Yemen: la tortuosa strada per la pace

di Beatrice Presutti

Nel giugno 2018 la Coalizione formata da Arabia Saudita, Emirati Arabi e Kuwait, e alleata del presidente Hadi, ha iniziato un assalto militare su Hodeida, città sulla costa occidentale dello Yemen occupata dai ribelli Houthi dal 2015. Il suo porto, snodo tra l’Oceano Indiano e il Mediterraneo, è il più importante del Paese: qui, difatti, entra l’80% delle importazioni e degli aiuti umanitari, ma con la città occupata da entrambi gli schieramenti, l’arrivo delle risorse necessarie per la sopravvivenza della popolazione è divenuto più difficile.

L’ulteriore aggravarsi della situazione in cui versa il Paese ha portato le Nazioni Unite a organizzare un incontro tra i rappresentanti degli Houthi e del governo yemenita, riconosciuto per definire un accordo di Pace. I negoziati, in stallo dal 2016, sono quindi ripresi a Stoccolma nel dicembre 2018.

L’accordo di Stoccolma

«I sincerly hope that we are living the beginning of the end of one of the biggest tragedies of 21st century» («spero vivamente che stiamo vivendo l’inizio della fine di una delle più grandi tragedie del ventunesimo secolo»), le parole del Segretario Generale dell’ONU, Antonio Guterres, a chiusura della settimana di colloqui negoziali di dicembre.

Antonio Guterres (Fonte:United States Mission Geneva)

I punti chiave sui quali si sono accordate le parti riguardano: il cessate il fuoco nel governatorato di Hodeida e il ritiro dei gruppi armati presenti in città sotto il coordinamento di una commissione formata da rappresentanti del governo e dei ribelli Houthi; lo scambio di alcune migliaia di prigionieri di guerra; l’impegno per formare una commissione a Taiz con l’obiettivo di raggiungere una distensione del conflitto all’interno della città.

Tuttavia, in tutti e tre gli snodi dell’accordo ci sono stati problemi di implementazione riconducibili a una causa comune: con lo scopo di trovare un punto di incontro tra le parti, l’accordo è stato formulato in maniera generica, se non ambigua. Emblematico è il riferimento dell’accordo a “forze di sicurezza locali” per l’amministrazione di Hodeida, che non specifica se con “forze locali” si riferisca ai ribelli Houthi o al governo del presidente Hadi.

La mera tecnicità degli accordi – che a detta di molti analisti mancano di una visione condivisa per la risoluzione del conflitto – è il sintomo di un problema più ampio. Questi sono stati strutturati sul quadro politico descritto da una Risoluzione ONU che risale al 2015, dunque anacronistica. La Risoluzione 2216 cita infatti alleanze non più esistenti ed esclude attori politico-militari nati successivamente. Ad esempio, questa si riferisce a Hadi come al presidente legittimo, nonostante oggi egli sia in realtà una figura debole priva della legittimità che aveva, invece, allo scoppio del conflitto.

Può quindi sorgere spontaneo chiedersi come mai gli accordi siano costruiti su quanto descritto da una risoluzione non aggiornata. È da sottolineare, a questo punto, come gli interessi contrastanti di alcuni membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite abbiano di fatto bloccato il progredire dell’azione politica dello stesso. Tra il 2015 e il 2018, sia Russia che Stati Uniti hanno imposto il veto in diverse circostanze: la prima si è rifiutata di condannare la fornitura di armi agli Houthi da parte dell’Iran, mentre i secondi si sono rifiutati di condannare i raid aerei da parte saudita.

(Fonte: USAID U.S. Agency for International Development)

L’emergenza umanitaria e le sfide del Paese

Con la liberazione del porto di Hodeida, le Nazioni Unite hanno agito al fine di risolvere il più immediato problema dell’accessibilità dei beni di prima necessità, sui quali la maggior parte della popolazione fa affidamento per sopravvivere. Ma se il problema dell’emergenza umanitaria è stato arginato da una parte, ha strabordato dall’altra. Da quando non si spara più a Hodeida, le morti di civili per arma da fuoco sono significativamente aumentate nel resto del Paese, e addirittura nelle città di Hajja– sul confine nord-occidentale con l’Arabia Saudita – e Taiz le vittime sono raddoppiate.

Ragionando in un’ottica di lungo termine, poi, si prospettano due principali sfide a cui dovrà far fronte la società yemenita per arginare l’emergenza umanitaria che minaccia il futuro del Paese: quella demografica e quella legata alla scarsità di risorse idriche.

Se nel 2000 lo Yemen contava circa 17 milioni di abitanti, oggi la popolazione sfiora i 30 milioni; ma, allo stesso tempo, lo Yemen è anche il Paese con il più basso numero di risorse idriche per persona. Ciò significa che nel lungo periodo questi due fattori renderanno drastiche le condizioni di vita degli yemeniti, a prescindere dal conflitto in corso.

L’attenzione sulla crisi umanitaria è stata rivolta finora alla guerra in sé per sé e alle sue vittime. Tuttavia, con l’accesso degli aiuti umanitari si va ad alleviare la situazione oggi, ma non si risolve il problema nel suo punto cruciale.

La guerra civile e le sfide della politica

Per capire alcuni tratti della società yemenita, e della guerra attuale, è importante ora dedicare una riflessione al modo di governare di Saleh, presidente prima dello Yemen del Nord sin dal 1978 e poi dello Yemen unito dal 1990 al 2011, e ucciso a Sana’a nel 2017.

Fin dal principio, la priorità di Saleh era stata quella di mantenere la propria posizione di potere. Per riuscirci, si avvalse del sostegno politico ed economico di attori rilevanti e si mosse per indebolire le fasce forti del Paese attraverso una politica di divide et impera. Questi due elementi, insieme, hanno portato privilegi ad alcuni cittadini e hanno tolto diritti ad altri, creando risentimenti e divisioni a livello del tessuto sociale interno.

Innanzitutto, quella che era una pacifica convivenza tra le due principali comunità religiose (salafita sunnita e sciita zaidita) si è trasformata in marcata ostilità. Nei primi anni Duemila Saleh aveva iniziato a finanziare la diffusione dell’una a scapito dell’altra per ricevere il sostegno politico ed economico di Riyadh. Inoltre, per ottenere i finanziamenti statunitensi nel periodo a ridosso del crollo del muro di Berlino, Saleh aveva cercato di escludere dalla rappresentanza politica il Sud del Paese, sostenuto fino a pochi anni prima dall’Unione Sovietica. Infine, per ottenere il sostegno di alcune delle fasce più forti del paese, l’ex presidente aveva concesso favoritismi ad alcune tribù lasciandone ai margini altre. La frammentazione del tessuto sociale ha vissuto poi un’escalation durante gli ultimi anni della guerra civile, aggravata anche in questo caso dall’ingerenza di potenze internazionali.

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Sana’a Old City, 2007 (Fonte: Flickr)

Al momento sono presenti tre principali forze in campo. La prima è costituita dalle organizzazioni legate al terrorismo internazionale, Stato Islamico (IS) e Al-Qaeda nella Penisola Arabica (AQAP), che occupano piccole zone, principalmente al centro-sud del Paese. La seconda è costituita dal gruppo armato di ribelli Houthi, stanziati nella costa occidentale e sostenuti politicamente ed economicamente dall’Iran. La terza forza controlla il resto del Paese ed è il frutto di una collaborazione “anti-Houthi” tra due realtà notoriamente ostili: l’esercito lealista del presidente Hadi e le forze separatiste del Sud. Il primo riceve il sostegno di Arabia Saudita, Kuwait e Stati Uniti, mentre i secondi sono appoggiati dagli Emirati Arabi Uniti.Per risanare una convivenza pacifica tra le diverse anime che compongono la popolazione yemenita è necessario tenere in considerazione la complessità del tessuto sociale del Paese.

Continuare a ignorare l’esistenza di alcune realtà, come nel caso di Al Qaeda, e continuare a negare la rappresentanza ad alcuni attori, come per i Secessionisti del Sud, non farebbe altro che alimentare la politica del divide et impera. La tortuosa strada per la pace in Yemen non potrà prescindere dal capire l’identità degli attori in scena e le loro istanze.

Fonti e approfondimenti:

The Swedish Institute of International Affairs, Prospects for Peace in Yemen https://player.fm/series/the-ui-podcast/prospects-for-peace-in-yemen

The New York Times, This is the front line of Saudi Arabia’s invisible war, 20/10/2018 https://www.nytimes.com/interactive/2018/10/20/world/middleeast/saudi-arabia-invisible-war-yemen.html

Limes, Tregua a Hudayda, arrivano gli osservatori Onu, 19/12/2018 http://www.limesonline.com/yemen-tregua-a-hudayda-arrivano-gli-osservatori-onu/110338

Limes, La fragile tregua in Yemen, 10/01/2019 http://www.limesonline.com/la-fragile-tregua-in-yemen-non-durera/110660

Limes, Nella guerra in Yemen, Hudayda resta irrinunciabile, 14/02/2019 http://www.limesonline.com/yemen-hudayda-huthi-arabia-saudita-usa-iran-washington-congresso/111154

ISPI, “Yemen: diplomazia e milizie”, Focus Mediterraneo Allargato n.9, 01/03/2019 https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/yemen-diplomazia-e-milizie-22355

Indicatori di sviluppo mondiale, https://www.google.it/publicdata/explore?ds=d5bncppjof8f9_&met_y=sp_pop_totl&hl=it&dl=it#!ctype=l&strail=false&bcs=d&nselm=h&met_y=sp_pop_totl&scale_y=lin&ind_y=false&rdim=region&idim=country:YEM&ifdim=region&tdim=true&hl=it&dl=it&ind=false

H. Lackner, Why Yemen Matters?, Saqi Books, July 15, 2014

K. A. Mahdi, A. Wurth, H. Lackner, Yemen into twenty-first century, Ithaca Press, March 1, 2017

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