#TruthNeverDies: crimini verso i giornalisti

Tra il 2006 e il 2018, 1066 giornalisti sono morti mentre svolgevano il proprio lavoro. A questi si aggiungono i 33 uccisi, finora, nel 2019. Questi dati, riportati dal Comitato di protezione dei giornalisti, mostrano un numero già molto elevato, a cui vanno aggiunti coloro che,  senza dover necessariamente andare incontro alla morte, sono soggetti a rapimenti e reclusione. Se da una parte sono note le vicende di Anna Stepanovna Politkovskaja, giornalista russa uccisa in patria nel 2006, e di Jamal Khashoggi, ucciso nel consolato saudita di Istanbul lo scorso anno, o ancora la vicenda che ha coinvolto i due giornalisti di Reuters, rilasciati dal Myanmar dopo più di 500 giorni di galera; dall’altra parte, è ancora maggiore il numero di storie simili che rimangono sconosciute e che devono essere ricordate.

In risposta al pericolo che devono affrontare quotidianamente i giornalisti, i membri dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite hanno istituito, nel dicembre 2013, con la Risoluzione 68/163, la “Giornata Internazionale per mettere fine all’impunità per i crimini commessi contro i giornalisti”, il cui anniversario ricorre proprio oggi. La data è stata scelta in commemorazione della scomparsa di Ghislaine Dupont e Claude Verlon, due reporter francesi uccisi in Mali il 2 novembre 2013.

Come verrà analizzato più avanti, l’istituzione di tale ricorrenza è stata rafforzata da varie azioni e misure che la comunità internazionale, le singole organizzazioni internazionali e qualsiasi Stato democratico hanno iniziato a promuovere per tutelare la libertà di stampa, di espressione e il lavoro, spesso troppo rischioso, svolto da chi si impegna quotidianamente per dar voce a queste libertà.

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Credits: Flickr@ShamHardy

La Risoluzione

Il documento, non vincolante in quanto approvato dall’Assemblea Generale, rappresenta, in ogni modo, una vittoria e un esempio di tutela dei diritti umani. Va sottolineato che la risoluzione ha come oggetto non solo i giornalisti, ma anche gli operatori dei media, che vivono gli stessi rischi. Le fonti giuridiche cui si appella l’Assemblea Generale rappresentano i capisaldi del diritto internazionale dei diritti umani, vale a dire la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e altri trattati sui diritti umani, tra cui, di primaria importanza, la Convenzione internazionale sui diritti civili e politici.

Nella risoluzione si fa riferimento al “Piano di azione delle Nazioni Unite per la sicurezza dei giornalisti e il tema dell’impunità”, discusso nel 2012, e volto alla creazione di un ambiente che sia libero e sicuro per chi svolge questo lavoro, e dove la salvaguardia e l’appoggio degli Stati e degli attori non statali siano garantiti, sia in situazioni belliche che in situazioni non di conflitto. Sempre agli Stati e agli attori non statali più rilevanti si rivolge l’Assemblea ONU, ritenendo indispensabile che le legislazioni locali permettano l’accesso a rimedi appropriati e investigazioni trasparenti, nel caso di presunti atti di violenza di tal genere.

Un ruolo fondamentale in questo contesto è stato giocato dall’Organizzazione ONU per l’Educazione, la Scienza e la Cultura (UNESCO), che si è schierata a favore della necessità di punire qualsiasi società nasconda abusi di diritti umani e, di conseguenza, consenta che crimini contro i giornalisti passino impuniti. Dal 2008 l’UNESCO ha realizzato, ad anni alterni, un Report sulla Sicurezza dei Giornalisti e il Pericolo dell’Impunità, e ha sviluppato un progetto dal titolo “TruthNeverDies“, nel quale si possono conoscere le storie e leggere gli articoli di alcuni giornalisti che hanno perso la vita negli scorsi anni.

Nell’ultimo report pubblicato nel 2018 emergono due aspetti di fondamentale rilevanza. Per prima cosa, tra il 2006 e il 2017, sono stati denunciati dagli Stati Membri 657 casi su 1010, di cui solamente 115 episodi (11%) sono stati risolti con il supporto delle autorità statali dove l’assassinio ha avuto luogo. Il 54% di questi casi ha solo iniziato l’iter giudiziario o, nell’ipotesi peggiore, è stato archiviato come irrisolto. In ogni caso, il dato che merita maggiore attenzione riguarda la percentuale di casi in cui le autorità statali interessate non hanno fornito alcuna informazione utile alle investigazioni e al procedimento giudiziario. Questa percentuale raggiunge il 35%. A livello regionale, il maggior numero di giornalisti o reporter morti si è registrato nei Paesi Arabi, seguiti dall’Asia, Sud America, Africa, e infine, Europa e Nord America, dove si sono contati ben 65 episodi.

A questi dati, si collega un’altra interessante analisi. Il numero di giornalisti morti era egualmente distribuito tra zone di conflitto e zone dove non era in corso una guerra, fino al 2017, anno in cui, per la prima volta, questi ultimi sono stati di un numero più elevato dei primi. Dunque, in maniera ancora più schiacciante la percentuale del 2017 dimostra come i giornalisti e gli operatori dei media mettano quotidianamente a rischio la propria vita, indipendentemente dal posto in cui lavorano. E, anzi, lavorare in una zona dove non vi sono in corso conflitti comporta maggiori rischi, in quanto ci si viene a scontrare con verità che, il più delle volte, non possono essere rivelate.

Misure prese da alcuni Stati

In accordo con la Risoluzione dell’Assemblea Generale e con quanto promosso dall’UNESCO, alcuni Stati Membri si sono impegnati a implementare azioni volte alla tutela e alla sicurezza dei giornalisti. Nel 2018, 15 Stati hanno rese note le proprie azioni concrete; in ordine alfabetico, Afghanistan, Brasile, Danimarca, Grecia, Guatemala, Honduras, Kenya, Kyrgyzstan, Malta, Messico, Myanmar, Nigeria, Pakistan, Somalia e gli Stati Uniti. Le azioni, in larga parte condivise dagli Stati, si concretizzano in analisi e monitoraggio di attacchi contro i diritti umani; nella diffusione, per mezzo di campagne, della sensibilità collettiva sulla materia; nella formazione dei giornalisti stessi su temi di protezione; nell’incremento di dipartimenti di polizia focalizzati sulla tutela dei giornalisti. Inoltre, alcuni di questi Stati hanno deciso di agire a livello giudiziario, introducendo dei meccanismi specifici di investigazione.

Le misure stabilite dagli Stati sono un aiuto fondamentale, per la comunità internazionale, nel tentativo di ridurre il numero di morti e garantire la tutela della libertà di stampa e di espressione, ma è inevitabile notare che alcuni degli Stati che hanno deciso di aderire e di implementare le politiche nazionali in materia siano Stati che si sono distinti per violazione dei diritti umani e dei principi democratici.

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Credits: Flickr @Jeff Djevdet

Conclusioni

La Dichiarazione Universale dei diritti umani, all’art. 19, recita: “Ogni individuo ha il diritto alla libertà di opinione e di espressione, incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.” Moltissime costituzioni democratiche tutelano allo stesso modo tali libertà, basti pensare all’art. 21 della nostra Costituzione. Dunque, il ruolo degli Stati risulta essere primario in questa implementazione del diritto.

A tal proposito, è interessante richiamare l’attenzione ai numeri che caratterizzano il mondo “occidentale”, in particolare Stati Uniti e Europa. Come accennato in precedenza, tra il 2006 e il 2017, in questa parte di mondo sono morti 65 giornalisti, di cui solamente 31 casi sono stati risolti. In nessun caso, gli Stati hanno deciso di non collaborare, il che rappresenta una vittoria democratica, che però può reputarsi più che scontata, dal momento che si sta facendo riferimento agli Stati “promotori di democrazia”. Ciò che invece merita attenzione è il restante numero, 34, che, oltre ai casi ancora sotto processo, per cui si augura una risoluzione, include i casi che sono stati dichiarati irrisolti dagli Stati occidentali.

Fonti e approfondimenti:

UNGA Resolution 68/163, 18 dicembre 2013

Committee to Protect Journalists

Euan Mckirdy e James Griffiths, Reuters journalists jailed in Myanmar relesead after more than 500 days, 7 maggio 2019

Adama Diarra, John Irish, Two French journalists abducted, killed in northern Mali, 3 novembre 2013

Unesco, United Nations Plan of Action on the Safety of Journalists and the Issue of Impunity, 2012

Unesco,  Report on the Safety of Journalists and the Danger of Impunity, 2018

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