Emirati Arabi Uniti: l’utilizzo del soft power nello scacchiere mediorientale

di Gabriele Morrone

La visita di Papa Francesco negli Emirati Arabi Uniti dal 3 al 5 febbraio scorso ha avuto un risalto mediatico enorme, oltre che un significato storico. È stata infatti l’occasione per il manifestarsi di tante prime volte: la prima volta di un pontefice nella penisola araba, la prima messa pubblica e la messa più grande mai celebrata nel Paese. Eppure, tale occasione non è stata una completa sorpresa.

Infatti, il Paese dei sette emiri è ormai impegnato da anni nello sforzo di presentarsi come il volto moderno e tollerante del mondo arabo. Tali sforzi sono maggiormente comprensibili se inquadrati nella più ampia strategia di utilizzo del soft power da parte emiratina.

Abu Dhabi. Foto: Gabriele Morrone Gabriele Morrone

Nella teoria delle relazioni internazionali, per soft power – termine coniato dal professore di Harward Joseph S. Nye. Jr. – si intende tutto il complesso di leve culturali, commerciali e valoriali delle quali un Paese dispone e che può utilizzare per influenzare e dirigere l’azione degli altri attori internazionali. Tale potere, sempre secondo Nye, nasce e si consolida con l’avvento della globalizzazione e del conseguente assetto geopolitico multipolare. Tutto ciò consente ai Paesi di competere non più solamente in virtù di elementi riconducibili all’hard power (demografia, forza militare), ma incentrando la competizione su elementi qualitativi come la reputazione internazionale, l’influenza culturale o il grado di penetrazione economica.

Se negli anni Ottanta e Novanta erano stati gli Stati Uniti a utilizzare tale strategia al fine di contribuire alla creazione del mito dell’America come massima espressione della libertà occidentale, oggi nuovi attori come Cina, India o Russia stanno cercando di accrescere il proprio soft power. Anche nel mondo arabo tale concetto è diventato centrale nello sviluppo e nell’attuazione delle strategie di politica estera, nonostante il grande ostacolo rappresentato dal terrorismo, spettro che rende difficile la costruzione di una reputazione positiva per il mondo mediorientale in Occidente.

Ecco che allora la visita del Papa non può non essere legata a questo tentativo emiratino, fino ad ora vincente, di accreditarsi come la terra della tolleranza agli occhi degli occidentali e del mondo intero.

Soft Power negli EAU

Gli Emirati Arabi hanno proclamato il 2019 «anno della tolleranza», un concetto che spesso ha trovato poco spazio nella penisola araba. Il 2019 è anche il secondo anno di attuazione della UAE Soft Power Strategy, strategia lanciata dallo UAE Soft Power Council che si articola in quattro principali obiettivi:

  • Sviluppo di un’unica direzione per il settore economico, umanitario, mediatico, scientifico e turistico;
  • Promozione degli EAU come accesso principale alla regione;
  • Riconoscimento degli EAU come capitale della cultura, dell’arte e del turismo;
  • Riconoscimento esterno degli EAU come Stato tollerante e terra accogliente per tutte le etnie e le nazionalità.

Per raggiungere tali obiettivi, gli Emirati stanno utilizzando diversi eventi e opportunità, sia a livello domestico che estero. Per citarne alcuni, nel 2017 ad Abu Dhabi è stata aperta una seconda sede del Louvre: lo storico museo francese ha infatti concesso, per un periodo limitato e in cambio di un sostanzioso pagamento, l’utilizzo del proprio nome e l’accesso a diverse opere del proprio patrimonio. L’esempio del Louvre verrà seguito dal Guggenheim il prossimo anno.

La costruzione di un proprio circuito di Formula Uno, gli investimenti per costruire il Ferrari World nella capitale o più semplicemente l’opera di scouting che la leadership emiratina sta effettuando nei confronti di imprenditori, scienziati e tecnici si possono ricollocare anch’essi all’interno di questa strategia.

La sede del Louvre ad Abu Dhabi (Fonte: Flickr)

Gli Emirati Arabi, va però ricordato, stanno attuando anche un grande lavoro sui nuovi mezzi di comunicazione attraverso un attento controllo di ciò che viene condiviso e comunicato sui canali social: se da un lato ciò viene fatto per “tutelare” l’immagine del Paese che si vuole far trasparire, il rovescio della medaglia è rappresentato dai diversi casi di censura e di sanzioni per chi critica le scelte governative o per chi pubblica o condivide elementi che possano mettere in cattiva luce gli Emirati.

La strategia emiratina può essere agevolmente riconosciuta anche nel comportamento che gli Emirati stanno tenendo nei confronti di numerosi Paesi dell’area dell’Oceano Indiano e del Corno d’Africa.

Da almeno dieci anni, infatti, sono in atto numerosi progetti di sostegno umanitario ed economico nei confronti di tali Paesi, anche in virtù della crescente presenza negli Emirati di lavoratori provenienti da queste zone. Gli aiuti sono necessari per perseguire due obiettivi: la legittimazione della presenza di basi militari emiratine nel Corno d’Africa, come quella nella città portuale di Berbera nella Repubblica autoproclamata della Somaliland o quella meno recente di Assab in Eritrea, e il tentativo di esportare un modello differente di società rispetto a quella occidentale o cinese.

Le ragioni di una strategia

La forza economica degli Emirati Arabi deriva in primis dalle grandi riserve di idrocarburi nel proprio sottosuolo, a cui va sommato l’apporto di altre voci come turismo e servizi finanziari. Ciononostante, questo gigante economico vive sotto scacco di due fattori determinanti: il condizionamento geopolitico e il condizionamento saudita.

Il primo fattore è determinato da una delle regole cardine della politica emiratina: il rifiuto categorico di ogni forma di estremismo religioso e il rifiuto altrettanto assoluto di ogni forma di islam politico. Gli Emirati Arabi, infatti, ritengono criminali entrambe le posizioni, preferendo un sunnismo moderato e una monarchia indiscutibile e stabile.

Abu Dhabi è quindi intransigente nei confronti di Teheran e della Fratellanza Musulmana, e mantiene un livello di controllo molto alto su telecomunicazioni e infiltrazioni dei gruppi estremisti all’interno dei propri confini. Da ciò deriva la necessità di legittimare tale posizione all’interno del mondo arabo, cercando di attrarre quella parte di musulmani che mal tollerano estremismo e politicizzazione del messaggio di Maometto.

A tal proposito, il Paese mira a proporsi come alternativa al gigante teocratico iraniano e a utilizzare diversi strumenti diplomatici ed economici al fine di marginalizzare la Repubblica Islamica.

Dall’altro lato, nel periodo che ha visto l’affermazione dei Fratelli Musulmani a Il Cairo a seguito delle rivolte arabe del 2011, gli EAU hanno subito condannato la presenza di tale organizzazione alla guida di un Paese considerato “fratello”. La condanna si è poi acuita in seguito alla stesura e pubblicazione di un documento da parte di 132 intellettuali emiratini che chiedevano una maggiore democratizzazione delle istituzioni del Paese del Golfo. Gli Emirati hanno agito sostenendo la controrivoluzione egiziana del 2013 che ha visto i militari deporre Mohammed Morsi e, internamente, hanno bloccato sul nascere le recriminazioni democratiche del movimento degli intellettuali, revocando ai firmatari la cittadinanza e mettendo in luce i collegamenti ideologici ed economici tra tale tentativo “estremista” e i Fratelli Musulmani egiziani.

Soldati saudita ed emiratino, 2016 (Fonte: Wikipedia)

Di contro, tali azioni sono state accompagnate da numerosi tentativi, anch’essi riconducibili all’ambito del soft power, di miglioramento delle condizioni della popolazione emiratina al fine di evitare la rinascita di qualsiasi politicizzazione della società o sostegno ai rivali iraniani e qatarioti. Gli esempi più lampanti sono la creazione di tre ministeri abbastanza peculiari: quello della Tolleranza, quello della Felicità e dell’Emiratizzazione, affidati a elementi di spicco della leadership emiratina.

Allo stesso tempo, gli Emirati, coscienti dell’importanza di mantenere un robusto rapporto con l’Arabia Saudita, vera e propria potenza regionale nell’hard power, hanno spesso dovuto giocare di rimessa rispetto a Riad. Ad esempio, sono stati coinvolti nella guerra inYemen e hanno dato pieno sostegno alla rottura con il Qatar – in questo ultimo caso è interessante vedere come gli emiratini si siano rivelati addirittura i più intransigenti nel porsi nei confronti di Doha.

Ovviamente non si può ridurre la relazione tra Arabia Saudita e EAU a una mera secondarietà di questi ultimi: va infatti sottolineato come in entrambi i casi Abu Dhabi abbia comunque perseguito obiettivi propri. In Yemen si è assicurata uno sbocco sul Mar Rosso, mentre nella questione qatariota è stato dato seguito a una strategia di contenimento di qualsiasi forma di politicizzazione islamica. Doha è stata infatti ripetutamente accusata di finanziare alcune organizzazioni terroristiche oltre che di aver intensificato i rapporti con l’Iran.

Il condizionamento saudita ha comportato la diversificazione delle azioni emiratine, che si sono sempre più indirizzate nell’utilizzo della propria forza economica in campi riconducibili al soft power, terreno su cui invece i sauditi sono molto più indietro.

Per poter quindi espandere la propria sfera d’influenza senza collidere con gli interessi sauditi, gli Emirati hanno collaudato i diversi strumenti di soft power sopra menzionati.

Non è quindi un caso che Dubai nel 2020 ospiterà l’EXPO, non è un caso che in questo spicchio di penisola araba si svolga il World Government Summit e non è un caso che Zayed, il padre degli Emirati Arabi Uniti, abbia dedicato parte del proprio messaggio alla necessità di essere uno Stato tollerante, aperto e soprattutto un modello per il Medio Oriente.

I prossimi anni, con il prevedibile calo degli introiti derivanti dal petrolio e la piena successione in Arabia Saudita, potranno essere messi alla prova la stabilità e la sostenibilità del modello emiratino: sarà allora che potremo capire se questo giovane Paese basato su un originale equilibrio tra petrodollari e soft power riuscirà a superare la prova della storia potendo addirittura candidarsi a essere l’esempio di come sia possibile combinare modernità e tradizione, arte e assolutismo politico.

Fonti e approfondimenti

Government.ae, The UAE Soft Power Strategy https://government.ae/en/about-the-uae/strategies-initiatives-and-awards/federal-governments-strategies-and-plans/the-uae-soft-power-strategy

The National, UAE Soft Power Council discusses ways to expand global message, Sep. 2017 https://www.thenational.ae/uae/government/uae-soft-power-council-discusses-ways-to-expand-global-message-1.661934

Al Jazeera, Abu Dhabi’s problem with the Muslim Brotherhood, May 2018 https://www.aljazeera.com/news/2018/05/abu-dhabi-problem-muslim-brotherhood-180526105937656.html

The Guardian, Matthew Hedges: British academic accused of spying jailed for life in UAE, Nov. 2018 https://www.theguardian.com/world/2018/nov/21/british-academic-matthew-hedges-accused-of-spying-jailed-for-life-in-uae

International Journal of Social Science and Humanities Research ISSN 2348-3164 (online) Vol. 5, Issue 4, pp: (294-302), Month: October – December 2017

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