Il ritrovato ruolo della Russia in Medio Oriente

Durante la presidenza Yeltsin, tra l’espansionismo della NATO nell’Europa Orientale e il disastroso stato delle finanze di Stato, la neonata Russia è rimasta ai margini della scena mediorientale. Tuttavia l’elezione di Putin nel 2000 ha segnato un rinnovato attivismo nella regione, culminato con l’intervento in Siria del 2015. Vediamo dunque quali sono gli attori coinvolti e i canali di espansione dell’influenza russa.

Gli alleati regionali della Russia

Sebbene l’Europa rimanga il principale polo d’attrazione della sua politica estera, il Cremlino è apparso determinato ad espandere la propria influenza e riportare il Paese nella lega delle grandi potenze. In tal senso, il Medio Oriente ha presentato una serie di opportunità, prima fra tutte il relativo vuoto di potere lasciato dagli Stati Uniti all’indomani delle Primavere Arabe.

Inoltre, l’estremo pragmatismo che caratterizza la diplomazia russa, privo dei vincoli ideologici e istituzionali tipici delle democrazie occidentali, le ha reso possibile intessere una rete di relazioni con diversi attori nella regione. Mosca, in altre parole, ha preferito alle alleanze permanenti degli Stati Uniti, una politica di cooperazione più fluida e modellata sulle priorità del momento.

Ad esempio, l’alleanza con la Turchia, fiorita nel post guerra fredda, non le ha impedito di supportare i curdi in Iraq e Siria. In rottura con la tradizione sovietica, ha allacciato relazioni amichevoli anche con Israele, e l’appoggio ad al-Sisi, dopo il colpo di stato del 2013, ha inaugurato una nuova fase di partnership tra Russia ed Egitto. L’intervento in Siria, poi, ha da un parte permesso di salvare un alleato di vecchia data quale il regime di Assad; dall’altra, ha aggiunto una dimensione politica e militare alla già esistente cooperazione economica con Tehran. Infine, a dispetto delle tensioni Iran-Arabia Saudita, Putin è riuscito ad aprirsi un varco nella compagine del Golfo, come emerso dall’incontro dello scorso ottobre con re Salman.

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L’intervento in Siria

Lo scorso 11 dicembre, Putin ha potuto annunciare il ritiro delle truppe russe dalla Siria, con la consapevolezza di aver dato nuovo lustro all’immagine del Paese nella regione. Nel settembre 2015, la Russia aveva lanciato infatti una campagna aerea con il dichiarato scopo di contrastare le posizioni ISIS in Siria e stabilizzare la posizione del regime Assad; entrambi gli obiettivi sono stati raggiunti con successo.

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Dal punto di vista geopolitico, la Siria, permette di avere un accesso al Mediterraneo con le basi militari di Tartus e Latakia,  e crea un asse di Paesi alleati che va dall’Iran all’Egitto, passando per l’Iraq e le postazioni curde a nord ed est.

A livello militare, Mosca ha potuto testare e affinare la propria capacità di sostenere uno sforzo bellico a distanza, facendo affidamento sull’aviazione e la marina per il trasporto delle truppe e dei rifornimenti. Inoltre, a differenza degli interventi in Cecenia, Georgia e Ucraina, la Siria poneva la sfida di gestire considerevoli differenze culturali e linguistiche sia con gli avversari che con gli alleati. Infine,  in un periodo di modernizzazione dell’apparato militare nazionale, è stato possibile sperimentare sul campo più di 160 tipi di nuove armi.

Le ambizioni del Cremlino sono emerse anche in ambito diplomatico. Dopo il generale insuccesso dei negoziati di Ginevra iniziati nel giugno 2012, lo scorso gennaio la Russia ha lanciato assieme a Turchia e Iran, un nuovo processo diplomatico ad Astana, in Kazakhstan. I nuovi negoziati hanno reso possibile, per la prima volta, l’incontro tra una rappresentanza dell’opposizione e una delegazione del regime siriano.

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Diplomazia nucleare

La necessità di far fronte al crescente fabbisogno energetico di una popolazione in crescita e di ridurre la dipendenza dal petrolio hanno procurato a Rosatom, il gigante nucleare sotto l’egida statale russa, una serie di accordi con i Paesi MENA. Nonostante l’utilizzo delle risorse energetiche per sbilanciare gli equilibri geopolitici in proprio favore sia una dinamica consolidata della politica estera russa, questo assume significati nuovi  in relazione all’energia nucleare e alle specificità del contesto mediorientale.

La prima implicazione è una reciproca dipendenza a lungo termine, come emerge guardando alle scadenze degli accordi sul nucleare: nel 2014, al-Sisi ha finalizzato con la Russia un accordo per la costruzione di una centrale nucleare e quattro reattori, che saranno attivi dal 2022; la Giordania, a sua volta ha concluso un accordo con Rosatom nel 2013 per l’entrata in funzione di una centrale dal 2022; nel 2010 la Turchia, già dipendente dalla Russia per l’export di gas, ha pianificato la costruzione di una centrale nucleare che dovrebbe entrare in funzione nel 2033.

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La seconda implicazione importante è la possibilità di sfruttare a proprio vantaggio le insicurezze dell’Occidente riguardo un Medio Oriente nucleare. L’opposizione all’arricchimento indigeno di uranio è legata infatti alla profonda instabilità della regione e al rischio di proliferazione di armi nucleari tra attori non statali.

Export di armi

Un altro rilevante strumento di proiezione dell’influenza russa nell’area è la vendita di armi. Negli anni dopo il collasso dell’Unione Sovietica, l’export militare ha sofferto delle privatizzazioni durante il governo Yeltsin, e della perdita del mercato iracheno nel 2003 e di quello libico nel 2011.

Tuttavia, dal 2011, il flusso di armi verso la regione mediorientale è aumentato sensibilmente, raggiungendo il 36% dell’export globale russo nel 2015. Non solo Mosca ha recuperato un posto nel mercato iracheno ed egiziano, ma ha guadagnato l’attenzione degli acquirenti del Golfo. L’Arabia Saudita e gli Emirati, infatti, stanno muovendo verso una rapida militarizzazione a sostegno di una strategia nazionale sempre più indipendente dagli Stati Uniti.

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Se da un lato l’intervento in Siria ha dato una prova tangibile della qualità dell’industria militare russa, dall’altro, Mosca ha risposto alle carenze e ai ritardi nella fornitura militare statunitense. Ad esempio, nel 2011, il Bahrain si è rivolto alla Russia dopo che gli Stati Uniti avevano sospeso il trasferimento di armi in risposta alla repressione delle proteste popolari.

Conclusioni

Sebbene, come abbiamo visto, la Russia disponga di alcuni importanti strumenti per espandere la propria presenza in Medio Oriente, resta da capire se un eventuale progetto politico a lungo termine nella regione sia sostenibile.

Innanzitutto, l’influenza degli Stati Uniti rimane nettamente superiore a livello economico e militare, anche alla luce della crisi finanziaria e delle sanzioni, di cui è vittima l’economia russa. Inoltre, l‘egemonia statunitense gode di un’ampia base di soft power nel mondo arabo: media, ONG, think tank, etc.

Infine, le discrepanze sul futuro della Siria, episodi come la crisi diplomatica con la Turchia del 2015, l’ambivalenza dei rapporti tra Paesi del Golfo e Iran, il recente ritorno di scena del conflitto arabo – israeliano, lasciano una serie di quesiti aperti circa la resilienza delle alleanze del Cremlino.

Fonti e Approfondimenti:

https://www.chathamhouse.org/expert/comment/arms-exports-add-russia-s-tools-influence-middle-east

http://www.epc.eu/pub_details.php?cat_id=3&pub_id=7455&year=2017

https://www.rand.org/pubs/perspectives/PE236.html

https://worldview.stratfor.com/article/syria-russian-military-found-ultimate-testing-ground

http://carnegieendowment.org/files/03-25-16_Trenin_Middle_East_Moscow_clean.pdf

 

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