L’influenza di Mosca in Africa e il conflitto russo-ucraino

Africa e il conflitto russo-ucraino
@The Kremlin, Moscow - Wikimedia commons - CC BY 4.0

Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, iniziata il 24 febbraio, non si è fatta attendere la condanna dell’Unione africana e della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale. Eppure, il 2 marzo, alla sessione straordinaria dell’Assemblea generale dell’ONU, indetta per votare la mozione di condanna dell’aggressione, l’Africa si è mostrata divisa. Rispetto alle altre aree geografiche, dove la percentuale di adesione alla risoluzione si è attestata generalmente sopra il 90%, in Africa subsahariana è stata del 51%.   

Secondo alcuni studiosi, il conflitto russo-ucraino nel continente sta riproponendo linee di frattura che in molti casi affondano le radici nel periodo della Guerra fredda. Molti dei 24 Paesi che si sono astenuti o non hanno preso parte al voto vantano importanti legami militari, ideologici ed economici con Mosca. È il caso, ad esempio, di Sudafrica, Angola, Mozambico, Mali e Sudan. Così come dell’Eritrea che, schierandosi al fianco di Russia, Bielorussia, Siria e Corea del Nord, è stata l’unico Paese africano ad aver votato contro la mozione. Dall’altro lato, tra i 25 Stati che hanno appoggiato la risoluzione, alcuni sono annoverati tra le democrazie più stabili del continente – Botswana, Ghana e Capo Verde – mentre altri, come Mauritania e Ruanda, sono importanti alleati dell’Occidente. 

La presenza russa in Africa ha radici lontane

Supportare le lotte per la liberazione nazionale e il progresso sociale era identificato dalla Costituzione dell’URSS come uno degli obiettivi primari di politica estera. Nel continente, fu l’Africa australe la regione maggiormente interessata dall’influenza politica e militare sovietica. Se gli Stati Uniti sostenevano il “bastione bianco”, composto da Rhodesia del Sud e Sudafrica, l’URSS appoggiava l’opposizione armata del Congresso nazionale africano (ANC) in Sudafrica, dell’Organizzazione popolare dell’Africa del Sud-Ovest in Namibia, del Fronte di liberazione nazionale del Mozambico e del Movimento popolare di liberazione dell’Angola

Con la dissoluzione dell’URSS, nel 1991, l’Africa perse rilevanza per la Federazione russa, che internamente affrontava difficoltà socioeconomiche. Chiusero ambasciate, consolati, centri culturali e si conclusero molti dei progetti di aiuto nati in epoca sovietica. Fu solo alla fine degli anni Novanta, con Evgenij Primakov, prima ministro degli Esteri e poi Primo ministro, che la Russia, aspirando a ritornare un attore di peso nello scacchiere internazionale, ricominciò ad acquisire influenza nella regione, fornendo assistenza tecnicomilitare e aiuti allo sviluppo

Una politica proseguita nei primi anni Duemila anche da Vladimir Putin e rafforzata a seguito dell’isolamento e delle sanzioni occidentali dovuti all’annessione della Crimea, nel 2014. Mosca rispose cercando nuovi alleati e riallacciando definitivamente i fili di epoca sovietica che la legavano al continente africano. Tappa fondamentale fu, nel 2019, il primo summit Africa-Russia a Sochi, dove presenziarono 43 capi di Stato del continente. Enfatizzando la difesa della sovranità statale e la volontà russa di garantire accordi commerciali e aiuti allo sviluppo senza condizioni politiche, Putin rafforzò i legami politici, militari ed economici con molti Paesi africani. 

La Russia ha saputo capitalizzare sulla frustrazione delle popolazioni locali nei confronti delle operazioni militari antiterroristiche statunitensi e francesi, considerate fallimentari, come, per esempio, nella fascia del Sahel. A questi Paesi, Mosca ha proposto il proprio modello di sicurezza, basato, in molti casi, su sostegno ai regimi autoritari, dispiegamento di contractors, accordi di cooperazione militare e vendita di armi. Ad oggi, il 49% delle importazioni africane di equipaggiamenti militari proviene dalla Russia, mentre il numero di accordi di cooperazione militare cresce di anno in anno: solo a Sochi ne sono stati siglati 34. Non sono da meno i legami commerciali: dal 2015, secondo Afreximbank, il volume degli scambi russo-africani è cresciuto mediamente del 15% l’anno. Tra i mercati più promettenti spicca quello energetico: in Ghana, Nigeria e Ruanda, ad esempio, l’azienda russa Rosatom propone il nucleare come soluzione alla mancanza cronica di elettricità, mentre Lukoil e Gazprom investono nei settori del gas e del petrolio, soprattutto nel Golfo di Guinea. 

L’ombra del gruppo Wagner

Un gruppo per Mosca inesistente, ma che ha profondi legami con il Cremlino, di cui persegue gli interessi nel continente e in altre aree del mondo. I mercenari Wagner sono la risposta russa alla richiesta di maggiore sicurezza da parte dei governi africani, di fronte a politiche militari occidentali considerate fallimentari. La loro presenza, spesso, anticipa la firma di accordi ufficiali di cooperazione militare tra la Russia e Paesi caratterizzati da conflittualità interna come Repubblica Centrafricana, Mozambico e Mali

In cambio dei servizi del gruppo – formazione dei militari locali, protezione degli esponenti governativi, fornitura di armi e lotta ai gruppi insurrezionali -, compagnie private, come Lobaye Invest e M Invest, ottengono concessioni minerarie a beneficio del governo russo. Ne è un esempio l’accordo di cooperazione militare che ha garantito a Mosca l’accesso ai depositi centrafricani di diamanti, oro e uranio, in cambio del supporto dei mercenari alle forze fedeli al presidente, Faustin-Archange Touadéra, nella lotta contro diversi gruppi ribelli.

Lo scorso anno, nella capitale centrafricana, Bangui, è stata eretta la statua di alcuni militari russi, un ringraziamento per aver difeso la città dai ribelli della Coalizione dei patrioti per il cambiamento, che rifiutava il risultato delle elezioni presidenziali del 2020. Negli ultimi due mesi, Touadéra non ha abbandonato l’alleato russo, appoggiando il riconoscimento delle repubbliche separatiste di Donetsk e Luhansk e astenendosi dal voto dell’Assemblea generale. Pochi giorni dopo, per le strade di Bangui, la popolazione ha manifestato il proprio sostegno alla Russia. 

Due casi studio significativi

Alla luce del posizionamento nel contesto del conflitto russo-ucraino, Sudafrica ed Eritrea costituiscono due casi studio esemplificativi per approfondire i rapporti coltivati dalla Russia in passato e rinnovati recentemente a partire da Sochi. Per questo, ora approfondiamo i legami che questi due Paesi hanno costruito negli anni con Mosca.

L’ambiguo posizionamento del Sudafrica

La scelta del Sudafrica di astenersi dal voto dell’Assemblea generale non desta particolare stupore, se si considera la tradizione di non-allineamento e neutralità che ne ha orientato l’azione diplomatica sin dai tempi di MandelaD’altra parte, il Sudafrica ha con il Cremlino un rapporto speciale. Sin dagli albori della lotta contro il regime di apartheid, appoggiato dalle potenze occidentali, il principale sostegno all’ANC proveniva da Mosca, nella forma di finanziamenti, addestramento militare e armi.

L’amicizia tra la Russia e l’ANC si consolidò dopo le elezioni del 1994, che portarono al governo il movimento di liberazione e sugellarono la fine dell’apartheid. Alla fine degli anni Novanta e nei primi anni Duemila, i due Paesi siglarono importanti accordi commerciali e militari. L’adesione del Sudafrica nel 2011 al gruppo dei BRIC non solo accrebbe l’afflato globalista di Pretoria, aprendo il Paese a nuovi investimenti e accordi di cooperazione economica, ma testimoniò altresì un’intesa di politica estera con Mosca e Pechino, insieme all’impegno condiviso per una riforma dell’ordine internazionale in senso multipolare. Il Sudafrica diede prova dell’importanza del rapporto con Mosca quando nel 2014 decise di astenersi dal denunciare l’annessione della Crimea. 

Dopo il voto dello scorso marzo, la ministra degli Esteri, Naledi Pandor, ha giustificato l’astensione sostenendo che l’obiettivo di Pretoria è promuovere la pace e non prendere le parti di una fazione o dell’altra. Il Sudafrica, aderendo al principio cardine della sua politica estera, la quiet diplomacy, non intende quindi compromettere le buone relazioni coltivate nel tempo con i due Paesi e si appella ad ambo le parti perché abbandonino le ostilità e si siedano al tavolo dei negoziati

Ramaphosa ha in qualche modo giustificato le azioni di Mosca, affermando in Parlamento che: «La guerra poteva essere evitata se la NATO avesse ascoltato, negli anni, gli avvertimenti dei propri leader e ufficiali sul fatto che un’espansione a Est avrebbe prodotto maggiore, e non minore, instabilità nella regione». Ha aggiunto, però, che: «Il Sudafrica non può condonare l’uso della forza e la violazione delle leggi internazionali».  

Perché l’Eritrea difende Putin?

La posizione dell’Eritrea rispetto al conflitto in Ucraina può essere in parte spiegata ricordando la storia recente del Paese e di come si sia guadagnato la fama di Stato bellicoso. Dall’indipendenza dall’Etiopia nel 1993, l’Eritrea è stata coinvolta in dispute con tutti i suoi vicini: Yemen (1995), Etiopia (1998-2000), Sudan (2000-2002) e Gibuti (2008). Attualmente, contingenti militari eritrei sono dispiegati nel Tigray, a sostegno del governo federale etiope e delle forze regionali amhara, impegnati a contrastare la ribellione del Fronte popolare di liberazione del Tigray. La copertura offerta da Mosca e Pechino in seno al Consiglio di sicurezza ha inibito ogni tentativo dell’ONU di intervenire nel conflitto. Questo favore può dirsi contraccambiato dal momento che la delegazione etiope non si è presentata alla votazione sull’invasione dell’Ucraina, mentre quella eritrea è stata tra le pochissime a esprimersi contro la mozione.

La decisione di opporsi alla condanna della Russia, secondo le dichiarazioni eritree, è stata presa in risposta alle sanzioni unilaterali occidentali, giudicate uno strumento «illegale e controproducente», che «danneggia persone innocenti e ostacola il percorso della pace». Si tratta altresì di un voto che testimonia il burrascoso passato con la comunità occidentale e, in particolare, che è memore delle sanzioni subite per il supposto appoggio ad Al-Shabaab in Somalia. Varate nel dicembre 2009, sotto pressione politica etiope e statunitense, le sanzioni furono ritirate solo nel 2018, dopo che per anni non furono trovate prove sostanziali per sostenere l’accusa. 

Per parte sua, la Russia ha spesso legittimato l’aperto sostegno a regimi dittatoriali con forti connotazioni antioccidentali, come quello di al-Bashir in Sudan e Afewerki in Eritrea, mediante l’adesione al principio delle “soluzioni africane per i problemi africani”. Nel tentativo di rafforzare la presenza russa sul Mar Rosso, nell’agosto del 2018, il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, si è incontrato con la sua controparte eritrea, Osman Saleh, per discutere di accordi di estrazione mineraria e progetti infrastrutturali. Tra le proposte si è menzionata la possibilità di costruire una base logistica russa in un porto eritreo, ma l’ipotesi è finora rimasta sulla carta, messa in ombra nel 2020 dall’accordo per una base navale russa in Sudan. 

Verso San Pietroburgo 2022

Come abbiamo visto, il rinnovato interesse russo per il continente è alimentato da diversi fattori: la volontà di sfruttare il vuoto di potere generato dal disimpegno francostatunitense, il ruolo di stabilizzatore assunto recentemente in contesti come Mali e Repubblica Centrafricana grazie ai mercenari Wagner, i legami militari, politici ed economici e gli accordi energetici e minerari. Grazie a questa combinazione di diplomazia, finanziamenti, armi e mercenari, Mosca sta creando terreno fertile per coltivare vecchie e nuove amicizie

Il voto sull’invasione ucraina ha dimostrato che la strategia russa in Africa sta dando i suoi frutti e che, agevolata dalla crescita del soft power, essa garantisce a Mosca una certa copertura politica nei consessi internazionali. La Russia guadagna consensi nel continente, presentandosi come una potenza senza passato coloniale, contrapposta all’Occidente, e che all’interesse per la difesa dei diritti umani antepone questioni di stabilità politica e convenienza economica. Al contempo, i media russi, sempre più diffusi in Africa, sono coinvolti in campagne di disinformazione che colpiscono i Paesi occidentali e diffondono notizie favorevoli al Cremlino. 

Di fronte all’isolamento e alle sanzioni occidentali, Mosca cerca, ancora una volta, nuovi alleati. Molte imprese russe stanno già valutando la possibilità di incrementare commercio e investimenti nel continente africano e, nonostante il conflitto, l’organizzazione del prossimo summit Africa-Russia, previsto per novembre a San Pietroburgo, procede spedita. Sarà l’occasione per Mosca per mostrare apertamente quanto è riuscita, negli ultimi anni, ad acquisire influenza in questa regione. 

 

 

 

Fonti e approfondimenti

Africanews, “Pro-Russia protesters rally in Central African Republic”, 05/03/2022. 

Aljazeera, “S Africa’s Ramaphosa: NATO to blame for Russia’s war in Ukraine”, 18/03/2022.

Arkhangelskaya Alexandra, Shubin Vladimir, 2013. “Russia’s Africa Policy”, South African Institute of International Affairs, Occasional Paper n. 157, Global Powers and Africa Programme. 

Barabanov Ilya, “Ukraine conflict: How Russia forged closer ties with Africa”, BBC, 27/02/2022. 

BBC, “Wagner Group: Why the EU is alarmed by Russian mercenaries in Central Africa”, 19/12/2021. 

Calland Richard, “Why is South Africa not condemning Russia’s invasion of Ukraine”, Mail & Guardian, 02/03/2022. 

Gottschalk Keith, “History may explain South Africa’s refusal to condemn Russia’s invasion of Ukraine”, The Conversation, 11/03/2022. 

Mutambo Aggrey, “17 African countries abstain from UN vote to condemn Russia Invasion”, The East African, 03/03/2022. 

Parens Raphael, “The Wagner Group’s Playbook in Africa: Mali”, Foreign Policy Research Institute, 18/02/2022. 

Ramani Samuel, “Russia Has Big Plans for Africa. America Must Push Back – Without Getting Dragged In”, Foreign Affairs, 17/02/2022.  

Reda Getachew, “Ethiopia: Isaias Afewerki and Abiy Ahmed framed through the prism of Ukraine conflict”, The Africa Report, 15/03/2022. 

Russia Briefing, “Russia’s Increasing Trade Ties With Africa”, 28/10/2021. 

Siegle Joseph, “Strategic implication for Africa from Russia’s invasion in Ukraine”, Africa Center for Strategic Studies, 09/03/2022.  

Siyabonga Mkhwanazi, “Naledi Pandor calls for peaceful solution in Ukraine”, Independent Online, 04/03/2022. 

Walsh Declan, Eligon John, “Shunned by others, Russia finds friends in Africa”, The New York Times, 03/03/2022. 

 

 

 

Editing a cura di Beatrice Cupitò

 

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