Il Fronte invisibile: come la comunità LGBTQ+ non ha trovato posto nella rivoluzione siriana

comunità minoritarie in Siria_Lo Spiegone
@Woman_Life_Freedom

Di Redazione MENA e Woman_Life_Freedom

 

Il Nord-Est della Siria, o “Rojava” (“Occidente” in curdo), è una regione conosciuta ai più in tutto il mondo per lo sforzo esercitato dalle locali milizie arabo-curde contro lo Stato islamico e per l’esperienza politica del Confederalismo democratico di Abdullah Ocalan, con tutto ciò che comporta dall’ecologismo alla parità di genere in ambito militare, politico e sociale.

In un contesto simile, le aspettative dell’opinione pubblica internazionale tendono a vedere nell’esperienza rivoluzionaria del Rojava un’oasi paritaria in una regione spesso associata al conservatorismo. Tuttavia, come in molte esperienze rivoluzionarie, la narrativa esotica, romanticizzata e semplicista con la quale i media raccontano gli avvenimenti tralascia la realtà vissuta da comunità minoritarie. È il caso, ad esempio, della comunità LGBTQ+ locale e internazionale che, nel corso degli anni, ha provato a ritagliarsi il proprio spazio all’interno del movimento rivoluzionario e delle sue forze armate.

“Questi froci ammazzano fascisti”: breve storia del Tqila

Nel 2017, a sei anni dallo scoppio della Rivoluzione siriana seguita alla cosiddetta Primavera araba del 2011, la comunità LGBTQ+ locale e internazionale ottenne visibilità, seppur brevemente. 

Durante l’operazione avviata dalle Forze democratiche siriane (Fds) e soprattutto da parte delle Unità di difesa delle donne (Ypj) per liberare la città di Raqqa (Nord della Siria) dall’occupazione jihadista, il Tqila apparì pubblicamente e nei media per la prima volta: un gruppo di miliziani recanti le patch delle Fds sventolarono una bandiera arcobaleno e srotolarono uno striscione con quello che divenne, all’incirca, il motto con cui l’unità fu conosciuta in tutto il mondo, Questi froci ammazzano fascisti”.

La letteratura inerente all’esperienza di questa unità ufficiosa è limitata a una brevissima stagione mediatica del giornalismo, concentrata più sul presentare la positività simbolica di tale esperienza che sul dargli profondità investigando sul prima o sul dopo. Il manifesto, che fu pubblicato in seguito al lancio mediatico della foto, individua nelle persecuzioni dell’IS nei confronti della comunità LGBTQ+ locale la ragion d’essere del gruppo armato.

Nel proprio annuncio, il Tqila si presentò come gruppo armato membro delle più vaste Forze di guerriglia internazionali rivoluzionarie, unità anarchica che ha raccolto per anni volontari provenienti  da ogni regione del mondo sulla base della precedente esperienza delle Brigate internazionali (che presero parte al fianco dei repubblicani spagnoli nella Guerra civile spagnola del XX secolo), facente a sua volta parte dell’International freedom batallion (IFB – Battaglione internazionale della libertà). 

In seguito all’attenzione mediatica riscossa dall’evento, diversi media occidentali integrarono il Tqila nella coalizione delle Fds;  in realtà le Brigate internazionaliste,  pur collaborando con le Fds, mantengono un certo grado di indipendenza in comando e operatività. In questo modo, a pochi mesi dalla sua pubblica fondazione, il Tqila subì un duro colpo a livello di riconoscimento: Mustafa Bali, direttore dell’ufficio comunicazioni delle Fds, durante una conferenza stampa organizzata ad hoc, negò che il Tqila facesse parte della coalizione,  pur non negando l’esistenza della brigata all’interno del più vasto sistema di alleanze tra milizie e gruppi armati di opposizione al regime siriano di Bashar al Assad, alle forze filo-turche e all’IS. 

La dichiarazione proveniente dal vertice delle Fds palesò un problema non indifferente alle dinamiche locali che influivano e ancora oggi influiscono sugli standard di vita e sulle libertà delle minoranze. Nonostante le unità combattenti delle diverse fazioni del Rojava siano progressiste in termini ideologici, il pragmatismo rivoluzionario ha spinto verso un mancato riconoscimento dell’affiliazione e della cooperazione tra le due entità  e, conseguentemente, verso una carenza nella copertura mediatica e nel sostegno materiale offerto. Parte delle motivazioni vanno rintracciate nel lavoro di instaurazione delle Amministrazioni autonome del Nord-Est della Siria di quegli anni, quando l’IS andava verso la propria sconfitta e le nuove autorità politiche e militari necessitavano di inserirsi nel contesto locale per ottenere quanto più consenso possibile.

Per l’impossibilità di documentarsi efficacemente sui processi interni agli organi decisionali delle entità confederaliste e delle relative forze armate, in collaborazione con le giornaliste di “Woman_Life_Freedom”, che si occupano di tematiche sociali tra Siria, Iraq e Turchia lavorando sul campo, abbiamo deciso di concentrarci sull’esperienza dei militanti del Tqila, raccogliendo le testimonianze.

Guerra, alcol e sessualità: i motivi dell’ostracismo subito dal Tqila

«Un mio amico ha creato il gruppo inizialmente come unità di propaganda. Il nome non è stata una mia idea e non credo che ci abbiamo pensato abbastanza visto cosa è venuto fuori», ricorda sorridendo l’internazionalista canadese Amed, apparso nella famosa fotografia a Raqqa insieme agli altri miliziani, per la maggior parte occidentali. «Non solo il nome del gruppo ricorda la bevanda alcolica Tequila, che può sembrare poco consono visto che ci troviamo in una società prevalentemente a maggioranza musulmana», spiega Amed, «anche il chiaro riferimento alla sessualità degli individui ha turbato il comando militare delle Fds». Il tema del sesso è generalmente un tabù nella regione a causa della religione, della società conservatrice e delle tradizioni, aggiunge a posteriori l’intervistatrice di Woman_Life_Freedom. «Ma la sessualità e il sesso rimangono tabù anche all’interno della rivoluzione: una persona che qui si dedica alla rivoluzione è privata del diritto a qualsiasi rapporto diverso da quello di cameratismo. La sessualità, qualunque essa sia, non viene discussa in linea di principio, soprattutto nelle strutture armate», ha rivelato Amed, spiegando per quale motivo il vertice di comando della coalizione curdo-araba potrebbe aver preso le distanze dal gruppo armato.

«Spero comunque che il Tqila abbia ispirato le persone LGBTQ+ nella regione. Ho avuto almeno un commilitone autoctono omosessuale nel Battaglione internazionaele della libertà, ma sono sicuro di averne incontrati altri», prosegue Amed, sottolineando che «molte persone non rivelano la propria identità… Quindi immagino di averne incontrate più di una, ma senza accorgermene»

Anche l’unico autoctono omosessuale di conoscenza di Amed, ha poi spiegato la giornalista sul posto, appare nella famosa foto scattata a Raqqa: si tratta del comandante Mahir, l’unico dell’intero gruppo con la faccia scoperta nel momento immortalato. Già a quel tempo, nel 2017, il comandante Mahir aveva combattuto su quasi tutti i fronti del Nord-Est della Siria ed era diventato un alto ufficiale dell’IFB.

«Dopo l’azione a Raqqa, i comandanti delle Fds sono arrivati ​​alla nostra base. Uno di loro ci ha mostrato al telefono la nostra foto con tanto di bandiera arcobaleno, poi ha guardato me. Poi ha guardato di nuovo la foto e ha detto: Compagno, ma questo sei tu!», racconta Mahir. «Non ci hanno detto nient’altro. Mi hanno semplicemente chiesto di non impegnarmi più in tale propaganda. Anche se il gruppo Tqila fu richiamato dal fronte come punizione, dopo un paio di mesi è rientrato vista la necessità continua di nuovi combattenti»

Pochi mesi dopo, a detta dell’ex comandante Mahir, i membri del Tqila partirono per i loro Paesi di origine, portandosi con sé «la  storia del gruppo armato: avendo fatto propaganda  solo in inglese, ed essendo l’unico nativo dell’unità, i locali si sono presto scordati del nostro contributo a Raqqa»

La testimonianza di Layla, ex combattente delle Unità di difesa delle donne (YPJ) 

Sfruttando le proprie conoscenze all’interno delle unità armate delle Fds, le giornaliste di Woman_Life_Freedom sono riuscite a rintracciare Layla (nome fittizio), una ex combattente queer delle Ypj, che ha spiegato in che modo la struttura ideologica delle Fds va a penalizzare le donne omosessuali: «Le Fds sono l’ala armata del governo rivoluzionario e quindi determinano la politica ideologica e sociale all’interno delle unità militari: durante i corsi ideologici (percorso di formazione obbligatorio, ndr) si dice spesso che la società in Siria è molto più conservatrice e, per mantenere il sostegno pubblico, i cambiamenti devono essere apportati molto gradualmente e ciò stende un velo sulle recriminazioni della comunità LGBTQ+»

«Sono stata nelle YPJ per diversi anni e so che le donne non possono instaurare relazioni sessuali e sentimentali: se si sposano o si fidanzano, devono lasciare le unità», sostiene Layla, descrivendo «l’assurdità della mia situazione: diventata una combattente per sfuggire alle pressioni della mia famiglia mi sono ritrovata a subire le pressioni dei commilitoni… Non posso essere me stessa neanche nella rivoluzione a quanto pare».

Quasi nessuno sa dell’orientamento sessuale di Layla, ma l’intervistata ha garantito che quello legato all’orientamento sessuale delle guerrigliere è un problema comune. «Ho avuto relazioni sentimentali durante il servizio e anche prima, ma tutte le mie partner prima o poi si sono sposate. Mi spaventa terribilmente, perché ho visto lesbiche crollare e sposarsi sotto la pressione della famiglia e della società», dice Layla.

Dopo aver prestato servizio nelle YPJ, Layla ha subito ulteriori pressioni da parte della sua famiglia. Ha cercato di contattare l’ufficio delle Nazioni Unite in Siria, senza ricevere aiuto. Ha poi cercato di partire per il Kurdistan meridionale (Nord dell’Iraq) dove ottenere lo status di rifugiata, ma la sua richiesta non è stata approvata. «Gli stessi dipendenti delle organizzazioni a cui mi sono rivolta mi hanno spiegato che prima vengono i bambini e le loro madri, le persone LGBTQ+ finiscono alla fine della lista per ricevere lo status di rifugiato, perché l’orientamento sessuale non è qualcosa di comprovabile secondo loro e temono che le persone se ne approfittino».

«Non ho potuto ottenere alcun vero aiuto. Mi hanno detto: “Cogli l’occasione, vai di nuovo in Iraq, prova ad andare in Libano e aspetta lì la conferma dello status di rifugiata”. Nessuno capisce quali regole e tradizioni ci sono qui in Siria: una donna non può semplicemente comprare un biglietto aereo e partire. In teoria, questo è ovviamente possibile, ma in pratica le relazioni tribali qui sono molto forti. Come donna, non posso partire senza il permesso della mia famiglia, nemmeno in un’altra città. Devo persino tornare a casa entro e non oltre le sei di sera. Nonostante i cambiamenti che sta proclamando l’amministrazione autonoma, una donna è ancora proprietà degli uomini”, afferma Leyla.

 

 

Fonti e approfondimenti

Orton K., “The Forgotten Foreign Fighters: the PKK in Syria”, Center for the Response to Radicalization and Terrorism, 2017.

Kucuk B., Ozselcuk C., “The Rojava Experience: Possibilities and Challenges of Building a Democratic Life”, South Atlantic Quarterly, 2016.

Shahvisi A., “Beyond Orientalism: Exploring the Distinctive Feminism of Democratic Confederalism in Rojava”, Geopolitics, Vol. 26, 2021.

 

 

Editing a cura di Niki Figus

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