Leggere tra le righe: “Il re ombra”, la resistenza etiope all’occupazione italiana

Simone D'Ercole | Instagram: @Side_Book

Addis Abeba: «Ci sono voluti quasi quarant’anni di un’altra vita per cominciare a ricordare quella che un tempo è stata». Hirut, la protagonista de Il re ombra, ex combattente durante l’occupazione italiana dell’Etiopia, torna nella capitale etiope nel 1974. Attraverso un flashback lungo sei anni, Maaza Mengiste ripercorre la guerra in Etiopia, a partire dall’occupazione del Paese voluta da Benito Mussolini nel 1935, fino alla sconfitta italiana del 1941. L’autrice del romanzo racconta la violenza subita dagli abitanti di quelle terre da parte degli invasori  e lo fa dal punto di vista delle donne protagoniste della resistenza, senza però fornire una visione univoca dei fatti.

Il 1974, data di inizio della guerra civile in Etiopia, scandisce la narrazione, che inizia e finisce nella stazione ferroviaria della capitale sull’orlo della rivoluzione. In quel luogo, Hirut deve incontrare Ettore Navarra, ebreo, che era stato fotografo di guerra al servizio del colonnello Carlo Fucelli, a capo della base italiana durante l’occupazione dell’Etiopia. Così il flashback riporta all’invasione del 1935. Quando, nel 1936, l’imperatore Hailé Selassié era stato sconfitto a Mai Ceu ed era ricorso all’esilio, le donne e gli uomini etiopi avevano organizzato la resistenza. Hirut e Aster (una domestica e la sua padrona) avevano combattuto sugli altopiani e nei villaggi a fianco dei soldati etiopi guidati da Kidane (marito di Aster ed eroe della rivolta che però abusava della serva). Era stata la protagonista femminile a ideare uno stratagemma per infondere coraggio e fiducia nei combattenti, diventando con Aster la guardiana del “re ombra”, un fantoccio del re addestrato contro i nemici. 

La parentesi storica riportata dall’autrice non vuole essere un racconto lineare quanto piuttosto polifonico: Maaza Mengiste sa che la memoria collettiva può esistere solo se intesa come un processo politico di costruzione e accordo tra ciò che si vuole ricordare e ciò che si vuole invece dimenticare, o allo stesso modo vedere e nascondere. La narrazione principale è inframezzata da un coro, che non ha fini celebrativi ma al contrario contesta e dà voce al non detto, e dalla descrizione a parole delle crude fotografie di guerra. I personaggi non sono solo “buoni o cattivi” quanto piuttosto testimoni di molteplici punti di vista e verità.

L’invasione italiana dell’Etiopia

Nel 1936, il comandante in capo delle operazioni in Etiopia, Pietro Badoglio, entrò ad Addis Abeba. In questo modo, il regime fascista italiano condusse una guerra di aggressione contro l’ultimo Paese africano ad aver resistito all’urto del colonialismo europeo. Gli avvenimenti raccontati dall’autrice rimandano al periodo trascorso tra il 1935, anno in cui Mussolini ordinò l’invasione dell’Etiopia – per vendicare la sconfitta di Adua e per colmare il divario con gli imperi coloniali di Francia e Gran Bretagna -, e il 1941, quando la resistenza etiope uscì vittoriosa dalla guerra. L’armata abissina venne guidata dal monarca Hailé Selassié, a capo del Paese dal 1930, che non si adoperò a sufficienza per un ammodernamento dell’esercito: quella descritta da Mengiste era una società feudale, con un’antica tradizione militare, che dato il suo radicamento regionale preferiva lo scontro campale ma dovette affrontare la guerriglia italiana. Ciononostante, sorsero in Etiopia forme di resistenza al dominio coloniale, cui gli italiani risposero con repressione e violenza. 

L’imperatore, fuggito in esilio in Inghilterra, venne sottoposto a un progressivo isolamento internazionale, mentre Londra riconosceva la sovranità italiana sull’Etiopia. Questo fino alla dichiarazione di guerra dell’Italia al Regno Unito del 1940, a seguito della quale l’allora Primo ministro inglese Winston Churchill cominciò a sostenere il ritorno in patria di  Selassié, potenziale alleato per la guerra contro i regimi nazifasciti. 

Storia e memoria contese

Maaza Mengiste dimostra, attraverso le pagine del suo romanzo, di essere interessata al modo in cui la memoria plasma le identità personali così come quelle nazionali. Nonostante siano gli uomini e le donne, etiopi e italiani, i personaggi del suo racconto, a fare da protagonista è la memoria del periodo storico preso in considerazione, che nel corso del tempo è stata talvolta manipolata per creare miti nazionali a fini propagandistici o false narrazioni. L’autrice, percorrendo strati di silenzio, arriva a scoprire in che modo i ricordi di quei momenti hanno dato forma rispettivamente a una memoria italiana ed etiope non per forza veritiere. 

Le lettere e le fotografie, conservate nella cassetta riaperta da Hirut e Navarra, descrivono cosa c’era dietro la storiografia ufficiale, ovvero una raccolta di storie di coloro che hanno vissuto quegli avvenimenti. Quelle fotografie riportate in forma scritta – soprattutto le foto mai scattate – costituiscono un potente strumento che permette ai soggetti di rispondere e svelare la retorica del colonialismo. Ciononostante, in un’intervista fatta per la rivista “Internazionale”, Maaza Mengiste tiene a specificare come l’obiettivo non sia quello di attaccare la versione ufficiale, ovvero quella occidentale. Senza dubbio viene messa in discussione la storia tramandata dai vincitori ma l’intenzione è quella di offrire una voce in più, che possa riferire anche la narrazione delle famiglie e soprattutto delle donne, confutando quella proposta: sempre e solo maschile. 

Dalla lettura del romanzo appare chiaro come la guerra non sia stata solo quella degli uomini armati contro gli invasori ma anche quella delle donne che hanno vissuto il loro stesso corpo come campo di battaglia e che, oltre all’essere mogli, sono state in grado di imbracciare il fucile e curare i feriti. Aster incoraggia le donne del villaggio cercando di far uscire quel grido di battaglia che era già nelle loro gole, domandando loro «chi si ricorda come si fa? Chi ricorda cosa significa essere più di ciò che il mondo pensa che siamo?». 

L’autrice conosce i rischi di un’unica storia. Non esiste una memoria collettiva in senso stretto, né tanto meno una colpa collettiva, al massimo individuale o locale. Quella conosciuta e ricordata fino agli anni Novanta – quando l’Italia ammise di essersi servita di strumenti di censura per nascondere l’uso di armi chimiche durante la guerra – era stata costruita: «Diranno che non è vero, che i loro aerei non volavano sull’armata di Kidane e non hanno lanciato l’iprite sui combattenti, sui fiumi e la terra. Negheranno i bambini morti, le donne scorticate, le acque avvelenate, gli uomini traumatizzati». 

Spesso, in Etiopia, alcune voci sono state escluse. Ancora oggi si combatte una guerra che è un conflitto etnico, compromesso da una forma di governo che nel tempo non si è dimostrata inclusiva. Forse però lo stesso Hailé Selassié, mentre fuggiva dall’Etiopia, sapeva che «tutto ciò che abbiamo è ciò che ricordiamo», che  «tutto ciò che è meritevole di vita è meritevole di ricordo» e che «le donne ci sono state e ci sono ora, nella Storia e non solo nelle storie, alla luce e non solo nell’ombra». 

 

Fonti e approfondimenti

Longhi, Lorenzo, “Ricorda 1941: Il ritorno dell’Imperatore etiope Hailé Selassié ad Addis Abeba dopo i cinque anni di occupazione italiana”, Lo Spiegone, 04/08/2021.

Mengiste, Maaza. 2021. Il re Ombra. Einaudi.

Sibani, Francesca, “Intervista a Maaza Mengiste: Il re ombra”, Internazionale, diretta Facebook, 17/04/2021. 

 

Editing a cura di Elena Noventa

Copertina a cura di Simone D’Ercole

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