Sudan: molto più di una rivolta per il pane

di Valeria Ferrari

È ormai da più di una settimana che in diverse città del Sudan è esplosa una protesta contro l’aumento del prezzo del pane, della benzina e di altri beni di prima necessità che ha pian piano assunto tratti antigovernativi. In molti l’hanno, ingiustamente, definita “The bread protest”, ma stavolta queste manifestazioni, a differenza di altre avvenute negli anni passati, vanno ben oltre l’aumento del prezzo del pane, perché riguardano la volontà, come sostiene la maggior parte dei sudanesi, di cambiamento di un intero sistema fondato su crudeltà e ingiustizia che si è protratto durante i 30 anni di governo di Omar Al-Bashir; un cambiamento che deve provvedere al miglioramento delle condizioni economiche e di vita sia dei i cittadini stessi che delle generazioni future. 

I manifestanti hanno iniziato a scendere in piazza il 19 Dicembre ad Atbara, una città a nord-est del Paese, non molto lontana dalla capitale Khartoum. In pochi giorni le proteste si sono diffuse a macchia d’olio ad altre città del Sudan coinvolgendo innanzitutto Khartoum, ma anche Gadaref, Um Rawabah, Port Sudan e molte altre. 

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Fonte: Twitter

I cittadini scesi in piazza, sebbene inizialmente non facenti capo a nessun movimento preciso, si stanno ora organizzando, trovando anche l’appoggio di alcuni partiti politici d’opposizione quali Democratic Unionist e Umma (o Partito della Nazione) – quest’ultimo guidato da Sadiq al-Mahdi, ex primo ministro sudanese.  

Tra i manifestanti molti sono studenti, insegnanti, avvocati e medici. Lunedì 24 molti di questi medici, che fanno parte dell’Independent Central Doctors’ Committed – affiliato con l’Independent Sudanese Professionals’ Association – hanno indetto uno sciopero nazionale destinato a perpetuarsi e a coinvolgere molte altre figure professionali. 

Perché le persone stanno protestando?

L’aumento dei prezzi del pane e della benzina è stato inizialmente la motivazione principale dello sciopero: nell’ultimo anno il prezzo dei beni di prima necessità è raddoppiato se non addirittura triplicato – ad esempio il pane è passato da costare 1 SDG (dollaro sudanese) a 3 SDG (quindi da circa 0,02 $ a 0,06$) e i pomodori da 7 a 14 SDG. 

Tutto questo è solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso, un vaso colmo di malcontento generale per il governo in carica guidato da Omar Al-Bashir e per le sue politiche che hanno portato il Paese, negli anni, a impoverirsi sempre di più. 

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Fonte: Twitter

L’inflazione è arrivata al 70% e la moneta locale si è andata nel tempo svalutando, basti pensare che se a inizio 2018 1$ equivaleva a 30 SDG, ora equivale a 60 SDG. Il mercato nero ha preso sempre più piede per il cambio della valuta rispetto a quello ufficiale gestito dalle banche e a poco sono servite le dichiarazioni di sanzione del ministro delle finanze Moutaz Mousa Abdallah. Il governo ha inoltre deciso di fissare un tetto massimo di soldi che i cittadini possono prelevare al bancomat, pari a circa 500 SDG al giorno (circa 10 $), cifra assolutamente insufficiente per vivere, tenendo a mente che uno stipendio medio in Sudan è compreso tra i 150 e i 250$. È facile comprendere come questa situazione abbia scatenato nel tempo una sensazione di privazione della libertà nel cittadino che è poi sfociata nelle manifestazioni a cui stiamo assistendo.

Le misure prese dal governo

Il governo di Al-Bashir, chiaramente allarmato dalle proteste delle ultime settimane, ha iniziato a rispondere con l’attuazione di alcuni provvedimenti. Tra le prime misure ha bloccato l’accesso a molti social media quali Facebook e Twitter e a diversi siti di informazione online. Poi ha chiuso scuole e università per cercare di dissuadere i cittadini dall’unirsi alle proteste. Le quasi impossibili comunicazioni da parte dei sudanesi con l’esterno, le conseguenti scarse informazioni su quanto stia accadendo nel Paese e il poco interessamento dei media esteri, stanno portando il Sudan a un isolamento mediatico, condizione, a detta di alcuni cittadini, auspicata dal presidente per evitare di causare interessamenti internazionali.

Nonostante i manifestanti sin dal principio abbiano marciato pacificamente al grido di “Freedom, Freedom” oppure “Peaceful, peaceful against the thieves”, il 26 Dicembre l’esercito, che ha dimostrato fedeltà al governo, è intervenuto direttamente sulla folla rispondendo con gas lacrimogeni, manganelli e armi. Il bilancio delle vittime è attualmente non completamente chiaro e definito, per il governo sono circa 12, mentre per Amnesty International sono almeno 37. 

Proprio Sarah Jackson, vicedirettore di Amnesty per l’Africa Orientale, i Grandi Laghi e il Corno d’Africa, sostiene come sia inammissibile “il fatto che le forze di sicurezza usino armi letali in maniera così indiscriminata contro manifestanti non armati”. In una delle sue prime apparizioni pubbliche dall’inizio delle proteste, Al-Bashir ha continuato a ribadire che provvederà ad attuare riforme economiche con lo scopo di garantire ai cittadini un tenore di vita migliore. I manifestanti però sono ormai uniti per chiedere le dimissioni di Al-Bashir prima della fine del suo mandato, nel 2020. 

Perché la situazione economica e finanziaria del governo è in caduta libera? 

Il Sud Sudan possiede la maggior parte dei bacini petroliferi dell’area. Il Sudan, non essendo mai riuscito a stipulare un accordo su questo fronte con il neonato Stato, si è ritrovato a dover firmare accordi con Stati terzi per le importazioni di petrolio. Tutto questo da una parte ha determinato un calo di entrate nelle tasche del governo, dall’altra ha portato a un aumento dei prezzi della benzina, condizione che si è andata a ripercuotere sugli stipendi dei cittadini. 

Mentre, dunque, il debito sudanese continua ad aumentare e le finanze pubbliche a risentirne, gli Stati Uniti d’America impongono al Sudan sanzioni sempre più restrittive, impedendo, di fatto, le esportazioni. Il Paese era accusato di sostenere il terrorismo internazionale. L’embargo statunitense cessa sotto l’amministrazione Trump nell’Ottobre del 2017 grazie al fatto che il Paese si è impegnato a continuare la collaborazione con gli Usa nell’affrontare i conflitti regionali e le minacce del terrorismo. Nonostante ciò, la ripresa economica non è ancora iniziata. Negli anni della dittatura di Al-Bashir la CPI (Corte Penale Internazionale) ha emesso due mandati di cattura per il dittatore con l’accusa di genocidio, crimini di guerra nel Darfur e crimini contro l’umanità. 

In conclusione, è chiaro che se Al-Bashir vuole restare al governo fino quantomeno alla fine del mandato, deve, nell’immediato, mettere in atto una serie di riforme che abbiano come scopo principale quello di risollevare le sorti economiche del Paese. Per farlo è necessario che si concentri sia sulla situazione interna, cessando quindi gli atti di violenza contro i manifestanti e ascoltandone le richieste, ma, contemporaneamente, anche sulla situazione estera, puntando ad attirare investimenti stranieri in Sudan.

Fonti e Approfondimenti

Al Jazeera, What Prompted the Protests in Sudan, 26/12/2018, https://www.aljazeera.com/news/2018/12/prompted-protests-sudan-181224114651302.html

CNN World, Sudan Cracks Down on Anti-Government Protests, 25/12/2018,

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