La “piccola Sparta” del Golfo: militarizzazione degli Emirati Arabi Uniti

L’attuale Segretario della Difesa statunitense James Mattis, ex generale della Marina, nel 2014, elogiandone le capacità militari, soprannominava gli Emirati Arabi Uniti la “piccola Sparta”. Il paragone si è rivelato particolarmente calzante alla luce dell’intervento degli EAU, il marzo dell’anno successivo, nel conflitto yemenita.

Se da un lato l’entrata in Yemen costituisce una svolta nella storia militare del Paese, dall’altro è coerente con l’evoluzione delle ambizioni e delle preoccupazioni di Abu Dhabi in ambito di sicurezza. In particolare l’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq nel 1990, l’attacco terroristico del 11/9 e le rivoluzioni del 2011 hanno condotto ad una strategia nazionale che punta ad arginare le mire espansionistiche dell’Iran, a combattere il fondamentalismo jihadista e la Fratellanza Musulmana nonché a contenere il rischio di rivolta interna.

Il nemico al di là del Golfo: la minaccia iraniana

L’invasione del Kuwait da un lato rende chiara l’inadeguatezza militare dei Paesi del Golfo, dall’altro evidenzia la volatilità delle alleanze all’interno della regione.

L’Iraq era infatti stato, fino a quel momento, il baluardo della compagine araba sunnita contro l’Iran; quest’ultimo, con l’estensione territoriale, le capacità militari e la popolazione sciita costituisce da sempre un vicino scomodo per i Paesi del Golfo, in particolare a seguito dell’invasione del Bahrain tra 1968 e 1970. Tuttavia la condivisa alleanza con gli Stati Uniti ha garantito un certo equilibrio almeno fino al 1979, quando la proclamazione della Repubblica Islamica ha rescisso ogni legame con Washington. In seguito alla fallita occupazione dell’Iraq da parte degli Stati Uniti nel 2003, l’Iran  ha approfittato del vuoto di potere nella regione per estendere la propria influenza supportando le fazioni sciite in Yemen, Siria, Iraq, Libano, Bahrain.

E’ in questo contesto che bisogna analizzare la necessità di sicurezza degli Emirati, la conseguente corsa agli armamenti e la ricerca di una maggiore indipendenza in ambito militare. A partire dal 1991 ha inizio un massiccio sviluppo del settore militare e un maggiore coinvolgimento a livello internazionale: Balcani negli anni ’90, Somalia nel 1992, Afghanistan nel 2003, Libia nel 2011 e Siria a partire dal 2014, fino ad arrivare all’intervento in Yemen, il primo in autonomia dalle potenze occidentali. Nel frattempo, Abu Dhabi ha cercato di espandere il proprio raggio di influenza attraverso l’acquisizione di basi militari in Eritrea, Libia e Somaliland.

Guardando la carta geografica si comprende la percepita vulnerabilità di Abu Dhabi nei confronti di Tehran, con il solo stretto di Hormuz, snodo strategico delle rotte petrolifere nel Golfo, a separare i due Paesi; fattore, questo, che ha reso gli Emirati un facile bersaglio in caso di attacco missilistico. In più, a differenza degli altri Stati del Golfo, tra Iran e EAU è in corso una disputa territoriale su tre isole del Golfo – Abu Musa, Tunb e Lesser Tunb.

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All’aspetto geografico bisogna sommare la scarsa popolazione e la ricchezza di risorse. Come emerge dal grafico sotto, a cavallo tra il 2014 e il 2015, Iran e EAU hanno approssimativamente lo stesso budget militare, sebbene i primi abbiano una popolazione di oltre 80 milioni contro i 9 milioni  dei secondi. Le azioni militari in Yemen hanno confermato la carenza di soldati nell’esercito nazionale, cui il governo ha fatto fronte inviando circa 450 mercenari colombiani.

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Con riserve pari al 6% del totale a livello globale, gli Emirati sono il settimo produttore di petrolio. Da un lato, la presenza di un tale patrimonio rende più pressante la necessità di difendere i confini nazionali, dall’altro, le rendite petrolifere permettono di chiudere il gap umano attraverso il finanziamento di un apparato militare sofisticato e all’avanguardia, che ha permesso agli Emirati di essere il primo Paese del Golfo a dotarsi del THAAD, avanzato sistema di difesa missilistico americano, in risposta al programma missilistico iraniano.

11/9 e Primavere Arabe: lotta al terrorismo e all’Islam politico

L’impatto del 11/9 e delle proteste del 2011 emerge in relazione alla difficoltà di creare un’identità nazionale e al conseguente pericolo di instabilità interna.

A conclusione del mandato britannico sui Paesi del Golfo, i sette stati di Abu Dhabi, Dubai, Sharjah, Ajman, Fujairah, Umm al-Quwain e Ras al-Khaimah  nel 1971 formano una monarchia federale. Il processo di integrazione non è semplice soprattutto a causa dell’asimmetria di potere tra Abu Dhabi e Dubai e gli altri stati. Inoltre forti legami a livello familiare e l’identificazione con un Islam transnazionale hanno complicato la creazione di un’identità nazionale; tutto ciò considerando anche che l’85% della popolazione è composta di lavoratori stranieri privi del diritto di cittadinanza.

A partire dagli anni ’90 le forze militari diventano il principale strumento di federation-building, fino all’istituzione nel 2014 della leva obbligatoria. Un momento cruciale è in tal senso l’uccisione in Yemen di 45 soldati il 4 settembre 2015. I media di Stato costruiscono attorno all’evento una narrativa patriottica allo scopo di mettere in risalto l’impegno dell’esercito all’estero e di sottolineare il “martirio degli eroi nazionali” in contrapposizione alla propaganda jihadista del “martirio contro gli infedeli”.

UAE Confirms More Soldiers Death Toll in Yemen

Subito dopo l’attacco dell’11/9, infatti, la scoperta che due dei terroristi erano emiratini e un terzo residente negli Emirati, spinge Abu Dhabi a prendere una decisa posizione contro il rischio di una deriva jihadista all’interno del Paese. Gli Emirati sono i primi a chiudere ogni rapporto con i Talebani e ad unirsi nel 2003 all’intervento in Afghanistan contro questi ultimi e al Qaeda.  Dal 2014 sono parte della coalizione statunitense anti-ISIS in Siria e dal 2015 sono impegnati nella lotta contro Al Qaeda nella Penisola Araba in Yemen.

A differenza di altri Paesi dell’area, come l’Arabia Saudita, per gli Emirati non esiste differenza tra Islam moderato ed estremista, tra Al Qaeda e Fratellanza Musulmana. Prima della crisi degli anni ’90, la Fratellanza Musulmana godeva del supporto di più di un leader ed era accettata come parte del panorama sociale della federazione. Ma il conservatorismo sociale, la crescente assertività a livello politico e la convinzione che l’agenda del gruppo sia la formazione di uno “Stato Islamico” transnazionale, hanno contribuito a creare una crescente ostilità nei suoi confronti.

Quindi, quando le “Primavere Arabe” portano al rovesciamento dei governi autoritari di Ben Ali  in Tunisia e Mubarak in Egitto e all’emergere dei partiti islamici di Ennahda e della Fratellanza Musulmana, Abu Dhabi percepisce gli eventi come una minaccia allo status quo e interviene con Riadh a spegnere le rivolte in Bahrain; o ancora nel 2014, nonostante l’esplicito criticismo degli Stati Uniti, gli Emirati assieme all’Egitto conducono dei raid aerei contro le postazioni della Fratellanza Musulmana in Libia.

Il supporto dell’Arabia Saudita al partito islamico Islah, in Yemen, ha creato una frattura negli obiettivi strategici della coalizione. Le operazioni sono pianificate in maniera tale che l’esercito saudita si occupi del confine nord e delle operazioni aeree, mentre gli Emirati della parte meridionale e degli interventi di terra. Tuttavia, allo stato attuale, i sauditi supportano il progetto di uno Yemen federale ma unito; gli Emirati, invece, incoraggiano le velleità secessioniste delle fazioni del Sud.

Fonti e Approfondimenti:

http://www.affarinternazionali.it/2016/04/la-stagione-militare-degli-emirati-arabi/

http://www.agsiw.org/wp-content/uploads/2017/04/UAE-Security_ONLINE.pdf

https://www.reuters.com/article/us-usa-emirates-military/u-s-signs-new-defense-accord-with-gulf-ally-uae-idUSKCN18C1TN

http://time.com/4040220/uae-intervention-in-yemen/

http://www.mei.edu/content/article/yemen-s-war-reshapes-arab-gulf-armies

https://fas.org/sgp/crs/mideast/RS21852.pdf

https://www.oxgaps.org/files/analysis_ardemagni.pdf

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