Elezioni in Namibia: la storia prima dell’indipendenza

Tra qualche settimana in Namibia si terranno le elezioni presidenziali. Mentre il presidente uscente Hage Gottfried Geingob  ha deciso di candidarsi per tentare di ottenere un secondo mandato – l’ultimo, in base alle regole previste dalla Costituzione –  altri nove sfidanti cercheranno di sfilargli il posto. 

Per comprendere l’attuale situazione politica è però necessario fare un salto indietro nel tempo cercando di riassumere le vicende che hanno permesso al Paese di ottenere l’indipendenza nel 1990.

La Namibia prima degli europei  

Lo studio della storia pre-coloniale della Namibia, così come di molti altri Stati africani, presenta non poche difficoltà: la maggior parte dei fatti sono stati tramandati oralmente e filtrati dalle tradizioni dei numerosi popoli che hanno abitato i territori dell’attuale Namibia prima che gli europei riuscissero a stabilirvisi. 

Nella parte nord del Paese, nelle regioni di Kaoko, Owambo, Kavango e Caprivi, si formarono stati centralizzati comandati da re o regine. Prima della colonizzazione formale, missionari e mercanti erano già presenti nei territori dell’odierna Namibia: per esempio a nord, in Owambo, numerosi missionari protestanti provenienti dal nord Europa iniziarono la loro opera di evangelizzazione già alla fine del ‘700.

La zona centrale, il Damaraland, e quella meridionale, il Great Namaqualand, erano invece abitate da popoli seminomadi suddivisi in piccoli gruppi che solo nel XIX secolo iniziarono ad avere dei veri e propri leader. Per mantenere buoni rapporti, i vari gruppi tessevano reti di scambi e alleanze, spesso basate su matrimoni intraclanici. Anche in queste aree non mancavano i missionari: in Great Namaqualand, per esempio, forte era l’influenza della London Missionary Society. L’infusso europeo è ancora oggi fortemente evidente in ambito religioso:  si stima infatti che una percentuale che oscilla tra l’80% e il 90% della popolazione sia cristiana.

Nel frattempo, a partire dal 1652, la zona dell’attuale Sudafrica, era in mano agli olandesi. La regione prese il nome di Cape Colony (da Capo di Buona Speranza) e passò agli inglesi de facto nel 1795 e de iure, con il Trattato Anglo-olandese – nel 1814. Gli africani che vi abitavano, chiamati Oorlam, avevano caratteristiche molto diverse da quelle degli autoctoni che vivevano poco più a nord: parlavano olandese, erano cristiani e possedevano armi da fuoco.

L’equilibrio tra i vari gruppi di autoctoni venne sconvolto dal progressivo stanziarsi degli europei. Nonostante l’arrivo di Bartolomeo Diaz e Vasco da Gama a Capo di Buona Speranza alla fine del 1400, nessun reale contatto con l’Europa venne creato fino ad almeno due secoli dopo. Con i missionari arrivarono anche i commercianti, i quali successivamente diffusero le armi da fuoco e crearono le prime rudimentali vie di scambio. Se si aggiunge poi che dall’inizio del XIX secolo gli Oorlam iniziarono a trasferirsi a nord, risulta chiaro che questa serie di cambiamenti non poteva non lasciare traccia: si andarono a costituire infatti grandi regni governati da Oorlam ed Herero e iniziano gli scontri con i popoli vicini. 

La colonizzazione tedesca  

Alla fine del 1800 gli inglesi, già in possesso di quello che sarebbe poi diventato il Sudafrica, si chiesero se fosse conveniente espandersi verso nord, ma decisero che non avrebbe portato sufficienti guadagni economici e lasciarono il posto ai tedeschi. Questi ottennero il dominio formale nel 1884, con il Congresso di Berlino, ma solo una decina di anni dopo furono effettivamente in grado di controllare le zone di loro interesse. 

Le regioni del nord rimasero fuori dalla “zona di polizia” tedesca e per questo acquisirono caratteristiche diverse da quelle del sud, dove la colonizzazione  lasciò segni più marcati. Ci furono numerosi episodi di resistenza alla dominazione tedesca, che per alcuni anni si estesero al punto da diventare vere e proprie guerre che portarono a genocidi, costringendo i coloni a scendere a patti con gli africani.

I tedeschi utilizzavano il sistema dell’indirect rule: facevano in modo di ottenere la fiducia dei capi locali che poi amministravano i territori per loro. Nel frattempo costruivano infrastrutture e si insediavano sempre più numerosi. Agli africani venne tolta la terra per ridistribuirla ai bianchi e spesso anche l’acqua, che veniva utilizzata dai tedeschi per le loro opere di costruzione. 

Il periodo sudafricano 

A partire dal 1915 la storia della Namibia si intreccia con quella del Sudafrica. Nel bel mezzo della prima guerra mondiale – durante la quale il Sudafrica combatté per la madrepatria inglese – i tedeschi non riuscirono a tenere testa alle truppe sudafricane e si arresero il 9 luglio 1915. 

Per i namibiani questa non è da considerarsi una vittoria: il sistema di indirect rule tedesco venne sostituito dalla legge marziale applicata fino al 1921, quando il Sudafrica iniziò ad amministrare la Namibia in nome di un mandato di classe C della Società delle Nazioni, che non prevedeva per i territori amministrati un percorso di preparazione all’indipendenza. 

Il sistema dell’apartheid venne esteso alla Namibia e in seno alle neocostituite Nazioni Unite si iniziarono a discutere petizioni contro il dominio sudafricano su quello che era chiamato South West Africa. Dopo la fine della seconda guerra mondiale, il Sudafrica aveva infatti chiesto di trasformare il mandato ottenuto nel 1921 dalla Società delle Nazioni – ormai sciolta – in autorizzazione ad annettere i territori del South West Africa: le NU avevano rifiutato.

Nel 1966 venne interpellata anche la Corte Internazionale di Giustizia per esprimersi in relazione alla decisione delle NU di porre fine al mandato sudafricano sulla Namibia; la Corte decise però di non pronunciarsi. Solo nel 1971, dopo decenni di lotta dell’opinione pubblica internazionale, spesso in contrasto con le posizioni ufficiali dei propri Paesi che avevano regolarmente votato contro le sanzioni o si erano astenuti, la Corte giudicò valida la decisione delle NU di porre fine al mandato. 

Il Sudafrica si aggrappò al fatto che una decisione della Società delle Nazioni poteva essere revocata solo dalla stessa, che però non esisteva più.

La lotta per l’indipendenza

Nel frattempo i namibiani si erano organizzati in gruppi di lotta anticoloniale che sarebbero diventati veri e propri partiti a seguito dell’indipendenza: SWANU (Unione Nazionale del South West Africa) e SWAPO (Organizzazioni dei Popoli del South West Africa). 

Il primo venne fondato nel 1959 da intellettuali Herero, provenienti prevalentemente dalla parte centrale del Paese; SWAPO invece acquisì il nome che mantiene ancora oggi nel 1960, ma era nato due anni prima come Organizzazione dei Popoli Ovambo, che risiedevano nell’omonima regione del nord.  SWAPO portò avanti una guerra di resistenza a bassa intensità fino all’indipendenza, per la maggior parte del tempo organizzata fuori dai confini del South West Africa, dall’Angola. SWANU nel frattempo aveva perso l’appoggio della popolazione a causa dei suoi rapporti con la Cina e della paura dei vertici di passare alla lotta violenta in caso di necessità.

La pressione dei gruppi di liberazione e dell’opinione pubblica spaventarono il Sudafrica: se si voleva mantenere viva l’idea di uno stato dominato dalla popolazione bianca, non si poteva permettere il fallimento di tale progetto in Namibia. Era giunto il tempo di agire per preparare i territori all’indipendenza, ma sotto le regole sudafricane. Nel 1975 venne quindi organizzata una conferenza a Turnhalle alla quale però non partecipò SWAPO e di conseguenza le NU non ne riconobbero i risultati; al contrario, l’anno successivo SWAPO venne riconosciuto dalle NU come unico legittimo rappresentante del popolo namibiano.

Negli anni successivi USA, Canada, Francia, Germania ovest e UK formarono un gruppo di lavoro per cercare un compromesso con il Sudafrica e portare la Namibia all’indipendenza. Il risultato fu la risoluzione 435 del Consiglio di Sicurezza del 1978 che prevedeva il cessate il fuoco, il ritiro del Sudafrica dai territori della futura Namibia e la preparazione alle elezioni con la supervisione delle NU attraverso UNTAG (United Nations Transition Assistance Group).

Solo dieci anni dopo, nel 1988, il Sudafrica acconsentì all’implementazione della risoluzione, che aveva strettamente legato alla presenza di truppe cubane in Angola che aveva spinto le truppe sudafricane a superare il confine ed entrare in territorio angolano compiendo una vera e propria invasione. Il problema era stato infine risolto con un Accordo Tripartito firmato appunto da Sudafrica, Cuba – che ritiravano le loro truppe dal suolo angolano – e Angola.

Nel 1990 la Namibia ottenne finalmente l’indipendenza; l’anno precedente, alle elezioni, SWAPO ottenne il 57% dei voti e Sam Nujoma venne eletto primo presidente del neoliberato Stato.

 

Fonti e approfondimenti 

Patricia Hayes, Jeremy Silvester, Marion Wallace, Wolfram Hartmann, Namibia under South Africa Rule: Mobility and Containment 1915-46, James Currey Publishers, Oxford, 1998

Marinus Wiechers, Namibia’s Long Walk to Freedom, The Role of Constitution Making in the Creation of an Independent State, Washington, D.C. : United States Institute of Peace Press, 2010 in Framing the state in times of transition : case studies in constitution making

Marion Wallace, John Kinahan, A History of Namibia. From the Beginning to 1990, Columbia University Press, New York, 2011

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