Sud Sudan: il neonato paese tra guerra civile e carestia

Il referendum del gennaio del 2011 ha aperto la strada per l’indipendenza del Sud Sudan, ma presto il paese è caduto nel caos. Dallo scoppio della guerra civile nel 2013, seguita da una tregua due anni dopo, tradita da entrambe le parti in conflitto, fino alla recente carestia, il salto è stato facile.

L’indipendenza e la guerra civile

Il Sud Sudan è nato il 9 luglio del 2011. Nel periodo immediatamente successivo all’indipendenza il paese si è trovato ad affrontare svariate questioni tra cui la costruzione di un sistema istituzionale nazionale e la creazione di un sistema economico stabile ed autonomo, resa difficile dagli scontri diplomatici con il Sudan del nord per la delimitazione dei confini. La regione di Abyei infatti, ricca di greggio, fu subito argomento di discussione: dopo un referendum non vincolante avvenuto nel 2013, il cui esito fu la volontà delle popolazioni di essere annesse al Sud Sudan, nessuna decisione definiva è mai stata presa, tanto che, in tutte le cartine del continente africano disegnate dopo il 2011 il confine tra i due Sudan rimane tratteggiato.

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Nonostante i problemi, lo stato appena nato si è dotato di una costituzione, la quale delinea un sistema di tipo presidenziale, in cui il presidente, appunto, è detentore del potere esecutivo, accompagnato da un legislativo nazionale bicamerale, formato dall’Assemblea Nazionale Legislativa e dal Consiglio degli Stati. Si è venuto a creare uno stato federale composto da 10 stati, aumentati a 28 nel 2015 e si è arrivati, dal gennaio 2017, a 32 entità statali. Questo aumento progressivo è stato il risultato dei tentativi del presidente, Salva Kiir, di placare gli scontri che dal 2013 imperversano nel paese; Salva Kiir ha agito delegando parte dei poteri del governo centrale, creando nelle istituzioni locali l’apparenza di un maggiore livello di autonomia nella gestione politica ed economica delle risorse e delle diversità etniche.

L’inizio della guerra civile è datato dicembre 2013: il vice presidente, Riek Machar, accusato di aver tentato un colpo di stato, ha creato immediatamente un nuovo gruppo politico, aggiungendo al nome del partito di governo, Sudan Peoples’ Liberation Movement (SPLM), il suffisso -IO, ‘in opposition’, per poi fuggire negando le sue responsabilità nel tentato colpo di stato e chiedendo le dimissioni del presidente. A combattere contro il nuovo movimento e il gruppo armato ad esso collegato si sono subito mobilitate le truppe regolari statali ancora fedeli a Salva Kiir, il quale ha ritenuto necessario chiedere aiuto al vicino Uganda, nonostante la superiorità numerica e la maggiore disponibilità di materiali da combattimento dei suoi fedeli. Il presidente ugandese Yoweri Museveni ha accettato di intervenire contro i ribelli.

Riek-Machar-na-Salva-Kiir

Lo scontro, come spesso accade in Africa, pur partendo da motivazioni politiche si è presto andato a delineare su basi etniche. Il presidente, Salva Kiir è di etnia dinka, maggioritaria nel paese, alla quale appartiene più del 30% della popolazione, mentre Riek Machar è un nuer, etnia che rappresenta il 15% del popolo sud sudanese. Come mostra il video che segue è molto facile riconoscere gli appartenenti alle due etnie grazie alle cicatrici tradizionali che hanno sulla fronte e che rappresentano, per alcuni, una condanna a morte. Dopo il tentato colpo di stato molti nuer hanno accusato Kiir di aver ordinato il loro massacro e tale teoria è stata supportata dalla Commissione di Inchiesta creata ad hoc dall’Unione Africana e presieduta dall’ex presidente nigeriano Olusegun Obasanjo, la quale ha concluso che si è trattato di crimini contro l’umanità e crimini di guerra perpetuati dalle forze governative. Non differenti furono le accuse rivolte dalla stessa commissione alle forze ribelli di Machar.

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La prima fase della guerra civile si è conclusa nell’agosto 2015, quando le due parti hanno stilato i termini per un accordo di pace a cui è seguita la creazione di un governo di transizione e il ritorno di Machar a Juba, nell’aprile 2016. Già da subito risultò evidente che l’accordo era traballante: il presidente Kiir affermò che il suo governo aveva bisogno di più tempo per studiare il testo dell’accordo, ma spinto dalla comunità internazionale e intimorito dalla minaccia di sanzioni da parte delle Nazioni Unite, fu alla fine costretto a firmare, pur rimanendo dell’idea che alcuni punti dovevano essere corretti.

La tregua è durata poco: l’8 luglio 2016 gli scontri sono ricominciati a Juba, due caschi blu cinesi della missione UNMISS sono stati uccisi, anche Ban Ki-moon, l’allora segretario generale delle Nazioni Unite si è espresso in senso molto critico nei confronti dei due leaders, accusandoli di aver tradito la propria gente permettendo un riaccendersi delle violenze. Lo scenario si completa con il crollo del prezzo del petrolio, quasi unica fonte di entrata per le casse statali in un paese in cui i conflitti non hanno permesso la creazione di settori economici alternativi e hanno depauperato le scorte di denaro.

La carestia

Dopo svariati mesi di scontri, il 20 febbraio 2017, il governo di Juba ha dichiarato la carestia nelle contee di Meyedith e Leer, nello stato di Unity. Per le Nazioni Unite si ha una carestia quando più del 30% della popolazione si trova in uno stato di malnutrizione acuto e ci sono almeno due morti per fame ogni 10 000 abitanti. In Sud Sudan almeno il 40% della popolazione ha bisogno urgentemente di aiuti umanitari, i morti per fame su 10 000 sono quattro e un milione di bambini sotto i 5 anni soffre di malnutrizione grave. Il 21 febbraio Salva Kiir ha dichiarato che tutte le organizzazioni umanitarie e le ONG avrebbero avuto libero accesso alle zone colpite dalla carestia.

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Il Sud Sudan è uno stato estremamente ricco di terre coltivabili e le zone in cui è stata dichiarata la carestia hanno corsi d’acqua in cui è possibile praticare la pesca, di conseguenza la responsabilità delle condizioni attuali della regione di Unity sono da imputare, anzitutto, alla guerra. Nel 2014 e ora, dopo la ripresa delle ostilità, un gruppo armato chiamato Justice and Equality Movement, sostenuto dal partito del presidente Kiir, gira il paese distruggendo tutto ciò che è utile alla sopravvivenza dei sostenitori di Machar, così da non permettere a questi di armarsi e combattere.

Di sicuro la grave siccità che ha colpito l’Africa centro-orientale, e che ha reso anche Somalia e Nigeria e Yemen zone a rischio carestia, ha contribuito al peggioramento delle condizioni alimentari del Sud Sudan. In più le condizioni economiche del paese sono ormai disastrose, il sistema è completamente collassato e l’inflazione è ormai intorno all’800%.

La carestia ora e la guerra precedentemente, hanno spinto circa un milione e mezzo di persone a trovare rifugio nei campi profughi dei paesi limitrofi, in particolare in Uganda, dove il campo Bidi Bidi è ormai diventato uno dei più grandi al mondo.

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Come agire

La tecnica utilizzata fino ad ora dal presidente Salva Kiir, dopo il fallimento della pace del 2015, per fermare i ribelli è l’attrition, cioè l’utilizzo diretto della forza nei confronti di questi, per indebolirli finché non saranno costretti a chiedere la soluzione politica del conflitto. La storia ci insegna che non c’è metodo meno efficace: l’uso smisurato della forza crea una risposta altrettanto violenta e, in Sud Sudan, nessuno dei due gruppi si fa problemi ad attaccare i civili. In più il governo coopta con alcuni gruppi armati, associati al suo SPLM, sparsi sul territori nazionale e ciò amplifica le divisioni all’interno dell comunità sud sudanese.

Per far sì che il problema carestia si risolva il più velocemente possibile è necessario far cessare il conflitto: i gruppi armati rendono spesso difficile se non impossibile l’intervento degli agenti umanitari e la diffusione degli aiuti, sempre più di frequente i convogli vengono attaccati e si sono verificati casi uccisioni di collaboratori delle organizzazioni internazionali e non governative operanti sul territorio.

E’ certo che un embargo sulle armi aiuterebbe a ridurre le violenze, ma è molto probabile che, in seno al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite tale decisione possa trovare l’ostacolo del veto di Russia e Cina.

La possibilità di una soluzione politica al conflitto sembra lontana, visto anche il fallimento degli accordi del 2015, criticati in quanto proponevano ancora una volta un sistema di condivisione del potere tra Kiir e Machar, sistema che era fallito con l’accusa al secondo di aver tentato un colpo di stato. Intanto il presidente si è rifiutato di partecipare al summit dell’Intergovenmental Authority on Development di inizio giugno dedicato al peggioramento delle condizioni della sicurezza nel suo paese. Questa scelta di certo non fa auspicare a risultati positivi nel breve termine.

 

Fonti e Approfondimenti:

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