GCC: due anni di paralisi

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di Gabriele Morrone

Mohamed Morsi non ha retto al collasso avvenuto lunedì 17 giugno durante un’ennesima udienza del processo a suo carico. Il primo presidente democraticamente eletto in Egitto è morto qualche ora dopo presso l’ospedale de Il Cairo. Il processo a suo carico si è trasformato, per ovvi interessi politici, in un processo all’Egitto del dopo primavere arabe e, in particolare, in un processo alla Fratellanza Musulmana e agli Stati che finanziano tale organizzazione.

Per comprendere il complicato mosaico del sunnismo basterebbe infatti elencare chi si è premurato di ricordare il leader egiziano. Il presidente turco Erdogan ha subito commentato la notizia definendo Morsi “un martire”, dopo qualche ora ha espresso le sue perplessità circa “le cause naturali” del decesso. Alla sua presa di posizione si è aggiunta quella dal Qatar dell’emiro Tamim ben Hamad Al-Than, che si è definito “profondamente triste”, e dei leader di Hamas, che si sono detti amareggiati per la morte di un uomo “a lungo al servizio del proprio Paese”.

Attorno a un immaginario capezzale si sono ritrovate le tre espressioni di quell’Islam politico sunnita che da tempo ha rotto con l’ala saudita-emiratina. Quest’ultima compagine, per la quale la Fratellanza Musulmana di Morsi è equiparabile a un’organizzazione terroristica, è invece identificabile grazie a un altro evento centrale della recente storia della regione: la rottura di tutte le relazioni diplomatiche con il Qatar da parte del quartetto Egitto, Arabia Saudita, EAU e Bahrain del giugno 2017.

Se quindi sono chiare le componenti delle due parti e le cause della rottura è utile capire come si è evoluta la situazione all’interno e all’esterno del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC) negli ultimi mesi.

Isolamento del Qatar

Subito dopo la rottura in seno al GCC, gli analisti di politica estera si erano divisi tra chi vedeva imminente una totale capitolazione di un isolato Qatar, data la forte dipendenza dall’Arabia Saudita in termini di approvvigionamento di cibo e beni di prima necessità, e chi invece prevedeva un netto allineamento tra Doha e la Repubblica Islamica d’Iran. A distanza di mesi possiamo concludere che entrambe le visioni erano parzialmente errate.

Il president Trump e l’Emiro del Qatar, Riyad, 2017 (The White House Photo by Shealah Craighead – Flickr).

Il Qatar ha sicuramente intensificato i propri rapporti con Teheran, ma non così tanto da poter parlare di alleanza o anche di allineamento sulla politica estera. Se, infatti, nei mesi successivi alla rottura, l’Iran ha rappresentato una facile sponda per molte necessità qatariote – come testimoniato dall’apertura dello spazio aereo persiano e dalla crescita dell’import-export tra i due Paesi – allo stesso tempo Doha ha continuato a rappresentare un alleato indispensabile per gli Stati Uniti. La più grande base militare a stelle e strisce nella regione è di stanza proprio nella parte sud-ovest di Doha, e non è un mistero che l’Iran giudichi tale base una costante minaccia alla sua sicurezza nazionale.

Il Qatar, stretto quindi tra queste due potenze, ha perseguito e sta perseguendo una politica di attento equilibrismo, evidenziata ad esempio dal mancato supporto all’uscita di Washington dal JPCOA – compensato però da numerose dichiarazioni di forte supporto all’azione americana nella regione e dalle conferme circa la buona salute dei rapporti USA-Qatar. Di tale equilibrismo sta beneficiando un altro attore regionale: la Turchia, che ha saputo sfruttare proficuamente la rottura del fronte del Golfo, fornendo al Qatar supporto economico e finanziario da una posizione meno scomoda rispetto a Teheran. Se quindi il Qatar ha superato la crisi facendo affidamento sugli interessi di Iran e Turchia, se si guarda dall’altro lato la situazione è differente.

Una rottura infruttuosa 

Un mese prima della rottura tra il quartetto a guida saudita e Doha, un’immagine ha fatto il giro del mondo, il presidente americano Donald Trump che insieme al presidente egiziano Al Sisi e al re saudita Salman pongono le mani su un mappamondo al termine di un vertice tenutosi in Arabia Saudita tra l’inquilino di Washington e il mondo arabo.

Da sinistra, il presidente egiziano Al Sisi, re Salman dell’Arabia Saudita, il presidente Trump (Fonte: Twitter)

Ai fini del presente articolo è più importante notare lo svolgimento di tale incontro: da chi era presente è stato infatti riferito che l’asse saudita-emiratino in tale occasione ha lavorato alacremente per tenere la massima distanza tra Trump e l’Emiro Al Thani (che venne relegato al tavolo dei Paesi della regione islamica con minor peso politico); inoltre, fu comunicata a Washington l’intenzione di intervenire sul Qatar sperando in un beneplacito mai arrivato, vista la presenza della base USA. Da quella battuta di arresto si sono originati tutti i problemi che tuttora rendono poco efficace la strategia anti-Qatar.

Ad oggi, infatti, i risultati del blocco diplomatico sono negativi: un importante attore del Golfo è stato spinto tra le braccia dell’Iran e della Turchia; il Consiglio di Cooperazione, nel quale confidavano emiratini e sauditi per affermare a livello regionale la propria leadership, è ormai permanentemente – e forse definitivamente – paralizzato; ma soprattutto, molti attori regionali come Oman e Kuwait  non hanno assecondato la mossa del quartetto, facendo diventare il blocco un’arma spuntata e poco efficace.

In tale ottica vanno letti i tentativi di ammorbidimento, soprattutto a opera dell’Arabia Saudita, nei confronti della casata Al Thani: è dello scorso mese l’invito di re Salman alla leadership qatariota a prendere parte alla riunione del GCC. Tali azioni segnalano una crescente insoddisfazione dalle parti di Riyad e Abu Dhabi circa i risultati della mossa di giugno di due anni fa. Insoddisfazione sicuramente acuita dalla recente vittoria della Coppa d’Asia da parte del Qatar in casa degli Emirati Arabi Uniti, che aveva generato alcune polemiche sul presunto trattamento (mai dimostrato a dire il vero) ricevuto dai tifosi qatarioti in trasferta ad Abu Dhabi.

Due possibili scenari

In tale contesto si inseriscono le crescenti tensioni con l’Iran, soprattutto in seguito ai sabotaggi del 4 maggio e del 13 giugno scorsi ai danni di diverse petroliere nel Golfo persico, per i quali Washington ha accusato Teheran. Al netto del confronto diplomatico tra Iran e USA, tali tensioni potrebbero avere due diversi effetti sulla situazione di paralisi del GCC. Il Qatar potrebbe tornare sui propri passi, in ragione di una non totale fiducia nei confronti dell’Iran e della convenienza di mantenere la base statunitense nel proprio territorio. Una scelta che comporterebbe un riavvicinamento nei confronti di un più accondiscendente asse saudita-emiratino.

Meeting tra i ministri degli Esteri dei Paesi del GCC e il segretario di Stato statunitense John Kerry, Manama, Bahrein, 2016. (Fonte: U.S. Department of State – Wikimedia)

Oppure si potrebbe verificare lo scenario opposto, con un Qatar maggiormente rassicurato dalle lusinghe di Teheran e dal sostegno turco, e ovviamente russo, che si stacca definitivamente dal campo saudita-emiratino e quindi anche da quello americano, cambiando profondamente gli equilibri del Golfo. Quest’ultimo scenario, va detto, è maggiormente improbabile. Doha ha ancora dei forti legami economici e militari con Washington e le capacità diplomatiche dimostrate finora consegnano un quadro nel quale il Qatar si muove calcolando sempre pro e contro di ogni azione, non lasciando al caso le posizioni della propria politica estera.

In ultima battuta, va aggiunto che sono da seguire possibili terze vie percorse dagli stati “neutrali” come l’Oman e il Kuwait, che puntano al superamento della frattura; soprattutto, vanno preventivati i danni o i benefici che potranno provenire dalla prossima campagna per le presidenziali USA. Non bisogna sottovalutare l’impatto che ancora il calcio potrebbe avere sulla crisi. Resta infatti invariata, nonostante il recente arresto dell’ex presidente UEFA Michelle Platini, l’assegnazione al Qatar dei mondiali di calcio del 2022; questi potrebbero costituire un momento di cooperazione tra i rivali del Golfo che si sono detti pronti, in passato, a organizzare insieme la massima competizione calcistica a livello mondiale.

Fonti e approfondimenti:

Sanchez, Sabur, Davies, US blames Iran for oil tanker attack in Gulf of Oman amid rising tensions, The Telegraph, 13/06/2019

Wintour, Gulf plunged into diplomatic crisis as countries cut ties with Qatar, The Guardian, 5/06/2017

Hassan, Qatar Pursues an Independent Foreign Policy that Clashes with the Saudi’s Strategic Interests, Academia, 2017

Redazione, How did Egyptian newspapers report Mohamed Morsi’s death?, Al Jazeera, 18/06/2019

Hurriyet Daily News, Morsi was murdered: President Erdoğan, 18/06/2019

Cafiero, Paraskevopoulos, GCC Dispute Pushes Iran and Qatar Closer but With Caveats, Atlantic Council, 17/09/2019

Katzman, “Qatar: Governance, Security, and U.S. Policy“, Congressional Research Service, 13/06/2019

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