Petrolio e alleanze: chi guadagna dalla crisi ucraina

@The Kremlin - Wikimedia Commons

Sulla sponda araba del Golfo la crisi ucraina rappresenta un’occasione per dimostrare all’Occidente, che il petrolio e i Paesi che lo esportano sono ancora necessari.

Nonostante non abbiano preso una posizione netta contro la Russia, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti sono infatti tra i pochi in grado di fornire greggio a basso costo, grazie alle loro immense capacità di estrazione. Chi vuole attingere a questa preziosa risorsa deve però rinunciare alle critiche contro quelli che sono de facto i governanti dei due Paesi, ovvero Mohammed bin Zayed ad Abu Dhabi e Mohammed bin Salman a Riyadh. Ma se per i due sovrani l’invasione dell’Ucraina è un modo per ribadire la propria posizione sullo scacchiere internazionale, per altri Paesi della Regione può significare la fame e il dimenticatoio.

In equilibrio tra le alleanze

Di fronte all’invasione dell’Ucraina, la reazione dei Paesi del GCC è stata piuttosto fredda. Il 2 marzo le sei monarchie hanno votato a favore di una risoluzione non vincolante dell’Assemblea Generale delle Nazione Unite che chiedeva il cessate il fuoco e il ritiro delle truppe, ma senza prendere una posizione netta. In particolare, gli Emirati Arabi Uniti hanno preferito astenersi dal votare una risoluzione simile a quella appena citata in sede del Consiglio di Sicurezza. 

La riluttanza da parte dei Paesi di Golfo a esprimere una condanna diretta e intraprendere azioni concrete è comprensibile alla luce degli stretti rapporti con Mosca. La Russia è infatti un partner commerciale e un investitore strategico in materia di cooperazione tecnico-industriale e diversificazione economica. Schierarsi esplicitamente a favore dell’Ucraina metterebbe a rischio queste proficue collaborazioni. 

Nonostante la crisi ucraina abbia costretto i Paesi del GCC a un gioco di equilibrismo tra la Russia e i Paesi NATO (altri alleati irrinunciabili), l’incertezza energetica che ne è conseguita potrebbe costituire un vantaggio non da poco.

Chi controlla i pozzi controlla i prezzi

Già a partire dalla fine del 2021, il costo del greggio è andato progressivamente ad aumentare. Lo scoppio della crisi ucraina ha portato con sé il rischio che gli 8 milioni di barili forniti giornalmente dalla Russia scompaiano dal mercato. Di conseguenza, il prezzo del greggio è salito a livelli record, arrivando il 7 marzo a 140 dollari al barile, una cifra mai vista dopo la crisi finanziaria del 2018. Il recupero delle economie globali dopo due anni di crisi sanitaria ha però bisogno di idrocarburi a un prezzo contenuto. 

Nel breve termine, l’unica soluzione per rimediare all’aumento dei prezzi e colmare il vuoto lasciato dalla produzione russa è ricorrere alla spare capacity, ovvero il potenziale produttivo non impiegato. All’interno del gruppo OPEC+ ci sono però solo due Paesi in grado di aumentare rapidamente la propria produzione attingendo alle riserve non utilizzate: l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti. Abu Dhabi ha dimostrato la propria capacità di influenzare i prezzi abbassando il costo del greggio del 13% nel giro di pochi giorni, la singola riduzione più grande negli ultimi due anni. 

L’operazione emiratina non è stata però dettata da un impeto di solidarietà. Implicitamente, Abu Dhabi ha infatti voluto lanciare un messaggio ai propri alleati occidentali, primi tra tutti gli Stati Uniti: non sottovalutare e non ignorare i Paesi produttori di petrolio, perché sono ancora essenziali

«Simply, I don’t care»… o forse sì?

Ancora più di Abu Dhabi, è Riyadh ad aver trovato nella crisi energetica conseguente all’invasione dell’Ucraina un’occasione d’oro. In particolare, Mohammed bin Salman può approfittare della sete di petrolio per stabilizzare la propria posizione. Da circa tre anni, il principe ereditario è stato emarginato dalla comunità internazionale: emblematico è stato il rifiuto del Presidente statunitense Joe Biden di trattare con quello che ormai è il sovrano de facto del Paese (re Salman ha infatti un ruolo limitato a causa dell’età e delle precarie condizioni di salute) a seguito delle prove del suo coinvolgimento nell’omicido del giornalista Jamal Khashoggi nel 2018.

Intervistato da The Atlantic, l’erede al trono saudita ha dichiarato candidamente di non essere assolutamente interessato alle critiche degli alleati occidentali. Abusi, sparizioni degli oppositori e altre violazioni dei diritti umani sono affari interni alla monarchia e chi vuole il petrolio saudita deve adeguarsi. A ribadire questo concetto, il 12 marzo, in corrispondenza con la visita del Primo ministro britannico Boris Johnson a Riyadh, la monarchia saudita ha superato il proprio record nelle esecuzioni di massa, condannando a morte 81 persone in un solo giorno. Di questi, 41 erano sciiti della regione di Qatif (la maggior parte degli abitanti delle province orientali dell’Arabia Saudita, ovvero le zone con maggiori riserve petrolidere, appartiene a questa branca dell’Islam). Il giorno precedente erano state giustiziate altre tre persone. 

Tutta questa spavalderia nasconde però una necessità impellente: il nipote del fondatore della monarchia saudita ha bisogno di essere riconosciuto dalla comunità internazionale come l’interlocutore ufficiale del proprio Paese. Quando arriverà il momento di succedere al padre (diventando quindi il primo membro della terza generazione degli al-Sa’ud a salire al trono), dovrà assicurarsi di avere legami solidi con i propri alleati occidentali, dai quali dipende, tra l’altro, per l’importazione di armi (le stesse che sono utilizzate contro il popolo yemenita). Per riabilitare la propria posizione agli occhi della comunità internazionale, MBS ha quindi deciso di giocare la carta delle risorse energetiche

E tutti gli altri? 

Mentre i Paesi produttori di petrolio possono celebrare la condanna internazionale nei confronti di Mosca come una chance per aumentare le proprie entrate e consolidare i rapporti con alleati strategici, per il resto del Medio Oriente questa crisi significa (ulteriore) insicurezza alimentare

Come già detto, la carenza di prodotti cerealicoli sta andando a colpire Paesi già interessati da instabilità sociale, povertà diffusa, crisi economica e, in certi casi, conflitto aperto. La mancata o errata gestione della potenziale crisi alimentare da parte delle autorità competenti non farà altro che inasprire questi fenomeni. 

In aggiunta, nonostante l’iperconnessione globale e la rapidità con la quale è possibile trasmettere e ricevere informazioni, l’opinione pubblica internazionale sembra aver dimenticato gli scenari di guerra, crisi umanitaria e violenza che interessano il mondo esterno al cosiddetto “Occidente”.

 

Fonti e approfondimenti

Madawi al-Rasheed, Saudi Arabia mass executions: How MBS is thumbing his nose at the West, Middle East Eye, 18/03/2022 

Eleonora Ardemagni, Il Golfo nella crisi Russia-Ucraina: reazioni, interessi, scenari, ISPI, 03/03/2022 

Alain Gresh, Saudi Arabia and the United Arab Emirates: a risky balancing act, OrientXXI, 22/03/2022 

David Hearst, Russia-Ukraine: Putin’s war means Mohammed bin Salman has Biden over a barrel, Middle East Eye, 15/03/2022 

Massimo Lombardini, Oil shock in arrivo: che fare?, ISPI, 25/03/2022 

Reuter, You still need us, UAE tells US as it flexes Gulf oil muscles, Middle East Monitor, 10/03/2022 

Jean-Pierre Sereni, La tempête sur les prix agricoles menace les pays arabes, OrientXXI, 15/03/2022 

Seymanur Yont, The war in Ukraine has an economic domino effect fuelling global social unrest, Middle East Monitor, 14/02/2022 

 

Editing a cura di Elena Noventa

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