria).

Secondo la Carta, i principali organi politici amministrativi della regione sono: l’Assemblea legislativa (una sorta di parlamento regionale eletto a suffragio universale), il Consiglio esecutivo (un para-governo dotato del potere esecutivo), l’Alta commissione per le elezioni, la Suprema Corte Costituzionale (il massimo organo giudiziario) e, infine, i consigli provinciali e municipali.
Data questa divisione amministrativa, il Rojava sembrerebbe molto simile a uno Stato. In realtà, almeno sulla carta, le istituzioni centrali hanno poche e limitate competenze. Tra queste, elencate nell’articolo 53, rientrano il bilancio, le politiche generali e i programmi di sviluppo, la ratifica di accordi e trattati internazionali, dichiarare lo stato di guerra e di pace, emanare leggi e regolamenti sulla base delle proposte dei consigli locali e adottare i decreti del Consiglio Esecutivo. Il resto è in mano alle assemblee municipali, l’unità fondamentale del sistema politico del Rojava, e ai loro delegati nelle più grandi assemblee provinciali.

Sono proprio le assemblee municipali le assemblee popolari a cui facevamo riferimento all’inizio del paragrafo. Esse sono organizzate dal TEV-DEM (Movement for a Democratic Society), un’organizzazione politica ombrello dentro la quale lavora soprattutto il PYD, ma anche altri partiti come il Syrian Kurds’ Democratic Peace Party (PADKS) e il Kurdistan Liberal Union Party (PYLK). Il TEV-DEM ha il compito di garantire e facilitare i processi di democrazia diretta all’interno dei consigli. Oltre alle semplici questioni amministrative, le assemblee popolari hanno in carico la sicurezza e la giustizia. La prima è garantita dall’Asayish, corpi di polizia locali con comandanti eletti democraticamente una volta al mese. La giustizia, invece, è gestita dalle corti popolari (dadgea hel). Composte da 7 membri eletti democraticamente tra liste di individui con competenze giudiziarie, queste hanno il compito di amministrare la giustizia locale cercando di evitare misure punitive, promuovendo invece, il più possibile, la riabilitazione, il perdono e il ritorno in società di chi ha commesso il crimine. Per i reati più gravi esistono corti provinciali e regionali, fino ad arrivare alla Corte Suprema.

Non è ancora molto chiaro però dove finiscano le competenze delle assemblee popolari e inizino quelle degli organi rappresentativi.
Uno dei nodi più problematici è quello della politica estera. Soprattutto durante il conflitto con l’Isis (e ora con l’offensiva turca) le necessità organizzative della guerra hanno comportato una certa centralizzazione del potere, soprattutto dal punto di vista militare. In una situazione delicata come quella degli ultimi anni, la necessità di presentarsi con una volontà chiara e univoca agli altri attori internazionali (in primis, gli Stati Uniti) ha spesso prevalso sull’ascolto delle istanze delle singole comuni.

La questione femminile nel Rojava

Nel pensiero di Ocalan, la parità fra uomo e donna è l’elemento cruciale per superare quello che il leader del PKK vede come il “peccato originale” della società: il patriarcato. In Rojava sono state prese importanti misure per fare del femminismo non una bandiera da sventolare ideologicamente, ma una realtà concreta.

Le donne rappresentano tra il 30 e il 40 % dei membri delle forze armate, una percentuale estremamente alta se paragonata al resto del mondo. Particolare enfasi è stata posta dai media sul ruolo del YPJ, l’Unità di protezione delle donne, la milizia esclusivamente femminile che è stata in prima linea nella lotta allo Stato Islamico e nella difesa del Rojava. La legge stabilisce inoltre che ogni istituzione debba avere un co-presidente di ogni sesso. Fanno eccezione le organizzazioni esclusivamente femminili come la Casa delle donne, associazione che si occupa in particolare di supporto nel caso di violenze di genere. Infine, leggi per garantire la parità tra uomo e donna sono state implementate sull’intero territorio, tra cui il matrimonio civile, il diritto al divorzio e pari diritti di eredità.

Tuttavia, è innegabile che la parità tra i sessi sia culturalmente un problema per una popolazione educata a una visione incentrata sulla superiorità dell’uomo e l’emarginazione sociale della donna. Questo è vero in particolare per la parte più conservatrice della popolazione musulmana, che vede nel femminismo di Ocalan un attacco alle proprie tradizioni e alla propria religione.
Ciò nonostante, la parità tra i due sessi rimane probabilmente uno dei temi sui quali l’Amministrazione Autonoma del Nord-Est della Siria è meglio riuscita a intervenire. Non si può dire lo stesso invece, della questione ambientale.

Ecologia sociale, un progetto ancora irrealizzato

L’obbiettivo della costruzione di una società pienamente ecologica e rispettosa dell’ambiente è forse quello che più di tutti è stato mancato. Per capire perché, bisogna analizzare la situazione economica del Rojava. La guerra ha portato carenza di beni di prima necessità e un aumento dei loro prezzi. L’immigrazione che ne è risultata ha spopolato la Siria, privandola di manodopera qualificata e ingegneri esperti. A peggiorare la situazione, la Turchia ha imposto un embargo sulla regione dal 2012, anche su beni di prima necessità come le medicine. Le produzioni economiche sono ancora molto tradizionali – si tratta soprattutto di grano e greggio – e non vi è quasi traccia di sviluppo sostenibile o di imprese che producano energie rinnovabili. Gli unici passi avanti dal punto di vista ambientale sono stati fatti sul tema dell’educazione e con la creazione di alcuni parchi naturali.

In una situazione come quella della guerra civile siriana, tra il conflitto con l’Isis e la minaccia turca, è stato quasi impossibile per il Rojava passare da un tipo di economia all’altro. La necessità di sopravvivere, infatti, è stata per forza di cose anteposta alla cultura ecologica.

Conclusione

Sotto tutti e tre gli aspetti presi in analisi, il sistema politico del Rojava non rispecchia pienamente il confederalismo democratico di Abdullah Ocalan. Se sulla questione femminista sono stati fatti grandi passi avanti, la costruzione di una società pienamente ecologica e sostenibile resta ancora un miraggio ed è difficile capire se le assemblee popolari siano davvero più importanti dell’amministrazione centrale. È altrettanto difficile capire quanto ciò sia stato causato dalle difficoltà provocate dal perdurante conflitto con l’Isis o dalle debolezze strutturali del confederalismo democratico. Nonostante tutto, resta vero quello che scrive Dilar Dirik, ricercatore a Oxford:
«Non ci si può aspettare che una mentalità millenaria e un’oppressione ormai interiorizzata spariscano solo grazie all’istituzione di qualche consiglio e assemblea o alla formulazione di qualche principio teorico; a meno che non si stia parlando di macchina e non di società.»

 Fonti e approfondimenti 

Ocalan, A. Oltre il potere, lo stato e la violenza (scritti dal carcere). (Milano: Edizioni punto rosso, 2016)

Dirik, D. Levi Strauss, M. Taussig, P.M.W. (eds.) Rojava. Una democrazia senza stato. (Milano: Elèuthera, 2017)

Sari, G. “Kurdish Self-governance in Syria: Survival and Ambition, Chatman House, settembre 2016

Knapp, A. Flack, E. Ayboga, Revolution in Rojava. Democratic autonomy and women’s liberation in the Middle East (Londra: Pluto Press, 2016)

Nordland, R. “Women Are Free, and Armed, in Kurdish-Controlled Northern Syria”, The New York Times, 24/02/2018letto il 15/06/2019

Lazarus, S. “Women. Life. Freedom. Female fighters of Kurdistan“, CNN, 27/01/2019letto il 15/06/2019

 

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